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Full text of "Storia Fotografica Della Repubblica Sociale Italiana"

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NASCE LA REPUBBLICA SOCIALE 

Mussolini non è morto. Da radio Monaco prima, poi dai giornali, la sua voce 
chiama «incora. Nasce il nuovo partito fascista repubblicano. Si riforma un eser¬ 
cito. In pochi giorni i volontari sono decine di migliaia, tutti giovani. Comincia 
l’ultima battaglia. Gli inglesi e gli americani, i loro alleati antifascisti, credono 
o sperano che la Repubblica Sociale Italiana sia destinata a breve vita; ma le 
vicende della guerra permisero a Mussolini di governare per 20 mesi, lasciandosi 
alle spalle una serie di ” mine a scoppio ritardato ” come le defini Churchill. 


















































































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Skorzeny e il generale Stndent, i due uomini che organizzarono la fuga di Mussolini 
dal Gran Sasso. La figura di Otto Skorzeny è una delle più enigmatiche di questo dopo¬ 
guerra. Il leggendario ufficiale tedesco, sfuggito alla cattura americana e a quella 
zussa, continua a far parlare di se tutti i giornali del mondo. L’ipotesi più attendibile 
lo dà per arruolato con i servizi informativi americani. Nella foto in basso: un 
volontario della Repubblica Sociale scrive sul muro della caserma il nuovo motto. 
































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Riaperta a Roma la sede del 
fascio, la gente si iscrive. I 
tesserati del P.F.R. a Roma 
raggiunsero rapidamente nn 
numero notevole. Intanto a 
Verona si organizzava il con¬ 
gresso del fascismo repubbli¬ 
cano, da cui doveva uscire il 
famoso « manifesto », conte¬ 
nente, fra i punti programma¬ 
tici, la socializzazione. Anche 
moltissimi antifascisti aderi¬ 
rono al P.F.R. in quel momen¬ 
to, soprattutto per la imposta¬ 
zione sociale e repubblicana. 


1. ASSEMBLEA NAZIONALE 

DLL PARLILO FASCISTA REPUBBULANO 


Mussolini è vecchio, stanco e 
duramente provato. Ma con¬ 
serva ancora molto del suo 
antico fascino ; a Milano lo 
dimostrerà, in occasione del- 
l’ultimo discorso al « Lirico » . 


La Milizia fu messa ili 
guardia alla direzione del 
partito. I militi avevano 
rimesso al bavero i fasci 























































Mussolini a Salò, poco dopo il rientro dalla Germania, con Rahn. Mussolini veste 
ancora la vecchia divisa con i fasci che successivamente saranno sostituiti dai gladi. 


Mussolini insieme al medico tedesco Zachariae, che lo curò per tutto il periodo della 
Repubblica Sociale. Zachariae era stato consigliato a Mussolini da Hitler in persona. 


Graziani a colloquio con alcuni ufficiali germanici nella sede del Quartier Generale. 





































La Decima MAS organizza i suoi reparti. Presto nasce il primo battaglione, il « Maestrale », che poi si chiamerà « Barbarigo » e, ultimata 
l’istruzione, combatterà sul fronte di Nettuno, meritando l’elogio e l’ammirazione dei tedeschi, ed una medaglia di bronzo allo stendardo. 


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«Ad un tratto 


racconta la giornalista che intervistò Mussolini e scattò queste fotografie - egli mi guardò e disse. i dittatori diventano tutti mat i 












































Mussolini a Salò, ha rinunciato alla civetteria di non farsi fotografare con gli occhiali. Sul volto emaciato, negli occhi spiritati, si 
legge la storia delle ultime tragiche vicende che hanno profondamente scavato nel suo fisico pur lasciando inalterato lo spirito. 
















































44 



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Anche Osvaldo Valenti, figura notissima di attore, si arruola nella 
Decima MAS. Il battaglione dei primi volontari sfila per le vie de 
La Spezia, e le ragazze salutano. Soldati giovanissimi, quasi sempre 
inesperti, vicino ad uomini anziani, che avevano due o tre guerre 
dietro le spalle o ad entusiasti arruolatisi nella Repubblica; e 
ragazze semplici, con i fiori in mano e gli occhi commossi. 



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46 




Mentre il nemico continua i suoi bombardamenti, altri giovani affluiscono nelle file della Guardia Nazionale Repubblicana. Ragazzi che indos¬ 
sano la camicia nera senza curarsi di ciò che potrà avvenire domani. Molti si muovono soltanto per impulso sentimentale. Ma la R.S.I. darà 
loro anche motivi ideologici precisi, e per questo i comunisti vorranno, alla fine, procedere a tante migliaia di eliminazioni indiscriminate. 












































47 


Addestramento nelle 
scuole della G.N.R.: 
i corsi di allievi ufficiali, 
aperti con nuovi criteri, 
furono rapidamente co¬ 
perti da giovanissimi di 
ogni classe sociale. La 
maggior parte degli ar¬ 
ruolati era rappresentata 
dagli studenti. Per tutti 
questi ragazzi, come per 
i loro commilitoni degli 
altri reparti della R. S. I., 
oggi il servizio prestato 
non è riconosciuto ; in 
tal modo lo Stato italiano, 
per motivi a di princi¬ 
pio » ignora resistenza 
di una massa umana 
preziosa per l’organizza¬ 
zione delle Forze Annate 




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Carlo Borsani, l’eroe 
cieco, una delle più lu¬ 
minose figure della Re¬ 
pubblica Sociale, igno¬ 
bilmente trucidato il 25 
aprile 1945, qui fotogra¬ 
fato mentre parla ad una 
adunata di combattenti. 






































































































I mezzi d’assali? ed i sommergibili tascabiU, sempre dipendenti dalla Decima Flottiglia MAS, continuano la loro attività. Anche i reparti neb- 
biogem, che prestano servizio in Germania, si battono con la bandiera della R. S. I. a banco dei reparti della marina da guerra germanica. 




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Molti generali aderirono alla Repubblica Sociale Italiana. Troppi, forse, perchè 
le cose potessero andar bene. Il fenomeno militare della Repubblica Sociale Ita¬ 
liana era infatti basato sul volontarismo, come dimostrò il fenomeno della De¬ 
cima MAS, i cui uomini divennero il prototipo del combattente repubblicano. 


































Molti tedeschi circondano Mussolini a 
Salò. Ma egli combatte strenuamente per 
difendere la sua libertà, e la parte d’Italia 
che è rimasta sotto il suo controllo. I com¬ 
battenti, i reduci, si schierano in grande 
numero con Mussolini proprio per questa 
battaglia che registrò notevoli successi. 























Graziani, B or sani, e i vagoni con le scritte 
che ricordano le imprese della Decima: sono 
documenti del periodo più convulso della nostra 
storia di ieri. Sullo sfondo, enigmatica e sche¬ 
letrita, la sagoma di Mussolini, che ancora 
trova la forza necessaria a tenere uniti questi 
uomini dal carattere assai difficile da dominare. 


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segnò i suoi episodi di onore dalle due parti, oggi gli italiani sono ormai in condizioni di ristabilire la giustizia e la verità storica dei fatti. 






















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Sopra : Mussolini a Salò mentre firma i documenti. Il Comandante Grossi subito dopo aver aderito alla Repubblica Sociale Italiano, nella 
base atlantica di Bordeaux dalla quale erano partite tante insidie alla navigazione nemica. - Sotto : reparti della Decima in addestramento. 


























































—————«a 


































Discorso pronunciato alla radio 
di Monaco di Baviera la sera 
del 18 settembre 1943. 

Camicie Nere, italiani ed italiane, 
Dopo un lungo silenzio, ecco che nuo¬ 
vamente vi giunge la mia voce; sono si¬ 
curo che la riconoscerete; è la voce 
che vi ha chiamati a raccolta nei mo¬ 
menti difficili e che ha celebrato con 
voi le giornate trionfali della Patria. 

Ho tardato qualche giorno prima di 
indirizzarmi a voi, perchè dopo un pe¬ 
riodo di isolamento morale, era ne¬ 
cessario che riprendessi contatto col 
mondo. 

La radio non ammette lunghi di¬ 
scorsi. 

Senza ricordare per ora i precedenti 
vengo al pomeriggio del 25 luglio nel 
quale accadde quella che nella mia già 
abbastanza avventurosa vita è la più 
nera delle avventure. 

Il colloquio che io ebbi col re a Villa 
Savoia durò 20 miunti e forse meno. 

Trovai un uomo col quale ogni ragio¬ 
namento era impossibile poiché egli 
aveva già preso le sue decisioni, lo 
scoppio della crisi era imminente. 

È già accaduto, in pace e in guerra, 
che un ministro sia dimissionario, un 
comandante silurato, ma è un fatto 
unico nella storia che un uomo il quale, 
come colui che vi parla, aveva per 
ventun anni servito il re con assoluta, 
dico assoluta lealtà, sia fatto arrestare 
sulla soglia della casa privata del re, 
costretto a salire su una autoambu¬ 
lanza della Croce Rossa col pretesto 
di sottrarlo ad un complotto e condotto 
a tutta velocità prima in una poi in 
un’altra caserma dei carabinieri. 

Ebbi subito l’impressione che la pro¬ 
tezione non era in verità che un fermo. ^ 
Tale impressione crebbe quando da 
Roma fui condotto a Ponza, e succes¬ 
sivamente mi convinsi, attraverso le 
peregrinazioni da Ponza alla Madda¬ 
lena e dalla Maddalena al Gran Sasso, 
che il piano progettato contemplava la 
consegna della mia persona al nemico. 

Avevo però la netta sensazione, pur 
essendo completamente isolato dal 
mondo, che il Fuhrer si preoccupava 
della mia sorte. Goering mi mandò un 
telegramma più che cameratesco, fra¬ 
terno; più tardi il Fuhrer mi fece per¬ 
venire ima edizione veramente monu¬ 
mentale dell’opera di Nietzsche. La 
parola fedeltà ha un significato pro¬ 
fondo, inconfondibile, vorrei dire, eter¬ 
no, nell’anima tedesca. È la parola che 


nel collettivo e nell’individuale rias¬ 
sume il mondo spirituale germanico. 

Ero convinto che ne avrei avuto la 
prova. 

Conosciute le condizióni dell’armi¬ 
stizio, non ebbi più un minuto di dub¬ 
bio circa quanto si nascondeva nel 
testo dell’articolo 12. Del resto, un alto 
funzionario mi aveva detto : « Voi siete 
un ostaggio ». 

Nella notte dall’ll al 12 settembre 
feci sapere che i nemici non mi avreb¬ 
bero avuto vivo nelle loro mani. C’era 
nell’aria limpida, attorno all’imponente 
cima del monte, una specie di aspetta¬ 
zione. Erano le 14 quando vidi atter¬ 
rare il primo aliante, poi, successiva¬ 
mente, altri; quindi squadre di uomini 
av anzar ono verso il rifugio, decisi a 
spezzare qualsiasi resistenza. Le guar¬ 
die che mi vigilavano lo capirono e 
non un colpo partì. Tutto è durato cin¬ 
que minuti: l’impresa rivelatrice del¬ 
l’organizzazione e dello spirito d’inizia¬ 
tiva dei germanici rimarrà memorabile 
nella storia della guerra; col tempo 
diverrà leggendaria. 

Qui finisce il capitolo che potrebbe 
essere chiamato il mio dramma perso¬ 
nale, ma esso è un ben trascurabile 
episodio di fronte alla spaventosa tra¬ 
gedia in cui il governo democratico, 
liberale e costituzionale del 25 luglio 
ha gettato l’intera Nazione. Non cre¬ 
devo, in un primo momento, che il 
governo del 25 luglio avesse programmi 
così catastrofici nei confronti del Par¬ 
tito, del Regime, della Nazione stessa, 
ma dopo pochi giorni le prime misure 
indicavano che era in atto l’applica¬ 
zione di un programma tendente a di¬ 
struggere l’opera compiuta dal Regime 
durante venti anni e a cancellare venti 
anni di storia gloriosa che aveva dato 
allTtalia un Impero ed un posto che 
non aveva mai avuto nel mondo. 

Oggi, davanti alle rovine, davanti 
alla guerra che continua — noi spet¬ 
tatori sul nostro territorio — taluno 
vorrebbe sottilizzare per cercare for¬ 
mule di compromesso e attenuanti per 
quanto riguarda le responsabilità, e 
quindi continuarè nell’equivoco. 

Mentre rivendichiamo in pieno le 
nostre responsabilità, vogliamo preci¬ 
sare quelle degli altri, a cominciare dal 
capo dello Stato, essendosi scoperto, 
che, non avendo abdicata, carne Ja mag¬ 
gioranza degli i taliani si attendeva, 
egli può e deve essere chiamato diret¬ 
tamente in causa. E così la stessa dina¬ 
stia, che durante tutto il periodo della 


guerra; pur avendola il re dichiarata, 
è stata l’agente principale del disfat¬ 
tismo e della propaganda antitedesca. 

Il suo disinteresse all’andamento della 
guerra, le prudenti, e non sempre pru¬ 
denti, riserve mentali si prestavano a 
tutte le speculazioni del nemico mentre 
l’erede, che pur aveva voluto assumere 
il comando delle armate del Sud, non 
comparve mai sui campi di battaglia. 

Sono ora più che mai convinto che 
Casa Savoia ha voluto, preparato ed 
organizzato, anche nei minimi dettagli, 
il colpo di Stato, complice ed esecutore 
Badoglio, complici taluni generali im¬ 
belli ed imboscati e taluni invigliacchiti 
elementi del Fascismo. Non può esi¬ 
stere alcun dubbio che il re ha auto¬ 
rizzato, subito dopo la mia cattura, le 
trattative dell’armistizio, trattative che, 
forse, erano già incominciate tra le due 
dinastie di Roma e di Londra. 

È stato il re che ha consigliato i suoi 
complici di ingannare nel modo più mi¬ 
serabile la Germania, smentendo anche 
dopo la firma che trattative fossero in 
corso. È il complesso dinastico che ha 
premeditato ed eseguito le demolizioni 
del Regime che, pur venti anni fa, 
l’aveva salvato, e creato il potente di¬ 
versivo interno in base al ritorno allo 
Statuto del 1848 ed alla libertà pro¬ 
tetta dallo stato d’assedio. ^ 

Quanto alle condizioni dell’armistizio 
che dovevano essere generose, sono tra 
le più dure che la storia ricordi. Il re 
non ha fatto obiezioni di sorta nem¬ 
meno — ben inteso — per quanto ri¬ 
guarda la premeditata consegna della 
mia persona al nemico. È il re che ha, 
con il suo gesto, dettato dalla preoc¬ 
cupazione per l’avvenire della sua co¬ 
rona, creato all’Italia una situazione di 
caos, di vergogna interna che si rias¬ 
sume nei seguenti termini: in tutti i 
continenti, dall’estrema Asia all’Ame¬ 
rica, si sa che cosa signfichi tener fede 
ai patti da parte di Casa Savoia. 

Gli stessi nemici, ora che è stata ac¬ 
cettata la vergognosa capitolazione, 
non ci nascondono il loro disprezzo nè 
potrebbe accadere diversamente. L’In¬ 
ghilterra, ad esempio, che nessuno pen¬ 
sava di attaccare, e specialmente il 
Fuhrer non pensava di farlo, è scesa 
in campo secondo le affermazioni di 
Churchill per la parola data alla Pokmia. 

D’ora innanzi spuò'aeoadere'ehe anche 
nei rapporti privati ogni italiano sia 
sospettato. Se tutto ciò portasse con¬ 
seguenze solo a danno dei responsabili, 
il male non sarebbe grave; pia non bi- 

























Discorso pronunciato alla radio 
di Monaco di Baviera la sera 
del 18 settembre 1943. 

Camicie Nere, italiani ed italiane, 
Dopo un lungo silenzio, ecco che nuo¬ 
vamente vi giunge la mia voce; sono si¬ 
curo che la riconoscerete; è la voce 
che vi ha chiamati a raccolta nei mo¬ 
menti difficili e che ha celebrato con 
voi le giornate trionfali della Patria. 

Ho tardato qualche giorno prima di 
indirizzarmi a voi, perchè dopo un pe¬ 
riodo di isolamento morale, era ne¬ 
cessario che riprendessi contatto col 
mondo. 

La radio non ammette lunghi di¬ 
scorsi. 

Senza ricordare per ora i precedenti 
vengo al pomeriggio del 25 luglio nel 
quale accadde quella che nella mia già 
abbastanza avventurosa vita è la più 
nera delle avventure. 

Il colloquio che io ebbi col re a Villa 
Savoia durò 20 miunti e forse meno. 

Trovai un uomo col quale ogni ragio¬ 
namento era impossibile poiché egli 
aveva già preso le sue decisioni; lo 
scoppio della crisi era imminente. 

È già accaduto, in pace e in guerra, 
che un ministro sia dimissionario, un 
comandante silurato, ma è un fatto 
unico nella storia che un uomo il quale, 
come colui che vi parla, aveva per 
ventun anni servito il re con assoluta, 
dico assoluta lealtà, sia fatto arrestare 
sulla soglia della casa privata del re, 
costretto a salire su una autoambu¬ 
lanza della Croce Rossa col pretesto 
di sottrarlo ad un complotto e condotto 
a tutta velocità prima in una poi in 
un’altra caserma dei carabinieri. 

Ebbi subito Timpressione che la pro¬ 
tezione non era in verità che un fermo. 
Tale impressione crebbe quando da 
Roma fui condotto a Ponza, e succes¬ 
sivamente mi convinsi, attraverso le 
peregrinazioni da Ponza alla Madda¬ 
lena e dalla Maddalena al Gran Sasso, 
che il piano progettato contemplava la 
consegna della mia persona al nemico. 

Avevo però la netta sensazione, pur 
essendo completamente isolato dal 
mondo, che il Fuhrer si preoccupava 
della mia sorte. Goering mi mandò un 
telegramma più che cameratesco, fra¬ 
terno; più tardi il Fuhrer mi fece per¬ 
venire una edizione veramente monu¬ 
mentale dell'opera di Nietzsche. La 
parola fedeltà ha un significato pro¬ 
fondo, inconfondibile, vorrei dire, eter¬ 
no, nell’anima tedesca, È la parola che 


nel collettivo e nell’individuale rias¬ 
sume il mondo spirituale germanico. 
Ero convinto che ne avrei avuto la 
prova. 

Conosciute le condizióni dell’armi¬ 
stizio, non ebbi più un minuto di dub¬ 
bio circa quanto si nascondeva nel 
testo dell’articolo 12. Del resto, un alto 
funzionario mi aveva detto: « Voi siete 
un ostaggio ». 

Nella notte dall’ll al 12 settembre 
feci sapere che i nemici non mi avreb¬ 
bero avuto vivo nelle loro mani. C’era 
nell’aria limpida, attorno all’imponente 
cima del monte, una specie di aspetta¬ 
zione. Erano le 14 quando vidi atter¬ 
rare il primo aliante, poi, successiva¬ 
mente, altri; quindi squadre di uomini 
avanzarono verso il rifugio, decisi a 
spezzare qualsiasi resistenza. Le guar- . 
die che mi vigilavano lo capirono e 
non un colpo partì. Tutto è durato cin¬ 
que minuti: l’impresa rivelatrice del¬ 
l’organizzazione e dello spirito d’inizia¬ 
tiva dei germanici rimarrà memorabile 
nella storia della guerra; col tempo 
diverrà leggendaria. 

Qui finisce il capitolo che potrebbe 
essere chiamato il mio dramma perso¬ 
nale, ma esso è un ben trascurabile 
episodio di fronte alla spaventosa tra¬ 
gedia in cui il governo democratico, 
liberale e costituzionale del 25 luglio 
ha gettato l’intera Nazione. Non cre¬ 
devo, in un primo momento, che il 
governo del 25 luglio avesse programmi 
così catastrofici nei confronti del Par¬ 
tito, del Regime, della Nazione stessa, 
ma dopo pochi giorni le prime misure 
indicavano che era in atto l’applica¬ 
zione di un programma tendente a di¬ 
struggere l’opera compiuta dal Regime 
durante venti anni e a cancellare venti 
anni di storia gloriosa che aveva dato 
* all’Italia un Impero ed un posto che 
non aveva mai avuto nel mondo. 

Oggi, davanti alle rovine, davanti 
alla guerra che continua — noi spet¬ 
tatori sul nostro territorio — taluno 
vorrebbe sottilizzare per cercare for¬ 
mule di compromesso e attenuanti per 
quanto riguarda le responsabilità, e 
quindi continuare nell’equivoco. 

Mentre rivendichiamo in pieno le 
nostre responsabilità, vogliamo preci¬ 
sare quelle degli altri, a cominciare dal 
capo dello Stato, essendosi scoperto, 
che, non avendo^abdicato, comeJLa mag¬ 
gioranza degli italiani si attendeva, 
egli può e deve essere chiamato diret¬ 
tamente in causa. E così la stessa dina¬ 
stia, che durante tutto il periodo della 


guerra; pur avendola il re dichiarata, 
è stata l’agente principale del disfat¬ 
tismo e della propaganda antitedesca. 

Il suo disinteresse all’andamento della 
guerra, le prudenti, e non sempre pru¬ 
denti, riserve mentali si prestavano a 
tutte le speculazioni del nemico mentre 
l’erede, che pur aveva voluto assumere 
il comando delle armate del Sud, non 
comparve mai sui campi di battaglia. 

Sono ora più che mai convinto che 
Casa Savoia ha voluto, preparato ed 
organizzato, anche nei minimi dettagli, 
il colpo di Stato, complice ed esecutore 
Badoglio, complici taluni generali im¬ 
belli ed imboscati e taluni invigliacchiti 
elementi del Fascismo. Non può esi¬ 
stere alcun dubbio che il re ha auto¬ 
rizzato, subito dopo la mia cattura, le 
trattative dell’armistizio, trattative che, 
forse, erano già incominciate tra le due 
dinastie di Roma e di Londra. 

È stato il re che ha consigliato i suoi 
complici di ingannare nel modo più mi¬ 
serabile la Germania, smentendo anche 
dopo la firma che trattative fossero in 
corso. È il complesso dinastico che ha 
premeditato ed eseguito le demolizioni 
del Regime che, pur venti anni fa, 
l’aveva salvato, e creato il potente di¬ 
versivo interno in base al ritorno allo 
Statuto del 1848 ed alla libertà pro¬ 
tetta dallo stato d’assedio. 4 

Quanto alle condizioni dell’armistizio 
che dovevano essere generose, sono tra 
le più dure che la storia ricordi. Il re 
non ha fatto obiezioni di sorta nem¬ 
meno — ben inteso — per quanto ri¬ 
guarda la premeditata consegna della 
mia persona al nemico. È il re che ha, 
con il suo gesto, dettato dalla preoc¬ 
cupazione per l’avvenire della sua co¬ 
rona, creato allTtalia una situazione di 
caos, di vergogna interna che si rias¬ 
sume nei seguenti termini: in tutti i 
continenti, dall’estrema Asia all’Ame¬ 
rica, si sa che cosa signfichi tener fede 
ai patti da parte di Casa Savoia. 

Gli stessi nemici, ora che è stata ac¬ 
cettata la vergognosa capitolazione, 
non ci nascondono il loro disprezzo nè 
potrebbe accadere diversamente. L’In¬ 
ghilterra, ad esempio, che nessuno pen¬ 
sava di attaccare, e specialmente il 
Fuhrer non pensava di farlo, è scesa 
in campo secondo le affermazioni di 
Churchill per la parola 4ata alla Polonia. 

D’ora innanzi accadere ^ehe 'anche 
nei rapporti privati ogni italiano sia 
sospettato. Se tutto ciò portasse con¬ 
seguenze solo a danno dei responsabili, 
il male non sarebbe grave; ma non bi- 




























62 

sogna farsi illusioni: tutto ciò viene 
scontato dal popolo italiano, dal primo 
all’ultimo dei suoi cittadini. 

Dopo l’onore compromesso, abbiamo 
perduto, oltre i territori metropolitani 
occupati e saccheggiati dal nemico, an¬ 
che e forse per sempre le nostre posi¬ 
zioni adriatiche, ioniche, egee e fran¬ 
cesi, che avevamo conquistato non senza 
sacrificio di sangue. 

Il Regio Esercito si è quasi dovunque 
rapidamente sbandato. E niente è più 
umiliante che essere disarmato da un 
alleato tradito tra lo scherno delle po¬ 
polazioni locali. 

Questa umiliazione deve essere stata 
soprattutto sanguinosa per quegli uffi¬ 
ciali e soldati che si erano battuti da 
valorosi accanto ai loro camerati ger¬ 
manici in tanti campi di battaglia. 
Negli stessi cimiteri di Africa e di Rus¬ 
sia, dove soldati italiani e tedeschi ripo¬ 
sano insieme dopo l’ultimo combatti¬ 
mento, dev’essere stato sentito il peso 
di questa ignominia. i 

La Regia Marina, costruita tutta 
durante il ventennio fascista, si è con¬ 
segnata al nemico in quella Malta che 
costituiva e più ancora costituirà la 
minaccia permanente contro l’Italia e 
il caposaldo dell’imperialismo inglese 
nel Mediterraneo. 

Solo l’aviazione ha potuto salvare 
buona parte del suo materiale, ma an- 
ch’essa è praticamente disorganizzata. 

Queste sono le responsabilità indi¬ 
scutibili, documentate irrefutabilmente 
anche nel discorso del Fiihrer il quale 
ha narrato, ora per ora, l’inganno teso 
alla Germania, inganno rafforzato dai 
micidiali bombardamenti che gli anglo- 
americani, d’accordo con il governo di 
Badoglio, hanno continuato malgrado 
la firma dell’armistizio contro grandi e 
piccole città dell’Italia centrale. 

Date queste condizioni, non è il Re¬ 
gime che ha tradito la monarchia, ma 
è la monarchia che ha tradito il Regime, 
tanto che oggi è decaduta nella co¬ 
scienza e nel cuore del popolo: ed è 
semplicemente assurdo supporre che 
ciò possa compromettere minimamente 
la compagine unitaria del popolo ita¬ 
liano. Quando una monarchia manca a 
quelli che sono i suoi compiti, essa 
perde ogni ragione di vita. Quanto alle 
tradizioni, ve ne sono più repubblicane 
che monarchiche; più che dai monar¬ 
chici, l’unità e l’indipendenza d’Italia 
furono volute, contro tutte le monar¬ 
chie più o meno straniere, dalla cor¬ 
rente repubblicana che ebbe il suo puro 
e grande apostolo in Giuseppe Mazzini. 

Lo Stato che noi vogliamo instaurare 
sarà nazionale e sociale nel senso più 
lato della parola: sarà cioè fascista nel 
senso delle nostre origini. Nell’attesa 


che il movimento si sviluppi, sino a di¬ 
ventare irresistibile, i nostri postulati 
sono i seguenti: 

1) - Riprendere le armi a fianco 
della Germania, del Giappone e degli 
altri alleati: soltanto il sangue può 
cancellare una pagina così obbrobriosa 
nella storia della Patria. 

2) - Preparare, senza indugio, la 
riorganizzazione delle nostre Forze Ar¬ 
mate attorno alle formazioni della Mi¬ 
lizia: solo chi è armato di una fede 
combatte per una idea senza misurare 
l’entità del sacrificio. 

3) - Eliminare i traditori e in par- 
ticolar modo quelli che fino alle 21,30 
del 25 luglio militavano, talora da pa¬ 
recchi anni, nelle file del Partito e sono 
passati nelle file del nemico. 

4) - Annientare le plutocrazie pa¬ 
rassitane e fare del lavoro, finalmente, 
il soggetto dell’economia e la base in¬ 
frangibile dello Stato. 

Camicie Nere fedeli di tutta Italia! 

Io vi -chiamo nuovamente al lavoro 
e alle armi. L’esultanza del nemico 
per la capitolazione dell’Italia non si¬ 
gnifica che esso abbia già la vittoria 
nel pugno, poiché i due grandi Imperi, 
Germania e Giappone, non capitole¬ 
ranno mai. 

Voi squadristi, ricostituite i vostri 
battaglioni che hanno compiuto eroiche 
gesta. 

Voi giovani fascisti, inquadratevi 
nelle divisioni che debbono rinnovare 
sul suolo della Patria la gloriosa im¬ 
presa di Bir-el-Gobi. 

Voi aviatori, tornate accanto ai vòstri 
camerati tedeschi, ai vostri posti di 
pilotaggio per rendere vana e dura 
l’azione nemica sulle nostre città. 

Voi donne fasciste, riprendete la vo¬ 
stra opera di assistenza morale e mate¬ 
riale così necessaria al popolo. 

Contadini, operai e piccoli impiegati! 
Lo Stato che uscirà daU’immane tra¬ 
vaglio sarà il vostro e come tale lo 
difenderete contro chiunque sogni ri¬ 
torni impossibili. 

La nostra volontà, il nostro coraggio 
e la nostra fede ridaranno all’Italia il 
suo volto, il suo avvenire, le sue possi¬ 
bilità di vita ed il suo posto nel mondo. 
Più che una speranza questa dev’es¬ 
sere per voi tutti una suprema certezza. 

Viva l’Italia, Viva il Partito fascista 
repubblicano! 

Messaggio in occasione dell’an¬ 
niversario del Patto Tripartito, 
diramato il 28 settembre 1943. 

Io giudico un buon segno che il mio 
ritorno in Italia coincida con l’anni¬ 
versario del Patto che unisce insieme 
indissolubilmente l’Italia Fascista, la 
Germania Nazionalista e l’Impero Giap¬ 
ponese. 

IL Governo Fascista Repubblicano è 
determinato a combattere fino alla vit¬ 
toria finale con tutte le sue forze e con 
la fiducia che ha sempre ispirato l’Italia. 


L’Italia Fascista Repubblicana cancel¬ 
lerà questi giorni di umiliazione dalla 
sua storia e con il suo sangue distrug¬ 
gerà l’onta che la degenerata monarchia 
ha cercato di gettare sulle tradizioni 
del Paese e sulle glorie del passato. 
Insieme con le truppe germaniche e 
giapponesi le forze italiane libereranno 
il mondo dalla cricca internazionale che 
non si arresta dinanzi al tradimento 
per gettare confusione tra tutte le Na¬ 
zioni e le loro tradizioni. I camerati 
germanici ' e fascisti possono essere 
certi che il Patto Tripartito sarà ri¬ 
spettato dall’Italia Fascista Repubbli¬ 
cana con la stessa volontà e fiducia che 
ha ispirato l’Italia negli ultimi tre anni. 

Radiomessaggio trasmesso in oc¬ 
casione dell’annuale entrata in 
guerra del Giappone l’U-9-1943. 

Le gravi vicende di questi ultimi 
mesi dovute alla vergognosa capitola¬ 
zione perpetrata dalla monarchia e dai 
suoi complici, non hanno alterato la 
posizione politica dell’Italia fascista 
repubblicana di fronte alle altre Po¬ 
tenze del Tripartito. 

Nel giorno dell’ anniversario della 
firma del patto, il Governo della Re¬ 
pubblica Sociale Italiana riaffermò 
nella maniera più categorica e solenne 
la sua ideale e concreta solidarietà 
colla Germania e col Giappone. 

Tale solidarietà troverà la più efficace 
dimostrazione, quando, fra poco, le forze 
militari che la Repubblica sta alacre¬ 
mente preparando, riprenderanno il 
loro posto di combattimento a fianco 
dei camerati del Tripartito. 

Credo di poter affermare che le forze 
armate della Repubblica — animate 
dalla volontà della riscossa e rinnovate, 
radicalmente, nello spirito e negli uo¬ 
mini — cancelleranno con la lotta e 
col sangue la pagina oscura del tradi¬ 
mento e della resa. Esse, ne sono pro¬ 
fondamente convinto, saranno degne di 
combattere insieme con i camerati ger¬ 
manici che su tanti campi di battaglia 
hanno dato insuperabili prove di valore 
e coi non meno eroici soldati del Termo, 
i quali hanno inflitto dime disfatte e 
cocenti umiliaz ioni alla giudaico-pluto- 
crazia americana. 

I continuati attacchi aerei contro le 
maggiori e minori città italiane, le alte 
perdite di vite umane innocenti, la di¬ 
struzione di monumenti insigni che 
testimoniavano la forza creativa nei 
campi dello spirito, non riusciranno a 
piegare il popolo italiano ma ne spro¬ 
neranno l’odio e la tenacia. 

I Capi, i Governi, i popoli della Ger¬ 
mania e del Giappone, accolgano que¬ 
sto mio messaggio, con lo stesso senti¬ 
mento dal quale è dettato e che si rias¬ 
sume in queste parole: lealtà, came¬ 
ratismo, fede che il lungo sacrificio sarà 
coronato dalla vittoria. 























NEL PROSSIMO NUMERO 
DEDICATO AL 

’44 - ’45 

UNA 

DOCUMENTAZIONE 
ECCEZIONALE 
ED INEDITA 

SUL VIAGGIO 
DI MUSSOLINI 
IN GERMANIA 
E SUL DISCORSO 
AL LIRICO DI MILANO 

64 PAGINE 
200 LIRE 

V_ J 


Direttore responsabile F. M. SERVELLO - Iscrizione al n. 247 del registro del Tribunale di Milano, in data 17 luglio 1931 - SOCIETÀ EDITRICE MERIDIANA, Via Cerva 40, Milane 
Telefono 7S0.013 - Distribuzione Messaggerie Nazionali, Via dei Crociferi 44, Rpma — S. A.T.E.T. - Via Villar 2 angola Corso Venezia - Torino 







































































04 pagine - oltre 200 fotografie - li. $500 

























Mussolini in Germania visita le divi¬ 
sioni «Italia», «Monterosa», «Litto¬ 
rio » e «S. Marco», in addestramento 
nei lager dell’esercito tedesco. 




2 

ultimi due anni sono, forse, i più tristi della vita di 
Mussolini. Fra le nebbie del lago, dove il governo 
della Repubblica Sociale ha posto i suoi uffici, il capo del 
fascismo è costretto a lottare ogni giorno per difendere 
Vultima parte d’Italia che è rimasta sotto il suo controllo. 
Difenderla dai tedeschi, che ne minacciano l’autonomia 
amministrativa e la libertà; difenderla dagli angloamericani, 
che vanno distruggendone le città , / capilavori d’arte, gli 
impianti industriali. 

Egli è come lontano, invisibile eppure presente. Il jnes- 
saggio sociale e repubblicano lanciato dal Congresso di 
Verona fa la sua strada, anche se i comunisti, che per ora 
combattono all’ombra delle insegne monarchiche, vi con¬ 
ducono una feroce opposizione. Dopo l’aprile del 1945 si 
dimostrerà che, per ordine di partito, il comuniSmo è di¬ 
sposto anche a far abolire le leggi della R.S.I. sulla socia¬ 
lizzazione delle imprese industriali. 

Lontano, dicevamo, eppure presente. E basta conside¬ 
rare l’entusiasmo che suscita la sua visita in Germania, 
o quella a Milano; le due sole volte in cui egli abbia ab¬ 
bandonato per un breve istante la sua solitudine. 

La folla, in quelle occasioni, tornò a stringersi intorno 
al tribuno, come ai tempi passati. Tedeschi e italiani, sol- 

4 . i 

dati e civili, tutti furono ancora una volta soggiogati dal 
fascino della sua persona. Attraversò le vie di Milano con 
poca scorta, applaudito dalla gente che gli si assiepava 
intorno all’automobile: le fotografie documentano tutta 
questo. 

Eppure mancava poco alla fine. Quella fine sulla quale, 
ancora oggi, non si conosce la verità. 




























































































































































I soldati delle divisioni erano per la maggior parte 
elementi che i tedeschi avevano catturato all’otto 
settembre del 1943. Una certa aliquota si arruolò 
per disertare non appena arrivata in Italia; ma 
rappresentò, in pratica, una percentuale minima. 
Le divisioni dimostrarono di saper resistere sal¬ 
damente al richiamo della propaganda avversaria. 
















































% 

























































9 





Ingresso al campo della «Monterosa», la divisione alpina comandata dal Generale Cartoni. La divisione combattè poi in Garfagnana. 


Mussolini passa tra i reparti, ed assiste alle esercitazioni insieme a Graziani ed al seguito. Egli appare evidentemente soddisfatto. 








1 


■■■ ■ 












































Accompagna Mussolini nella sua visita in Germania 
Filippo Aniuso, ultimo nostro ambasciatore a Berlino. 
Anche le crocerossine italiane sono presenti nei lager, 
e salutano Mussolini, mentre le truppe si ammassano 
intorno al palco per ascoltare il discorso del Duce. 





























































4 











































13 

































































2 



































































Discorso agli ufficiali, nella baracca di un comando lager. Fotografìe scure, scattate con poca luce; emergono nel buio il volto scheletrito 
ed appassionato di Benito Mussolini, ed i visi assai intenti degli ascoltatori. Quanto lontana l’Italia; e quanto presenti le su3 passioni! 


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1 








































Nuova bandiera per le nuove divisioni. Sul bianco del tricolore, al posto dello stemma 
dei Savoia, l’aquila repubblicana ed il fascio; gli stessi emblemi della vecchia repub¬ 
blica romana di Mazzini e Garibaldi. Ma Garibaldi era ormai arruolato con i comu¬ 
nisti, e dava il suo nome alle bande di Longo, che nel Friuli si alleavano con Tito 
contro l’unità d’Italia. I soldati che ricevono da Mussolini queste bandiere scende¬ 
ranno fra poco verso la linea Gotica ad affiancarsi ai volontari della Repubblica. 


9 


































I soldati prendono in consegna U nuovo incolore, 
che Mussolini ha baciato prima di affidarlo alle lorc 
mani. Questa è finalmente una «sua» bandiera, 
senza stemmi, senza fregi che non siano fascisti 
monarchica del 1922 fu rifatta all’indietrc 


La svolta 






































21 













































































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Visita e discorso ai bersaglieri della divisione « Italia » • deL^forz*' 

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Visita e discorso ai bersaglieri della divisione « Italia ». Le figure di Mussolini e di Gra- 
ziani dettero a questi ragazzi la sensazione precisa della rinata unità delle forze 
armate nella R. S. I. e li convinsero che c’era ancora qualcosa per cui battersi. 


















































IL PROCESSO 
DI VERONA 

La sentenza contro i membri del Gran 
Consiglio rappresenta un elemento da 
cui il fascismo repubblicano non po¬ 
teva prescindere. Essa non può essere 
giudicata e valutata che con il metro 
dell’inesorabile logica rivoluzionaria. 


j 




In alto a sinistra: l’aula del processo in Castelvecchio,* sopra: i giudici (ilpresidente Vecchini si 
tiene il capo con le mani) ed il plotone d’esecuzione ; in basso a sinistra : Ciano durante il processo, 
nella luce allucinante del magnesio; in basso: la drammatica scena della fucilazione nel fossato. 













































J 




LA REPUBBLICA 

COMBATTE 


— 




Mentre le divisioni addestrate in Germania stanno per scen¬ 
dere in Italia, la Repubblica combatte con i volontari. La leva 
militare, disposta da Graziani, non dette i risultati sperati: ma 
il numero degli uomini accorsi spontaneamente superò di 
gran lunga le previsioni e permise di creare un esercito. 























































I PARTITIMI 

Sotto la spìnta della propaganda anglo-ameri¬ 
cana e comunista, nacquero i partigiani. Date 
le leggi vigenti, che ne consentono solo l’àpo¬ 
logìà, è impossibile all’elemento anche im¬ 
parziale, esaminare oggi il fenomeno storico. 


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Combattimenti sul fronte francese, dove le truppe della 
R.S.I. bloccarono l’infiltrazione delle tmppe ganlliste e 
marocc hin e evitando che si ripetesse in Piemonte guanto 
avvenne nelle disgraziate regioni del sud, ed impedendo ai 
francesi di accampare ulteriori diritti sul nostro territorio. 



















































1 


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29 







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E nascono anche le Brigate Nere, che riuniscono gli uomini 
del P.F.R. Queste tanto bistrattate Brigate Nere, che 
hanno fatto le spese della propaganda nemica e di cui si 
sono dimenticati oggi i morti, caduti molto spesso, non 
solo in rastrellamenti, ma al fronte, contro gli anglo-ame¬ 
ricani o i titini difendendo con valore la Patria comune. 













































J 





































31 



Nonostante la resistenza, le città cadono. Roma è occupata. La popolazione della Capitale, immemore del suo passato, si getta plaudente nelle 
braccia degli anglo-americani. È l’euforia del « pane bianco » ; una euforia destinata a durare ben pochi giorni, per lasciarne il passo alla 
corruzione, alla miseria ed alla servitù. È l’euforia che fu alimentata dai vari Calosso, ed oggi s’è trasformata in amaro risentimento. 

































32 





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Mussolini a Milano. La folla si stringe ancora intorno a lui, vuole ascoltare 

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33 









































33 




». che ... pece*».., che eep.v. p.h »è - F-**- 





























IL DISCORSO DEL LIRICO 



_ Camerati, cari camerati mi¬ 
lanesi, rinuncio ad ogni preambo¬ 
lo ed entro subito nel vivo della 
materia del mio discorso. 

A sedici mesi di distanza dalla 
tremenda data della resa a discre¬ 
zione imposta ed accettata secon¬ 
do la democratica e criminale for¬ 
mula, di Sasablanca, la valutazio¬ 
ne degli avvenimenti ci pone, an¬ 
cora una volta, queste domande: 

« Chi ha tradito? Chi ha subito 
c subisce le conseguenze del tra¬ 
dimento? ». Non si tratta, inten¬ 
diamoci bene, di un giudizio in 
sede di revisione storica e meno 
che mai, in qualsiasi guisa, giu¬ 
stificativo. . , - 

È stato tentato da qualcne fo¬ 
glio neutrale, ma noi lo respin¬ 
giamo nella maniera più catego¬ 
rica e per la sostanza e in secon¬ 
do luogo per la stessa fonte dalla 
quale proviene. 

Dunque chi ha tradito? La resa 
a discrezione annunciata set¬ 
tembre 1943 è stata voluta dalla 
monarchia, dai circoli di corte» 
dalle correnti plutocratiche della 
borghesia italiana, da talune for¬ 
ze clericali congiunte per 1 occa¬ 
sione a quelle massoniche, dagli 
stati maggiori che non credevano 
più alla vittoria e facevano capo 
a Badoglio. Sino al maggio, e 
precisamente il 15 maggio, 1 ex 
re nota in un suo diario — venuto 
recentemente in nostro possesso 
_che bisogna ormai « sganciar¬ 
si » dall r alleanza con la Germa¬ 
nia. Ordinatore della resa, senza 
l’ombra di un dubbio, l’ex re; e- 
secutore Badoglio. Ma per arriva¬ 
re all’8 settembre, bisognava ef¬ 
fettuare il 25 luglio, cioè realizza¬ 
re il colpo di Stato e il trapasso 
di regime. 

La giustificazione della resa, e 
cioè la impossibilità di più oltre 
continuare la guerra, veniva smen¬ 
tita quaranta giorni dopo, il li 
ottobre, con la dichiarazione di 
guerra alla Germania, dichiara¬ 
zione non soltanto simbolica, per¬ 
chè da allora cominciò una colla 
borazione — sia pure <^ re twjie 
e di lavoro — fra 1 Italia bado- 
gliana e gli «alleati»; mentre la 
flotta, costruita tutta dal Fasci¬ 
smo, passata al completo al ne¬ 
mico operava immediatamente 
con le flotte nemiche. Non pace, 
dunque, ma — attraverso la co¬ 
sidetta cobelligeranza — prose¬ 
cuzione della guerra; non pace, ma 
il territorio della Nazione conver¬ 
tito in un immenso campo di bat¬ 
taglia, il che significa in un im¬ 
menso campo di rovine. Non pa¬ 
ce, ma prevista partecipazione di 
navi e di truppe italiane alla guer¬ 
ra contro il Giappone. 

Ne consegue che chi ha subito 
le conseguenze del tradimento e 
soprattutto il popolo italiano. Si 
può affermare che nei confronti 
dell’alleato germanico U popolo 
italiano non ha tradito. Salvo ca¬ 
si sporadici, i reparti dell Eserci¬ 
to si sciolsero senza fare alcuna 
resistenza di fronte all’ordine di 
disarmo impartito dai comandi te¬ 
deschi. Molti reparti dello stesso 
Esercito dislocati fuori del terri¬ 
torio metropolitano, e dell Avia¬ 
zione si schierarono immediata¬ 
mente a lato delle forze tedesche 
— e si tratta di decine di migliaia 
di uomini; - tutte le formazioni 
della Milizia meno un battaglio¬ 
ne in Corsica passarono sino al¬ 
l’ultimo uomo coi tedeschi. 

fl piano cosidetto P. 44 — del 
quale si parlerà nell’imminente 
processo dei generali e che 
prevedeva l’immediato rovescia¬ 
mento del fronte come il re 
e Badoglio avevano preordinato -- 
non trovò alcuna applicazione da 
parte dei comandanti e C1 ò è pro¬ 
vato dal processo che nell Italia 
del Sud Bonomi viene intentando 
a un gruppo di generali che agli 
ordini contenuti in tale piano non 






.—— 


obbedirono. Lo stesso fecero i co¬ 
mandanti delle Armate schierate 
oltre frontiera. 

Tuttavia, se tali comandanti e- 
vitarono il peggio, cioè la estre¬ 
ma infamia che sarebbe consisti¬ 
ta nell’attaccare a tergo gli al¬ 
leati di tre anni, la loro condotta 
dal punto di vista nazionale e 
stata nefasta: essi dovevano, a- 
scoltando la voce della coscienza 
e deir onore, schierarsi armi e ba¬ 
gaglio dàlia parte dell alleato: a- 
vrebbero mantenuto le nostre po¬ 
sizioni territoriali e politiche; la 
nostra bandiera non sarebbe stata 
ammainata in terre dove tanto 
sangue italiano era stato sparso, 
le Armate avrebbero conservato 
la loro organica costituzione; si 
sarebbe evitato l’internamento 
coatto di centinaia di migliaia di 
soldati e le loro grandi sofferenze 
di natura soprattutto morale; non 
si sarebbe imposto all’alleato un 
sovraccarico di nuovi, ìmprevedu- 
ti compiti militari con conseguen¬ 
ze che influenzavano tutta la con¬ 
dotta strategica della guerra. 
Queste sono responsabilità speci¬ 
fiche nei confronti, soprattutto, 
del popolo italiano. 

Si deve tuttavia riconoscere che 
i tradimenti dell’estate 1944 eb¬ 
bero aspetti ancora piu obbro¬ 
briosi, poiché Romeni, Bulgari e 
Finnici, dopo avere anch’essi ìgno- 
miniosamente capitolato e uno ai 
essi, il Bulgaro, senza avere spa¬ 
rato un solo colpo di fucile, hanno 
nelle ventiquattro ore rovesciato 
il fronte ed hanno attaccato con 


tutte le forze mobilitate le unità 
tedesche, rendendone difficile e 
sanguinosa la ritirata. 

Qui il tradimento è stato per¬ 
fezionato nella più ripugnante si¬ 
gnificazione del termine. Il popolo 
italiano è, quindi, quello che — 
nel confronto — ha tradito in mi¬ 
sura minore e sofferto in misura 
che non esito a dire sovrumana. 
Non basta. 

Bisogna aggiungere che mentre 
una parte del popolo italiano ha 
accettato — per incoscienza o 
stanchezza — la resa, un altra 
parte si è immediatamente schie¬ 
rata a fianco della Germania. 

Sarà tempo di dire agli Ita¬ 
liani, ai camerati tedeschi e ai 
camerati giapponesi che l’apporto 
dato dall’Italia repubblicana alla 
causa comune dal settembre del 
1943 in poi — malgrado la tem¬ 
poranea riduzione del terri tori o 
della Repubblica — è di gran 
lunga superiore a quanto comu¬ 
nemente si crede. 

Non posso, per evidenti ragioni, 
scendere a dettagliare le cifre 
nelle quali si compendia 1 apporto 
complessivo — dal settore eco¬ 
nomico a quello militare dato 
dall’Italia. La nostra collabora¬ 
zione col Reich in soldati e ope¬ 
rai è rappresentata da questo nu¬ 
mero : si tratta alla data del 
30 settembre di ben 786 mila uo¬ 
mini. Tale dato è incontroverti- 
•bile perchè di fonte germanica. 
Bisogna aggiungervi gli ex in¬ 
ternati militari : cioè parecchie 
centinaia di migliaia di uomini 


immessi nel processo produttivo 
tedesco, e molte altre decine di 
migliaia di Italiani che già erano 
nel Reich ove andarono negli anni 
scorsi dall’Italia come liberi lavo¬ 
ratori nelle officine e nei campi. 
Davanti a questa documentazione 
gli Italiani che vivono nel tem- 
torio della Repubblica Sociale 
hanno il diritto — finalmente 
di alzare la fronte e di esigere 
che il loro sforzo sia equamente 
e cameratescamente valutato da 
tutti i componenti del Tripartito. 

Sono di ieri le dichiarazioni di 
Eden sulle perdite che la Gran 
Bretagna ha subito per difendere 
la Grecia. Durante tre anni 1 Italia 
ha inflitto colpi severissimi agli 
Inglesi ed ha, a sua volta, sop¬ 
portato sacrifici imponenti di bem 
e di sangue. Non basta. 

Nel 1945 la partecipazione del : 
l’Italia alla guerra avrà maggiori 
sviluppi,-attraverso il progressivo 
rafforzamento delle nostre orga¬ 
nizzazioni militari, affidate alla 
sicura fede e alla provata espe¬ 
rienza di quel soldato che rispon¬ 
de al nome del Maresciallo d'Ita¬ 
lia Rodolfo Graziani. 

Nel periodo tumultuoso di tran¬ 
sizione dell’autunno e inveirne 1943 
sorsero complessi militari piu o 
meno autonomi attorno a uomini 
che seppero col loro passato e il 
loro fascino di animatori racco¬ 
gliere i primi nuclei di combat¬ 
tenti. Ci furono gli arruolamenti 
a carattere individuale, arruola¬ 
menti di battaglioni, di reggi¬ 
menti, di specialità. Erano ì vec¬ 
chi comandanti* che suonavano la 
diana. E fu ottima iniziativa, so¬ 
prattutto morale. Ma la guerra 
moderna impone l’unità. Verso la 
unità si cammina. . 

Oso credere che gli Italiani di 
qualsiasi opinione saranno febei 
il giorno in cui tutte le forze ar¬ 
mate della Repubblica saranno 
raccolte in un solo organismo e 
ci sarà una sola polizia, l’uno e 
l’altra con articolazioni secondo 
le funzioni, entrambi intimamente 
viventi nel clima e nello spirito 
del Fascismo e della Repubblica, 
poiché in una guerra come 1 at¬ 
tuale che ha assunto un carattere 
di guerra « politica » la apoliticità 
è una parola vuota di senso ed 
in ogni caso superata. 

Un conto è la «politica», cioè 
l’adesione convinta e fanatica al¬ 
l’idea per cui si scende in campo, 
e un conto è un’attività politica, 
che il soldato, ligio al suo dovere 
e alla consegna, non ha nemmeno 
il tempo di esplicare poiché la 

F-a- _ j __ la nrpnfl- 


11 iciupu Ui --r 

sua politica deve essere la prepa¬ 
razione al combattimento e l e- 
sempio ai suoi gregari in ogni 
evento di pace e di guerra. 

Il giorno 15 settembre il Par¬ 
tito nazionale fascista diventa il 
Partito fascista repubblicano. Non 
mancarono allora elementi malati 
di opportunismo o forse in stato 
di confusione mentale, che si do¬ 
mandarono se non sarebbe stato 
più furbesco eliminare la parola 
« Fascismo », per mettere esclu¬ 
sivamente l’accento sulla parola 
« Repubblica ». Respinsi allora, 
come respingerei oggi, questo 
suggerimento inutile e vile. 

Sarebbe stato errore e viltà am¬ 
mainare la nostra bandiera, con¬ 
sacrata da tanto sangue, e fare 
passare quasi di contrabbando 
quelle idee che costituiscono oggi 
la parola d’ordine nella battaglia 
dei continenti. Trattandosi di un 
espediente, ne avrebbe avuto ì 
tratti e ci avrebbe squalificato di 
fronte agli avversari e soprat¬ 
tutto di fronte a noi stessi. 

Chiamandoci ancora e sempre 
fascisti, e consacrandoci alla cau¬ 
sa del Fascismo come dal 191“ 
ad oggi abbiamo fatto e conti¬ 
nueremo anche domani a fare, 
abbiamo dopo gli avvenimenti im¬ 
presso un nuovo indirizzo all’azio- 





























35 



ne e nel campo particolarmente 
politico e in quello sociale- Vera¬ 
mente più che di un nuovo indi¬ 
rizzo, bisognerebbe con maggiore 
esattezza dire : ritorno alle posi¬ 
zioni originarie. È documentato 
nella stoiia che il Fascismo fu 
sino al 1922 tendenzialmente re- 
pubblicano e sono stati illustrati 
i motivi per cui l’insurrezione del 
1922 risparmiò la monarchia. 

Dal punto di vista sociale, il 
programma del Fascismo repub¬ 
blicano non è che la logica con¬ 
tinuazione del programma del 
1919 : delle realizzazioni degli 
anni splendidi che vanno dalla 
Carta del Lavoro alla conquista 
dell’Impero. La natura non fa dei 
salti, nemmeno l’economia. 

Bisogna porre le basi con le 
leggi sindacali e gli organismi 
corporativi per compiere il passo 
ulteriore della socializzazione. Sin 
dalla prima seduta del Consiglio dei 
Ministri del 27 settembre. 1943 
veniva da me dichiarato che la 
« Repubblica sarebbe stata unita¬ 
ria nel campo politico e decen¬ 
trata in quello amministrativo e 
che avrebbe avuto un pronuncia¬ 
tissimo contenuto sociale, tale da 
risolvere la questione sociale al¬ 
meno nei suoi aspetti più stri¬ 
denti, tale cioè da stabilire il 
posto, la funzione, la responsa¬ 
bilità del lavoro in una società 
nazionale veramente moderna ». 

In quella stessa seduta io com¬ 
pii il primo gesto teso a realizzare 
la piu vasta possibile concordia 
nazionale, annunciando che il Go¬ 
verno escludeva misure di rigore 
contro gli elementi dell’antifa¬ 
scismo. 

Nel mese di ottobre fu da me 
elaborato e riveduto quello che 
nella storia politica italiana è il 
« Manifesto dì Verona » che fissa¬ 
va in alcuni punti abbastanza de¬ 
terminati il programma non tanto 
del Partito, quanto della Repub¬ 
blica. Cioè esattamente il 15 no¬ 
vembre, due mesi dopo la ricosti¬ 
tuzione del Partito fascista re- 
pubblicano, dopo un saluto ai Ca¬ 
duti per la Causa fascista e riaf¬ 
fermando come esigenza suprema 
la continuazione della lotta a 
fianco delle Potenze del Tripartito 
e la ricostruzione delle Forze Ar¬ 
mate, fissava i suoi diciotto punti 
programmatici. Vediamo ora ciò 
che è stato fatto, ciò che non è 
stato fatto e soprattutto perchè 
non è stato fatto. 


H « Manifesto » cominciava con 
l'esigere la convocazione della Co¬ 
stituente e ne fissava anche la 
composizione, in modo che — co¬ 
me si disse — « la Costituente 
fosse la sintesi di tutti i valori 
della Nazione ». 

Ora la Costituente non è stata 
convocata. Questo postulato non 
è stato sin qui realizzato e si può 
dire che sarà realizzato soltanto 
a guerra conclusa. Vi dico con la 
massima schiettezza che ho tro¬ 
vato superfluo convocare una Co¬ 
stituente quando il territorio delia 
Repubblica, dato lo sviluppo delle 
operazioni militari, non poteva in 
alcun modo considerarsi definitivo. 
Mi sembrava prematuro creare 
un vero e proprio Stato di diritto 
nella pienezza di tutti i suoi isti¬ 
tuti, quando non c’erano Forze 
Armate che lo sostenessero. Uno 
Stato che non dispone di Forze 
Armate è tutto, fuorché uno 
Stato. 

Fu detto nel « Manifesto » che 
nessun cittadino può essere trat¬ 
tenuto oltre i sette giorni senza 
un ordine dell’Autorità giudizia¬ 
ria. Ciò non è sempre accaduto. 
Le ragioni sono da ricercarsi nella 
pluralità degli organi di polizia 
nostri e alleati e nell’azione dei 
« fuori-legge » che hanno fatto 
scivolare questi problemi sul pia¬ 
no di guerra civile a base di rap¬ 
presaglie e di contro-rappresa¬ 
glie. Su taluni episodi si è scate¬ 
nata la speculazione dell’antifa¬ 
scismo, calcando le tinte e facen¬ 
do le solite generalizzazioni. Deb¬ 
bo dichiarare nel modo più espli¬ 
cito che taluni metodi mi ripu¬ 
gnano profondamente anche se 
episodici. Lo Stato, in quanto tale, 
non può adottare metodi che lo 
degradano. Da secoli si parla 
della legge del taglione. Ebbene, 
è una legge, non un arbitrio più 
o meno personale. 

Mazzini — l’inflessibile apostolo 
dell’idea repubblicana — mandò 
agii albori della Repubblica ro¬ 
mana del 1849 un commissario 
ad Ancona per insegnare ai gia¬ 
cobini che era lecito combattere 
i papalini; ma non ucciderli extra¬ 
legge, o prelevare — come si di¬ 
rebbe oggi — le argenterie dalle 
loro case. Chiunque lo faccia, spe¬ 
cie se per avventura avesse la 
tessera del Partito, merita dop¬ 
pia condanna. 

Nessuna severità è in tal caso 
eccessiva^ se si vuole che il Par¬ 


tito — come si legge nel « Mani¬ 
festo di Verona » — sia vera¬ 
mente « un ordine di combattenti 
e di credenti, un organismo di as¬ 
soluta purezza politica, degno di 
essere il custode dell’idea rivolu¬ 
zionaria ». Alta personificazione 
di questo tipo di fascista fu il 
camerata Resega, che ricordo 
oggi e ricordiamo tutti con pro¬ 
fonda emozione, nel primo anni¬ 
versario della sua fine dovuta a 
mano nemica. 

Poiché attraverso la costituzio¬ 
ne delle «Brigate Nere» il Par¬ 
tito sta divendo un « ordine di 
combattenti », il postulato di Ve¬ 
rona ha il carattere di un impe¬ 
gno dogmatico e sacro. Nello stes¬ 
so articolo 5, stabilendo che per 
nessun impiego o incarico viene 
richiesta la tessera del Partito, 
si dava soluzione al problema che 
chiamerò di collaborazione di altri 
elementi sul piano della Repub¬ 
blica. Nel mio telegramma in data 
10 marzo XXIII ai Capi delle pro- 
vincie, tale formula veniva ripre¬ 
sa e meglio precisata. Con ciò 
ogni discussione sul problema 
della pluralità dei partiti appare 
del tutto inattuale. 

In sede storica — nelle varie 
forme in cui la Repubblica come 
Istituto politico trova presso i 
differenti popoli la sua estrinse¬ 
cazione — vi sono molte Repub¬ 
bliche di tipo totalitario, quindi 
con un solo partito. Non citerò 
la totalitaria di esse, quella dei 
Sovieti, ma ricorderò una che 
gode le simpatie dei sommi bonzi 
del vangelo democratico: la Re¬ 
pubblica turca, che poggia su un 
solo partito: quello del popolo, e 
su una sola organizzazione giova¬ 
nile : quella dei « focolari del po¬ 
polo ». 

A un dato momento della evo¬ 
luzione storica italiana può essere 
feconda di risultati — accanto al 
Partito unico e cioè responsabile 
della direzione globale dello Stato 

— la presenza di altri gruppi, che, 
come dice all’articolo 3 il « Ma¬ 
nifesto di Verona », esercitino il 
diritto di controllo e di respon¬ 
sabile critica sugli atti della pub¬ 
blica amministrazione. Gruppi che 

— partendo dall’accettazione leale, 
integrale e senza riserve del tri¬ 
nomio « Italia, Repubblica, So¬ 
cializzazione » — abbiano la re¬ 
sponsabilità di esaminare i prov¬ 
vedimenti del Governo e degli 
enti locali, di controllare i me¬ 


todi di applicazione dei provve¬ 
dimenti stessi e le persone che 
sono investite di cariche pubbli¬ 
che e che devono rispondere al 
cittadino, nella sua qualità di 
soldato - lavoratore contribuente, 
del loro operato. 

L’Assemblea di Verona fissava 
al n. 8 i suoi postulati di politica 
estera. Veniva solennemente di¬ 
chiarato che il fine essenziale 
della politica estera della Repub¬ 
blica è « l’unità, l’indipendenza, 
l’integrità territoriale della Pa¬ 
tria nei termini marittimi e alpini 
segnati dalla natura, dal sacri¬ 
ficio di sangue e dalla storia ». 

Quanto all’unità territoriale io 
mi rifiuto — conoscendo la Sici- 
cia e i fratelli siciliani — di pren¬ 
dere sul serio i cosidetti conati 
separatistici di spregevoli merce¬ 
nari del nemico. Può darsi che 
questo separatismo abbia un altro 
motivo: che i fratelli siciliani vo¬ 
gliano separarsi dall’Italia di Bo- 
nomi per ricongiungersi con l’Ita¬ 
lia repubblicana. 

È mia profonda convinzione 
che __ al di là di tutte le lotte 
e liquidato il criminoso fenomeno 
dei fuori-legge — la unità mo¬ 
rale degli italiani di domani sarà 
infinitamente più forte di quella 
di ieri perchè cementata da ecce¬ 
zionali sofferenze che non hanno 
risparmiato una sola famiglia. E 
quando attraverso l’unità morale 
l’anima di un popolo è salva, è 
salva anche la integrità territo¬ 
riale e la sua indipendenza poli¬ 
tica. 

A questo punto occorre dire 
ima parola sull’Europa e relativo 
concetto. Non mi attardo a do¬ 
mandarmi che cosa è questa Eu¬ 
ropa, dove comincia e dove finisce 
dal punto di vista geografico, sto¬ 
rico, morale, economico; nè mi 
chiedo se, oggi, un tentativo di 
unificazione abbia migliore suc¬ 
cesso dei precedenti. Ciò mi por¬ 
terebbe troppo lontano. Mi limito 
a dire che la costituzione di una 
comunità europea è auspicabile, 
in forma esplicita che noi non ci 
sentiamo Italiani in quanto euro¬ 
pei, ma ci sentiamo europei in 
quanto Italiani. La distinzione 
non è sottile, ma fondamentale. 

Come la Nazione è la risultante 
di milioni di famiglie che hanno 
una fisionomia propria anche se 
posseggono il comune denomina¬ 
tore nazionale, così nella comunità 
europea ogni nazione dovrebbe 


















entrare come un'entità ben defi¬ 
nita, onde evitare che la comu¬ 
nità stessa naufraghi nell’inter- 
nazionalismo di marca socialista 
o vegeti nel generico ed equivoco 
cosmopolitismo di marca giudaica 
e massonica! 

Mentre taluni punti del pro¬ 
gramma di Verona sono stati 
« scavalcati » dalla successione 
degli eventi militari, realizzazioni 
più concrete sono state attuate 
nel campo economico-sociale. 

Qui la innovazione ha aspetti 
radicali. I punti undici, dodici e 
tredici sono fondamentali. Preci¬ 
dati nella « Premessa alla nuova 
struttura economica della Nazio¬ 
ne » essi hanno trovato nella leg¬ 
ge sulla socializzazione la loro 
pratica applicazione. L'interesse 
suscitato nel mondo è stato vera¬ 
mente grande e oggi, dovunque, 
anche nell'Italia dominata e tor¬ 
turata -dagli Anglo - Americani, 
ogni programma politico contiene 
il postulato della socializzazione. 

Gli operai, dapprima alquanto 
scettici, ne hanno poi compreso 
l’importanza. La sua effettiva rea¬ 
lizzazione è in corso. Il ritmo di 
ciò sarebbe stato più rapido in 
altri tempi. Ma il seme è gettato. 
Qualunque cosa accada questo se¬ 
me è destinato a germogliare. È 
il principio che inaugura quello 
che otto anni or sono, qui a Mi¬ 
lano, di fronte a cinquecentomila 
persone acclamanti, vaticinai « se¬ 
colo del lavoro » nel quale il 
lavoratore esce dalla condizione 
economico-morale di salariato per 
assumere quella di produttore, di¬ 
rettamente interessato agli svi¬ 
luppi dell’economia e del benes¬ 
sere della Nazione. 

La socializzazione fascista è la 
soluzione logica e razionale che 
evita da un lato la burocratizza¬ 
zione dell’economia attraverso il 
totalitarismo di Stato e supera 
dall’altro l’individualismo dell’e¬ 
conomia liberale che fu un effi¬ 
cace strumento di progresso agli 
esordi dell’economia capitalistica, 
ma oggi è da considerarsi non più 
in fase con le nuove esigenze di 
carattere « sociale » delle comu¬ 
nità nazionali. 

Attraverso la socializzazione i 
migliori elementi tratti dalle ca¬ 
tegorie lavoratrici faranno le loro 
prove. Io sono deciso a prose¬ 
guire in questa direzione. 

Due settori ho affidato alle ca- 
' tegorie operaie: quello delle am¬ 


ministrazioni locali e quello ali¬ 
mentare. Tali settori, importan¬ 
tissimi specie nelle circostanze 
attuali, sono oramai compieta- 
mente nelle mani degli operai. 
Essi devono mostrare e spero mo- 
strerenno la loro preparazione spe¬ 
cifica e la loro coscienza civica. 

Come vedete, qualche cosa si è 
fatto durante questi dodici mesi, 
in mezzo a difficoltà incredibili 
e crescenti, dovute alle circostan¬ 
ze obiettive della guerra e alla 
opposizione sorda degli elementi 
venduti al nemico e all’abulia mo¬ 
rale che gli avvenimenti hanno 
provocato in molti strati del po¬ 
polo. 

In questi ultimissimi tempi la 
situazione è migliorata. Gli atten¬ 
disti, coloro cioè che aspettavano 
gli Anglo-Americani, sono in di¬ 
minuzione. Ciò che accade nel¬ 
l’Italia di Bonomi li ha delusi. 
Tutto ciò che gli Anglo-Ameri¬ 
cani promisero si è appalesato un 
miserabile espediente propagandi¬ 
stico. 

Credo di essere nel vero se af¬ 
fermo che le popolazioni della 
Valle del Po, non solo non desi¬ 
derano, ma deprecano l’arrivo 
degli Anglosassoni, non vogliono 
saperne di un governo che pur 
avendo alla vice-presidenza un 
Togliatti riporterebbe al nord le 
forze reazionarie, plutocratiche e 
dinastiche, queste ultime ormai 
palesemente protette dail’Inghil- 
terra. 

Quanto ridicolo in quei repubbli¬ 
cani che non vogliono la Repub¬ 
blica perchè proclamata da Mus¬ 
solini e potrebbero soggiacere alla 
monarchia voluta da Churchill! Il 
che_ dimostra in maniera irrefu¬ 
tabile che la monarchia dei Sa¬ 
voia serve la politica della Gran 
Bretagna, non quella dell’Italia! 

Non c’è dubbio che la caduta 
di Roma è una data culminante 
nella storia della guerra. Il vene¬ 
rale Alexander stesso ha dichia¬ 
rato che era necessaria alla vi¬ 
gilia dello sbarco in Francia una 
vittoria che fosse legata ad un 
grande nome — e non è nome 
più grande e universale di Roma; 
— che fosse creata, quindi, una 
incoraggiante atmosfera. 

Difatti, gli Anglo - Americani 
entrano in Roma il 5 giugno; al¬ 
l’indomani, 6, i primi reparti « al¬ 
leati » sbarcano sulla costa di 
Normandia, tra i fiumi Vire e 
Orne. I mesi successivi sono stati 


veramente duri, su tutti i fronti 
dove' i soldati del Reich erano e 
sono impegnati. 

La Germania ha schierato in 
linea tutte le riserve umane, con 
la mobilitazione totale affidata a 
Goebbels e con la creazione della 
Volkssturm. Solo un popolo come 
il germanico schierato attorno al 
Fiihrer poteva reggere a tale 
enorme pressione, solo un eser¬ 
cito come quello nazionalsociali¬ 
sta poteva superare la crisi del 
20 luglio e continuare a battersi 
ai quattro punti cardinali con ec¬ 
cezionale tenacia e valore secondo 
le stesse testimonianze del ne¬ 
mico. 

Vi è stato un periodo in cui la 
conquista di Parigi e Bruxelles, 
la resa a discrezione della Roma¬ 
nia, della Finlandia, della Bulga¬ 
ria, hanno dato motivo a un mo¬ 
vimento euforico tale che — se¬ 
condo corrispondenze giornalisti- 
che — si riteneva che il prossimo 
Natale la guerra sarebbe stata 
finita, con l’entrata trionfale degli 
< alleati» a Berlino. 

Nel periodo di tale euforia ve¬ 
nivano svalutate e dileggiate le 
nuove armi tedesche, impropria¬ 
mente chiamate « segrete ». Molti 
hanno creduto che grazie all’im¬ 
piego di tali armi, a un certo 
punto — premendo un bottone — 
la guerra sarebbe finita di col¬ 
po : questo miracolismo è ingenuo 
quando non sia doloso. Non si 
tratta di armi segrete, ma di 
« armi nuove » che — è lapalis¬ 
siano il dirlo — sono segrete sino 
a quando non vengono impiegate 
in combattimento; che tali armi 
esistano lo sanno per amara con¬ 
statazione gli Inglesi; che le ori- 
me saranno seguite da altre, lo 
posso con cognizione di causa 
affermare; che esse siano tali da 
ristabilire in un primo tempo l’e¬ 
quilibrio e successivamente la ri¬ 
presa della iniziativa in mani ger¬ 
maniche è nel limite delle umane 
previsioni quasi sicuro e anche 
non lontano. 

Niente di più comprensibile 
delle impazienze, dopo cinque an¬ 
ni di guerra, ma si tratta di or¬ 
digni nei quali scienza, tecnica, 
esperienza, addestramento di sin¬ 
goli e di reparti devono proce¬ 
dere di conserva. Certo è che la 
serie delle sorprese non è finita; 
e che migliaia di scienziati ger¬ 
manici lavorano giorno e notte per 
aumentare il potenziale bellico 


della Germania. 

Nel frattempo la resistenza te¬ 
desca diventa sempre più forte e 
molte illusioni coltivate dalla pro¬ 
paganda nemica sono cadute. Nes¬ 
suna incrinatura nel morale del 
popolo tedesco, pienamente con¬ 
sapevole che è in gioco la sua 
esistenza fisica e il suo futuro co¬ 
me razza; nessun accenno di ri¬ 
volta e nemmeno di agitazione 
fra i milioni e milioni di lavora¬ 
tori stranieri, malgrado gli in¬ 
sistenti appelli e proclami del ge¬ 
neralissimo americano; e indice 
eloquentissimo dello spirito della 
Nazione è la percentuale dei vo¬ 
lontari dell’ultima leva che rag¬ 
giunge la quasi totalità della clas¬ 
se. La Germania è in grado di 
resistere e di determinare il fal¬ 
limento dei piani nemici. 

Minimizzare la perdita di ter¬ 
ritori, conquistati e tenuti a prez¬ 
zo di sangue, non è una tattica 
intelligente, ma lo scopo della 
guerra non è la conquista o la 
conservazione dei territori bensì 
la distruzione delle forze nemi¬ 
che, cioè la resa e quindi la ces¬ 
sazione delle ostilità. 

Ora le Forze armate tedesche 
non solo non sono distrutte, ma 
sono in una fase di crescente* svi¬ 
luppo e potenza. Se si prende in 
esame la situazione dal punto di 
vista politico, sono maturati — 
in questo ultimo periodo del 1944 
— eventi e stati d’animo interes¬ 
santi. 

Pur non esagerando, si può os¬ 
servare che la situazione politica 
non è oggi favorevole agli « al¬ 
leati ». Prima di tutto in America, 
come in Inghilterra, ci sono cor¬ 
renti contrarie alla richiesta di 
resa a discrezione. La formula di 
Casablanca significa la morte di 
milioni di giovani, poiché pro¬ 
lunga indefinitivamente la guerra : 
popoli come il tedesco e il giap¬ 
ponese non si consegneranno mai 
mani e piedi legati al nemico, il 
quale non nasconde i suoi piani 
di totale annientamento dei Paesi 
del Tripartito. 

Ecco perchè Churchill ha do¬ 
vuto sottoporre a doccia fredda 
i suoi connazionali surriscaldati 
e prorogare la fine del conflitto 
all’estate del 1945 per l’Europa 
e al 1947 per il Giappone. 

Un giorno un ambasciatore so¬ 
vietico a Roma, Potemkin, mi dis¬ 
se : « la prima guerra mondiate 
bolscevizzò la Russia, la seconda 



























37 



bolscevizzerà l’Europa». Questa 
profezia non si avvererà, ma se 
ciò accadesse, anche questa re¬ 
sponsabilità ricadrebbe in primo 
luogo sulla Gran Bretagna. 

Politicamente Albione è già 
sconfitta. Gli eserciti russi sono 
sulla Vistola e sul Danubio: cioè 
a metà dell’Europa. I partiti co¬ 
munisti, cioè i partiti che agisco¬ 
no al soldo e secondo gli ordini 
del Maresciallo Stalin, sono par¬ 
zialmente al potere nei Paesi del¬ 
l'occidente. 

Che cosa significhi la « libera¬ 
zione », nel Belgio, in Italia, in 
Grecia, lo dicono le cronache 
odierne. Miseria, disperazione, 
guei*ra civile. I « liberati » greci 
che sparano sui « liberatori » in¬ 
glesi non sono che i comunisti 
russi che sparano sui conserva- 
tori britannici. 

Davanti a questo panorama, ia 
politica inglese è corsa ai ripari. 
In primo luogo liquidando in ma¬ 
niera drastica o sanguinosa, co¬ 
me ad Atene, i movimenti parti¬ 
giani, i quali sono l’ala marciante 
e combattente delle sinistre estre¬ 
me, cioè del bolscevismo; in se¬ 
condo luogo appoggiando le for¬ 
ze democratiche, anche accentua¬ 
te, ma rifuggenti dal totalitarismo 
che trova la sua eccelsa espres¬ 
sione nella Russia dei Sovieti. 

Churchill ha inalberato il ves¬ 
sillo anti-comunista in termini 
categorici nel suo ultimo discorso 
alla Camera dei Comuni, ma que¬ 
sto non può fare piacere a Stalin. 
La Gran Bretagna vuole riser¬ 
varsi come zone d'influenza della 
democrazia l’Europa occidentale, 
che non dovrebbe essere contami¬ 
nata, in alcun caso, dal comu¬ 
niSmo. 

Ma questa « fronda » di Chur¬ 
chill non può andare oltre a un 
certo segno, altrimenti il grande 
Maresciallo del Cremlino potreb¬ 
be adombrarsi. Churchill voleva 
che la zona d’influenza riservata 
alla democrazia nell’Occidente eu¬ 
ropeo fosse sussidiata da un patto 
tra Francia, Inghilterra, Belgio, 
Olanda, Norvegia, in funzione 
anti-tedesca prima, eventualmen¬ 
te in funzione anti-russa poi. 

Gli accordi Stalin-De Gaulle 
hanno soffocato nel germe que¬ 
sta idea, che era stata avanzata 
— su istruzioni di Londra — dal 
belga Spaak. Il gioco è fallito e 
Churchill deve — per dirla all’in¬ 
glese — mangiarsi il cappello e 


— pensando all’entrata dei Russi 
nel Mediterraneo e alla pressione 
russa nell’Iran — deve doman¬ 
darsi se la politica di Casablanca 
non sia stata veramente per la 
« vecchia povera Inghilterra » una 
politica fallimentare. 

Premuta dai due colossi mili¬ 
tari dell’Occidente e dell’Oriento, 
dagli insolenti insaziabili cugini 
di altre oceano e dagli inesauri¬ 
bili euro-asiatici, la Gran Breta¬ 
gna vede in gioco e in pericolo 
il suo avvenire imperiale, cioè il 
suo destino. Che i rapporti « po¬ 
litici » tra gli « alleati » non sia¬ 
no dei migliori lo dimostra la 
faticosa preparazione del nuovo 
convegno a tre. 

Parliamo ora del lontano e vi¬ 
cino Giappone. Più che certo è 
dogmatico che l’impero del sole 
levante non piegherà mai e si 
batterà sino alla vittoria. In que¬ 
sti ultimi mesi le armi nipponiche 
sono state coronate da grandi 
successi. Le unità dello strombaz- 
zatissimo sbarco nell’isola di Leyte 

— una delle molte centinaia di 
ìsole che formano r Arcipelago 
delle Filippine — sbarco fatto a 
semplice scopo elettorale — sono, 
dopo due mesi, quasi al punto di 
prima. 

Che cosa sia la volontà e l’a¬ 
nima del Giappone è dimostrato 
dai volontari della morte. Non 
sono decine, sono decine di mi¬ 
gliaia di giovani che hanno come 
consegna questa : « Ogni apparec¬ 
chio una nave nemica ». E lo pro¬ 
vano. Davanti a questa sovruma¬ 
namente eroica decisione, si com¬ 
prende l’atteggiamento di taluni 
circoli americani, che si doman¬ 
dano se non sarebbe stato me¬ 
glio per gli Statunitensi che Roo¬ 
sevelt avesse tenuto fede alla pro¬ 
messa da lui fatta alle madri 
americane che nessun soldato sa¬ 
rebbe andato a combattere e a 
morire oltremare. Egli ha men¬ 
tito, come è nel costume di tutte 
le democrazie. 

È per noi, Italiani della Repub¬ 
blica, motivo di orgoglio avere 
a fianco come camerati fedeli e 
comprensivi i soldati, i marinai, 
gli aviatori del Tenno che colle 
loro gesta s’impongono all'ammi¬ 
razione del mondo. 

Ora io vi domando: la buona 
semente degli italiani, degli ita¬ 
liani sani — i migliori — che 
considerano la morte per la Pa¬ 
tria come l’eternità della vita, 


sarebbe dunque spenta? Ebbene, 
nella guerra scorsa non vi fu un 
aviatore che, non riuscendo ad 
abbattere con le armi l’aeroplano 
nemico, vi si precipitò contro, ca¬ 
dendo insieme a lui? Non ricor¬ 
date voi questo nome? Era un 
umile sergente : Dall’Oro. 

Nel 1935, quando l’Inghilterra 
voleva soffocarci nel nostro mare 
e io raccolsi il suo guanto di sfi¬ 
da e feci passare ben quattrocen- 
tomila legionari sotto le navi di 
Sua Maestà britannica, ancorate 
nei porti del Mediterraneo, allora 
si costituirono in Italia, a Roma, 
le squadriglie della morte. Vi 
devo dire, per la verità, che il 
primo della lista era il coman¬ 
dante delle forze aeree. "Ebbene, 
se domani fosse necessario rico¬ 
struire queste squadriglie, se fos¬ 
se necessario mostrare che nelle 
nostre vene circola ancora il san¬ 
gue dei legionari di Roma, il mio 
appello alla Nazione cadrebbe 
forse nel vuoto? 

Noi vogliamo difendere, con le 
unghie e coi denti, la Valle del 
Po; noi vogliamo che la Valle 
del Po resti repubblicana in at¬ 
tesa che tutta l’Italia sia repub¬ 
blicana. 

Il giorno in cui tutta la Valle 
del Po fosse contaminata dal ne¬ 
mico, il destino della intera Na¬ 
zione sarebbe compromesso; ma 
io sento, io vedo, che domani sor¬ 
gerebbe una forma di organizza¬ 
zione irresistibile ed armata che 
renderebbe praticamente la vita 
impossibile agli invasori. Faremo 
una sola Atene di tutta la Valle 
del Po. 

Da quanto vi ho detto balza 
evidente che non solo la coali¬ 
zione nemica non ha vinto, ma 
che non vincerà. 

La mostruosa alleanza fra plu¬ 
tocrazia e bolscevismo ha potuto 
perpetrare la sua guerra barba¬ 
rica come la esecuzione di un 
enorme delitto che ha colpito 
folle di innocenti e distrutto ciò 
che la civiltà europea aveva crea¬ 
to in venti secoli. Ma non riu¬ 
scirà ad annientare con la sua 
tenebra lo spirito eterno che tali 
monumenti innalzò. La nostra 
fede assoluta nella vittoria non 
poggia su motivi di carattere sog¬ 
gettivo o sentimentale, ma su ele¬ 
menti positivi e determinanti. Se 
dubitassimo della nostra vittoria, 
dovremmo dubitare dell’esistenza 
di Colui che regola, secondo giu¬ 


stizia, le sorti degli uomini. 

Quando noi come soldati deJia 
Repubblica riprenderemo contatto 
con gli Italiani di oltre Appen¬ 
nino, avremo la grata sorpresa 
di trovare più Fascismo di quan¬ 
to ne abbiamo lasciato. La delu¬ 
sione, la miseria, l’abbiezione po¬ 
litica e morale esplode non solo 
nella vecchia frase : « si stava 

meglio », con quel che segue; ma 
nella rivolta che a Palermo, a Ca¬ 
tania, a Otranto, a Roma stessa, 
serpeggia in ogni parte dell’Italia 
« liberata ». 

Il popolo italiano al sud del- 
l’Appennino ha l’animo pieno di 
cocenti nostalgie. L’oppressione 
nemica da una parte e la perse¬ 
cuzione bestiale del governo dal¬ 
l’altra non fanno che dare ali-! 
mento al movimento del Fasci¬ 
smo. L’impresa di cancellarne i 
simboli esteriori fu facile; quella 
di sopprimere l’idea, impossibile. 

I sei partiti antifascisti si af¬ 
fannano a proclamare che il Fa¬ 
scismo è morto, perchè lo sentono 
vìvo. Milioni di Italiani confron¬ 
tano ieri e oggi; ieri, quando la 
bandiera della Patria sventolava 
dalle Alpi all'Equatore somalo e 
l’Italiano era uno dei popoli più 
rispettati della terra. 

Non v’è Italiano che non senta 
balzare il cuore nel petto nell’u¬ 
dire un nome africano, il suono 
di un inno che accompagnò le 
Legioni dal Mediterraneor al Mar 
Rosso, alla vista di un casco co¬ 
loniale. Sono milioni di Italiani 
che dal 1929 ai 1939 hanno vis¬ 
suto quella che si può definire 
l’epopea della Patria. Questi Ita¬ 
liani esistono ancora, soffrono e 
credono ancora e sono disposti a 
serrare i ranghi per riprendere a 
marciare alla riconquista di quan¬ 
to fu perduto ed è oggi presi¬ 
diato fra le dune libiche e le 
ambe etiopiche da migliaia e mi¬ 
gliaia di Caduti, il fiore di innu¬ 
merevoli famiglie italiane che 
non hanno dimenticato, nè Tes¬ 
sono dimenticare. 

Già si notano i segni annuncia¬ 
tori della ripresa, qui, soprattutto 
in questa Milano antesignana e 
condottiera, che il nemico ha sel¬ 
vaggiamente colpito ma non ha 
minimamente piegato. 

Camerati, cari camerati mila¬ 
nesi! 

È Milano che deve dare e dà 
gli uomini, le armi, la volontà e 
il segnale della riscossa! 



















1 







r 



































39 



















1 



_ 


















































42 






































































Le manifestazioni di Milano dettero a molti 
l’impressione che il tempo fosse brusca¬ 
mente tornato all’indietro. Ma nei volti degli 
uomini, nelle espressioni tese dei soldati 
inquadrati fra le autoblinde, c’era, eviden¬ 
tissima, incancellabile, l’impronta della 

► 

guerra civile. La piccola a mascotte » che 
marcia tra le fila dei soldati, e sorride, dovrà 
assistere, fra pochi mesi, ad uno orrendo 
spettacelo della storia contemporanea. 


































































































47 



— 


—i 



Ancora aiscorsi, e folla che si pigia 
entusiasta intorno alla grande auto¬ 
mobile mimetizzata di Mussolini. 




























































Discorso alle ausiliarie. Mussolini rievoca 
la giornata del 18 novembre 1935, e dice: 
(( Fu quella che si chiama da allora e si 
chiamerà sempre la “ Giornata della fede ”, 
gesto spontaneo di tutte le donne italiane, 
che veramente in quel giorno emularono le 
donne di Roma antica. Il popolo italiano 
resistè, combattè, vinse ed alla fine ebbe 
ragione della coalizione nemica. Io sono 
sicuro che voi, o camerate ausili arie, terrete 
fede in ogni circostanza e con animo pu- 
rissimo al giuramento che oggi avete pre¬ 
stato, e ricordate: non lo avete prestato 
a me, ma lo avete prestato all* Italia ». 



































































































































■ I 

































































































































































Mussolini e Graziarvi, 
segniti dal Comandante 
Enzo Grossi, passano in 
rassegna le Ausiliari© 
riunite a Milano. 








.*__ 


J 





















































































60 






















































Mussolini in Garfagnana, nell'Inverno del 1944-1945, in visita alle linee tenute dalle divisioni. Sotto: un alpino della «Divisione Monterosa». 







































L A 


S E 


Qui .i ■* »•»*» -'SI ££i'SSS 

SS^e sToS^ U «™io^ foStoe iLa propaganda comunista (IWca in sostanza, Ha * ri ' 

fanno poi gli uomini di tutte le pàrti)r * ^ 4 w si nll A esaminare con animo indifferente 

Abbiamo compiuto il coatto lavoro con .yacente tn atqm ; »« »dolore ciò che ern¬ 
ia marcia verso la grandezza del proprio Paese, ed fl^mollo, non si può ncor, evinti che in questo 

vaino, considerando quello che siamo. Ep pure, , . j nostra forza. Perchè solo compiendo 

passato, e soprattutto nella libera accettatone di quello chefu, siala nostra xoma. m^rtà, di ieri 

Sn gesto di tS genere, gli italiani rivendicheranno, ^^J^n^ ^^stes^K^ne 

e di domani, a reggersi, nel modo che sembrerà piu ^ ? CO me si conviene a chi non voleva com- 

Ci auguriamo di essere stati il più possiate fedeli ed «mettivi, ””f „" " n ^ ” r f ra di domani. Quando 
piere Spera apolitica o di pari, ma soie lunule °u decmue uto per 1 f 1 rt °» , d e t .,, di far luce su 

i tempi saranno piu sereni, questo nostro lavoro_P . . , u materiale più eloquente e moderne : la 

”,«££a d ° ^«"rits^e.' SSZZ? £Tta mùta’sarù talmente raggiunta. 













































AVVISIAMO I NOSTRI LETTORI CHE NELLA 
PROSSIMA SETTIMANA USCIRÀ UN ULTIMO 
FASCICOLO DI 64 PAGINE, CONTENENTE 
LA PIÙ COMPLETA DOCUMENTAZIONE FIN QUI 
APPARSA SULLE STRAGI DELL’APRILE 1945. 
IL FASCICOLO COSTERÀ DUECENTO LIRE 

È IMMINENTE LA PUBBLICAZIONE IN VOLUME 
DELLA NOSTRA RACCOLTA. I VENTI FASCICOLI 
(DI CUI TRE DOPPI) PER COMPLESSIVE OLTRE 
700 PAGINE (CIRCA 2.500 FOTOGRAFIE) RILEGATI, 
IN VENDITA PER LIRE 3.000 - INVIARE SUBITO LE 
PRENOTAZIONI AGLI INDIRIZZI DI VIA CERVA 40 - 
MILANO, E VIA DEL CORSO 117 - ROMA 

AVVERTIAMO INFINE I LETTORI CHE PER ALCUNI 
NUMERI COMINCIANO AD ESSERE ESAURITE LE 
COPIE, E PERTANTO GLI INTERESSATI DEBBONO 
RICHIEDERCI AL PIÙ PRESTO GLI ARRETRATI 


T MERIDIANO DITALI* ILLUSTRATO 


I MERIDIANO DITALI A IL LUSTRATO 

,i. Tl ! .. mi . ■ 7 -jbs; ^^ • i. 


-ALIA ILLUSTRATO 


MUSSOLINI 





































































































04 pagine - oltre IO© fotografie - L. 300 


TTIMAN A LE - ANNO II - N° 21 


CARLO BORSAN1 































I a conclusione della guerra civile, 

™ nell’aprile del 1945, resterà se¬ 
gnata per sempre nella storia italiana 
dal ricordo della più efferata e per 
molti versi inutile strage dei nostri 
tempi. Mentre le formazioni fasciste si 
arrendevano, gli eserciti anglo-ameri¬ 
cani procedevano prudentemente in 
avanti dalla linea del Po, e le forma¬ 
zioni partigiane si dedicavano per al¬ 
cune giornate, in piena libertà, alla 
eliminazione in massa degli avversari. 
Difficile, se non impossibile, stabilire 
oggi se quel ritardo nella avanzata 
delle truppe anglo-americane sia stato 
voluto e deciso allo scopo di facilitare 
questo macabro lavoro. 

Nè, d’altra parte, simili discussioni 
hanno grande importanza, rappresen¬ 
tando esse soltanto un aspetto della 
discussione generale sulle responsabi¬ 
lità della guerra, e sull’errore anglo- 
americano di aver appoggiato, per mo¬ 
tivi puramente imperialistici, le forze 
disgregatrici del comuniSmo . Quello 
che ci interessa, è piuttosto vedere 
quali furono, in Italia, i motivi deter¬ 
minanti della strage. 

Ora, se si esaminano i documenti, i 


R 2M j. plr. 2 27 

OGGETTO* Costituitone e funzionamento 
Tribunali di Guerra 


IL MOTIVO 

DELLA 

STRAGE 


H a nn o collaborato alla redazione del 
presente fascicolo: 

ENRICO DE BOCCARD, UGO FRAN- 
ZOLIN, GIORGIO PISANÒ, MARIO 
M. RAVENNA, MARIO TEDESCHI. 


discorsi e le decisioni dei capi comu¬ 
nisti italiani dal 1944 al 1945, si vede 
subito come il P.C.I., in quell’epoca, 
sia stato il solo partito dotato dì una 
linea d’indirizzo chiara, precisa e con¬ 
seguente. Questa linea era sintetizzata 
nella esigenza : eliminare il fascismo 


dalla storia. Eliminarlo con la diffa¬ 
mazione sistematica; eliminarlo con la 
sconfitta; eliminarlo con la uccisione 
della sua classe dirigente e con l’epu¬ 
razione. 

I comunisti italiani non si preoccu¬ 
pavano di trovare esecutori per questo 
lavoro; avevano bisogno, però, di sen¬ 
tirsi circondati da una atmosfera di 
solidarietà, e gli altri partiti antifa¬ 
scisti furono tanto velenosamente e 
faziosamente cretini da aiutarli, senza 
comprendere che un tal piano signi¬ 
ficava la eliminazione e la incrimina¬ 
zione dell’intera classe dirigente ita¬ 
liana (non solo fascista) dalla prima j 
guerra mondiale in avanti. 

Ancora pochi numericamente (quan¬ 
do Togliatti giunse a Napoli nel 1944, 
il partito comunista italiano contava 
sì e no quarantamila iscritti ), i comu¬ 
nisti erano però sorretti da una tecnica I 
precisa dell’azione, e da una visione lim¬ 
pidissima degli obiettivi. Essi si preoc¬ 
cuparono perciò di assumere il controllo 
diretto della guerra partigiana, e vi 
riuscirono, visto che, come è noto, nel 
Comitato di Liberazione Nazionale Alta 
Italia il generale Cadorna non fece mai 
altro che ratificare le decisioni di Longo, 
appoggiato, in quell’epoca, da Ferruccio 
Parri e dagli altri del partito d’azione. 
Vero è, del resto, che la maggior parte 
delle brigate era comunista, che i nuclei 
partigiani più combattivi erano comu¬ 
nisti, e che tutta la desistenza”, in¬ 
somma, aveva caratteristiche precisa- 
mente comuniste. 

Al momento della resa, Longo non 
ebbe, perciò, che da mettere in moto 
la macchina preparata da lungo tempo. 

Il famoso ordine che stabiliva ed auto¬ 
rizzava la ”fucilazione previa identifi¬ 
cazione personale” dei ministri, dei sot¬ 
tosegretari, degli alti funzionari, dei 
giornalisti e dei membri delle- forma¬ 
zioni volontarie, venne diramato dal 
Comando Piazza di Torino, notoria¬ 
mente feudo comunista, diretto da quel 
generale Trabucchi che oggi ancora, 
per motivi inesplicabili, presta servizio 
nell’esercito italiano. L’ordine insurre¬ 
zionale, siglato ”E 27”, venne come al 
solito ratificato dalla decisione del 
Comando Generale del Corpo Volontari 
della Libertà; secondo quanto egli scrive 
nelle sue memorie, Cadorna si limitò 
a protestare con Longo, e quindi si ras¬ 
segnò, visto che tutte le disposizioni 
erano già state diramate. 

Così i comunisti furono ufficialmente 
liberi di eliminare la classe dirigente 
della corrente nazionale, e lo fecero con 
molta coscienziosità. Le stragi del nord, 
erano la naturale integrazione di tutto 
quanto Badoglio e gli altri avevano 
fatto al sud, dall’epurazione alla dif¬ 
famazione. 

Quando le ultime uccisioni in massa 
cessarono, l’Italia era praticamente 
priva di una intera classe dirigente; i 
mitra comunisti avevano aperto, in 
seno alla generazione nuova, un vuoto 
incolmabile, una frattura: quella frat¬ 
tura che avrebbe dovuto consentire 
agli uomini rimpatriati dall’estero o 
alla vecchia classe dirigente antifasci¬ 
sta di occupare il potere, senza preoc¬ 
cupazioni. I 


CORPO VOLONTARI DELLA LIBERTÀ 

COMANDO MILITARE REGIONALE PIEMONTESE 

* 15 aprile W45 


TI Comapdo Piasse delia città di Torino» in appiloaslone del plano 
in surre slon dìe 2 27 del febDraio scorso» ha rissato le seguenti none 
per la eostltuslone ed il runslonanento dei tribunali di guerra* 

Sarà costituito un Tnounale di Guerra per la città di Tonno» oea 
cinque sezioni, una per ogni settore. Ciascuna sesione sarà eamposta de 
un presidente e quattro giudici! il presidente e due giudxoi saranno 
tratti dalle rornasioai nobili» e (lue giudici saranno designati dai Ce» 
mandi di Settore. Il P.M. e il personale di cancelleria saranno torniti 
dal C.M.R.P. traendoii da personale teonioo di prorata onestà e tede pe» 
litica. 

Spetta al Tribunale di Guerra di giudicare coloro cne hanno ratte 
prendere e portare le armi a ravere delio etraniero contro le torse.ar» 
mate del governo legittimo e coloro cne con anione di spionaggio hanno 
lavorito lo straniero*. Pertanto! 

a) i Ministri di State, ì Sottosegretari di State» ì Protetti» ì Segno» 
tari lede rati — m canea dopo'l'b settembre *43 — sono già tutti con» 
dannati a morte per "intesa col nemico* e *opera diretta a colpire le 
torse armate del governo legittimo". Di oonseguensa sarà per queatl sut» 
ricreate i v accertamento aeii*ldenti«à tisloa per ordinarne l'esecusiene 
capitale. 

b) Nei riguardi di coloro ohe nanne portato le armi a lavoro delie atra» 
mero contro ìe Torse, armate legittime, sarà eurriciente stabilire i'ap» 
partenensa dell'imputato — uopo l'b settembre f 43 — a qualsiasi x ormasi e* 
ne volontaria di parte vbrigate Aere* Muti» I Mas, SS italiane. Cacciato» 
ri degli Appennini, Milizie speciali indossanti la caàlcla nera, 2AP, 

RAU) per pronunciare condanna all'esecuzione capitale ohe dovrà avere im» 
mediata esecuzione senza diritto ad inoltrare domanda di grasla. 

o) Nei riguardi delle spie dovrà essere accertata la consistenza del capo 
d'accusa, ed emessa sentenza di conseguenza. 

d) Infine il Tribunale di Guerra potrà anche giudicare Quel personale ohe*» 
come i direttori della stampa fascista dopo l v 8 settembre '43 - abbia .fa» 
vorito le forze nazifasciate nell'opera di repressione e di rappresaglia 
arrecando grave danno alla HAKjtarn^Anche per ouesti crimini sarà pronum» 
oiata e fatta eseguire immeiy^llbR^^la sentenza capitale. 



Una copia dell’o.d.g. « E. 27 » diramato dal Comando Regionale Piemontese al 25 aprile del 1945. 



































Il tragico spettacolo delle uccisioni di Mussolini e dei suoi più diretti collabo¬ 
ratori, non frenò l’entusiasmo di Cadorna e dei suoi partigiani. Mentre le truppe 
angloamericane occupavano Milano, ed avevano inizio i festeggiamenti, gli 
uomini delle formazioni rosse potevano dirsi ben soddisfatti di aver realizzato 
una strage, il cui ricordo è destinato a passare alla storia del popolo italiano 
come un ricordo di infamia. 


La polemica sul numero degli uccisi nelle 
stragi del 1945 costituisce uno degli argo¬ 
menti più dolorosi e dibattuti al tempo stesso 
della attuale battaglia politica italiana. E ciò 
pur prescindendo dalle responsabilità dei sin¬ 
goli uomini o delle singole organizzazioni, fra le quali alcune 
rinnegano, ormai, la parte allora sostenuta, mentre altre, come 
i comunisti, la rivendicano, definendo u radiose ” le giornate 
dell’aprile, ravvisando in esse u la più bella pagina della nostra 
storia ”, e chiaman do, come fece Togliatti in un suo editoriale, 
“ fucilata trionfale ” la scarica che freddò in tutta l’Italia del 
Nord gli uomini della Repubblica Sociale. 

Quali che siano le cifre, è certo che il Governo non ha mai 
condotto, in materia, una indagine vera e propria. Molte volte 
questa indagine venne, alm eno ufficialmente, iniziata, ma subì poi 
degli arresti, quasi che gli incaricati si fossero bruscamente tro¬ 
vati diimngi ad una realtà così atroce, tale da spaventare loro ed 
i loro capi. 


Il dato più sicuro rimane pertanto quello 
trasmesso a suo tempo dalla stazione radio di 
Monteceneri, in Svizzera, e che dette un totale 
di trecentomila uccisi. Esso è il più certo per 
una serie di motivi, che ora elencheremo : 

1) perchè desunto da indagini condotte da giornalisti com¬ 
pletamente estranei alla lotta che allora infuriava in Italia; da 
allora, nessuno più ha condotto indagini 64 neutrali ” sulla materia; 

2) perchè, proprio in quanto neutrale, esso considera non 
solo i fascisti eliminati, ma tutti gli altri, le donne, i giovanissimi 
ed i non fascisti, che in quelle tragiche giornate trovarono la 
morte, molto spesso per vendette personali. 

3) perchè non esistono dati sufficienti a. smentire questa 
cifra, mentre si deve constatare come si frappongono ostacoli di 
ogni sorta alla completa realizzazione di una indagine seria ed 
obiettiva, condotta con tutte le garanzie della 'imparzialità. 











































4 







A MILANO 

Cominciamo la nostra documentazione sui 
tragici avvenimenti dell’aprile 1945 da Milano 
e dalle provincie lombarde che, con quelle del 
« triangolo della morte », sono state teatro delle 
maggiori stragi di inaudita ferocia e violenza. 
La zona del Lago di Como e i fatti di Dongo 
di Valtellina e di Graglia troveranno in queste 
pagine un capitolo a parte. 

PEZZATO Enzo, giornalista, direttore di Re- 
pubblica Fascista venne prelevato a Milano la 
$era del 7-5-45 in una casa di via Scarlatti, in¬ 
sieme alla sua segretaria Pia SCIMONELLI e 
al redattore Sebastiano CAPRINO. Derubati di 
tutto quanto avevano con loro, furono portati 
al comando comunista di Milano. I giornali 
Unità ed Avanti! del 9 maggio pubblicarono la 
notizia del loro internamento alle carceri di 
S. Vittore e radio Monteceneri la confermò, ma 
risultò poi alle ricerche dei familiari che erano 
stati assassinati immediatamente e poi raccolti 
tra gli sconosciuti aH’Obitorio di Milano, da 
dove le loro salme, contrassegnate da un nu¬ 
mero, furono trasportate e sepolte a Musocco. 
Solo dopo un mese fu 1 possibile rintracciarle ed 
identificarle. 

BATTAGLIA Giuseppe, disegnatore tecnico 
alla Magneti Marelli, fu prelevato da casa il 
1° maggio 1945 e portato alla Marelli da un 
gruppo di partigiani di cui, a quanto ci si 
assicura, faceva parte un operaio della stessa 
ditta, di nome Vaglia. Da allora non si ebbero 
più sue notizie. 

BUZZA Guglielmo fu Nicola, nato a Supino 
(Prosinone) il 23-8-1894, maggiore della G.N.R., 
non ha più dato notizie di sè dal 25 aprile ’45. 
Trovavasi a Milano alla Caserma Moscova. 
GIRARDI Egidia in Mancabelli, madre di 
» quattro bambini, venne prelevata in casa il 28 
aprile ’45. L’appartamento venne saccheggiato 
e la sventurata trucidata il giorno successivo in 
piazzale Corvetto da una squadra di partigiani. 

ZAPPELLINI Emilio fu Oreste, nato il 16 ago¬ 
sto 1896. appartenente alla G. N. R. fu prele¬ 
vato da casa il 29 aprile '45 nè vi fece più 
ritorno. Venne ritrovato già sepolto presso i 
frati del cimitero e riconosciuto da alcuni bran_ 
delli del vestito. 

PACINI Giulio di Angelo, nato a Montrano. 
(Forlì) il 25 aprile 1913, appartenente alla Le¬ 
gione «E. Muti», il 25 aprile ’45 uscì di casa 
a Milano per raggiungere il proprio reparto e 
più nulla si seppe di lui. Era mutilato della 
guerra etiopica. 

t. traNT Ermanno e NOBILE Giuseppe, due 
giornalisti dell’EIAR, furono uccisi senza moti¬ 
vo specifico alla fine di aprile. I loro corpi 
vennero rinvenuti all’obitorio. 

COLLI Antonio di Nicola, nato a Verona il 

28 settembre 1898, sindacalista, venne prelevato 
dalla sua abitazione nel pomeriggio del 29 aprile 
1945. Giudicato da uno pseudo tribunale con 

. sede in via Melao 22, veniva trucidato alle 6 dal 
mattino successivo. È sepolto nel cimitero di 
Musocco. 

Pure nel cimitero di Musocco è sepolto CA¬ 
VAGNA Enrico Franco, d’anni 18, appartenente 
alla B. N. «Aldo Resega». Consegnatosi ai par- 
,fagiani, che gli assicurarono salva la vita, il 

29 aprile ’45 veniva dagli : tessi fucilato poche 
ere dopo. 

CARDELLA Pasquale di Biagio, nato il 14 gen¬ 
naio 1906, vice-federale di Milano, capitano della 
B. N. «E. Muti» fu visto per l’ultima volta a 
Milano il 25 aprile 1945. S’ignorano la sua fine 
ed il luogo di sepoltura. 

SUGI A Alben fu Giosafat, aviere, fu truci¬ 
dato il 2 maggio 1945, dopo che gli erano stati 
estorti circa due milioni e dopo il saccheggio 
completo della sua casa da cui furono cacciate, 
mitra alla mano, la moglie e la figlia. 

CANETTA Vittorio di Alessandro, artista liri¬ 
co, tenente nel 1° Regg. Alpini veniva pure 
barbaramente trucidato. Allo scopo poi di non 
permetterne il riconoscimento, dopo l’asporta¬ 


zione del portafoglio con denaro e documenti 
e di preziosi personali, venne sfigurato a colpi 
di mitra tanto da lasciarlo completamente de¬ 
capitato. Come avveniva per le tante e tante 
esecuzioni di tal genere ogni notte compiute, 
il cadavere martoriato fu poi caricato su di tuia 
macchina e lasciato sul viale Lazio. Ma per un 
portafoglietto ancora su di lui, sfuggito agli ese¬ 
cutori, fu riconosciuto e seppellito a Musocco. 

Nel campo n. 15 del cimitero di Musocco è 
sepolto ANGERETTI Luciano, sergente d’arti¬ 
glieria del 3° Celere a cavallo, fucilato il 29 
aprile 1945. 

Il 21 maggio 1945 veniva condannato a morte 
dal Tribunale Straordinario Militare della Piaz¬ 
za di Milano, sotto l’accusa di aver comandato 
un plotone di esecuzione contro alcuhi parti¬ 
giani, DE MARTINO Andrea di Leonardo, nato 
a Trapani ITI gennaio 1921, Tenente nel Btg. 
B. N. «Caruso». La sentenza veniva eseguita 
qualche ora dopo, n Ten. De Martino è sepolto 
nel campo 10 del Cimitero Maggiore di Milano. 

H 13 maggio 1945 veniva prelevato da cinque 
partigiani nella trattoria sita in via Cambiasi, 
angolo via Teodosio, il Tenente delle B. N. 
MILLOSSOVICH Vittorio di Luciano, nato a 
Firenze il 25 dicembre 1916. La famiglia, avver¬ 
tita dopo un’ora, iniziava subito le ricerche, ma 
dello scomparso non fu possibile trovare alcuna 
traccia nè venne mai rinvenuta la salma. H 
padre morì alcuni mesi dopo per il dolore della 
perdita dell’unico figlio. Il Millossovich era de¬ 
corato di due medaglie d’argento guadagnate 
sul fronte russo quale sergente magg. carrista. 

Non meno gravi che in città furono gli eccidi 
perpetrati in provincia. 

A Corbetta («Milano) la sera del 25 maggio ’45 
venivano invitati a presentarsi al comando par¬ 


tigiano per informazioni: SARACCHI Vittorio 
fu Giovanni, calzolaio, RESTA Enrico fu Giu¬ 
seppe, agricoltore, CUCCHIANI Carlo fu Gio¬ 
vanni, capomastro, SCEVOLA RUSCELLOTTI 
Achille fu Gaudenzio, commerciante. Nessuno 
dei quattro fece più ritorno alla propria abi¬ 
tazione. Le salme dello Scevola e del Saracchi 
vennero rinvenute, dopo alcuni giorni, nel Na¬ 
viglio Grande nel tratto Gaggiano-Corsico. La 
salma del Cucchiani venne pure trovata, dieci 
mesi dopo, nel Naviglio Grande a Castelletto 
Ticino sotto un cumulo di sabbia. Non fu pos¬ 
sìbile, invece, nonostante le ricerche fatte, rin¬ 
tracciare la salma di Resta Enrico. 

EMANUELLI Eliseo, di anni 38, da Valenza 
(Alessandria), industriale orafo, trovandosi in 
viaggio per il suo commercio, venne fermato ad 
Abbiategrasso (.Milano). Potè mettere a cono¬ 
scenza del suo fermo la moglie pregandola di 
far pratica presso i componenti il Comando di 
Liberazione di Valenza perchè fosse messo a 
loro disposizione. Il 5 maggio ’45 partì infatti 
una macchina che lo prelevò con i rilevanti 
valori che aveva seco, ma nei pressi di Vige¬ 
vano veniva trucidato. 

CARENZIO Pietro, di anni 78, veniva prele¬ 
vato nella sua abitazione di S. Colombano al 
Lambro (Milano) da 13 partigiani, guidati da 
un commissario ex-camicia nera. Con un ca¬ 
mioncino venne portato fuori del paese e tru¬ 
cidato. Fu sepolto nel cimitero di Graffignana 
(Milano) per la pietà di un sacerdote e di un 
maresciallo dei Carabinieri. 

Aggiungeremo la narrazione di un eccidio di 
cui già si sono occupati i giornali lombardi e 
la stessa Autorità giudiziaria. Dei tre imputati 
dell’efferata strage uno solo, il trentacinquenne 
BERGOMI Angelo di Edoardo, già comandante 


9 



Una ausiliaria, rapata a zero e lordata con il bitume, portata in giro da un gruppo di partigiani. 































5 

del distaccamento di Garbagnate della 183* Bri¬ 
gata Garibaldi, è nelle mani della Giustizia; 
gli altri due. Angelo Giussani di Giovanni e 
Alfredo Milani di Carlo risultavano latitanti 
fino a qualche tempo fa. A mezzanotte del 9 
maggio 1945 — secondo la ricostruzione dei tra¬ 
gici fatti — tre uomini in uniforme bussavano 
alla porta dell’abitazione di MERONI Giosuè in 
Garbagnate (Milano) e gl’intimavano di vestirsi 
in fretta e di seguirli al comando garibaldino 
«per urgenti informazioni». H Meroni, che era 
stato iscritto al P.F.R., obbedì. Nella stessa notte, 
quasi alla medesima ora, altri quattro parti¬ 
giani si presentarono all’Ospedale della Croce 
Rossa a Precotto (Milano) per prelevare due 
infermieri, pure iscritti al P.F.R.: BRIZZX Ar¬ 
mando e DE BATTISTI Giuseppe. I due infer¬ 
mieri vennero condotti a Garbagnate e rin¬ 
chiusi in una stanza del Municipio dove già 
trovavasi il Meroni. Tutto il giorno successivo 
nessuno comparve; la notte seguente un altro 
sventurato, PEREGO Virginio, venne gettato 
nella stanza. Anch’egli era stato prelevato poco 
prima da partigiani nella sua abitazione. Per 
alcuni giorni non si potè conoscere di preciso 
nulla sulla sorte dei quattro prelevati. Ai fami¬ 
liari, presentatisi più volte a chiedere notizie 
ad Angelo Bergomi che era il comandante del 
distaccamento garibaldino, fu risposto sempre 
che i loro congiunti erano stati portati a S. Vit¬ 
tore. Ai due figli del Perego, Rosita ed Arturo, 
il comandante Bergomi richiese invece prima 
cento, poi ottanta mila lire per la liberazione 
del padre. Ma il Perego non venne liberato. La 
mattina del 12 maggio i quattro sventurati ven¬ 
nero trovati uccisi, crivellati di proiettili di ri¬ 
voltella e di mitra, al margine dello stradale 
che congiunge Nova Milanese a Desio. Le in¬ 
dagini in seguito compiute fecero luce sul mas¬ 
sacro e si apprese così che nella notte sul 12 
maggio il Bergomi ed il suo subalterno ' Angelo 
Giussani avevano staccato gli interruttori del¬ 
l’energia elettrica, lasciando completamente al 
buio tutto l’abitato di Garbagnate; poi, aperta 
la prigione, avevano costretto il Meroni ed i 
suoi compagni di sventura a salire in un’auto¬ 
mobile al volante della quale era Alfredo Milani. 
La macchina, partita a fari spenti, ritornò dopo 
circa un’ora ed allora soltanto venne riaperto 
il circuito dell’energia elettrica. Giunta fra No¬ 
va Milanese e Desio la vettura era stata fer¬ 
mata senza però che venisse spento il motore. 

I quattro prigionieri furono spinti verso il mar¬ 
gine della strada e messi in fila. Il Bergomi 
sparò con la rivoltella: il Giussani ed un altro 
partigiano sconosciuto che era sulla macchina 
si servirono del mitra. Così quattro uomini, 
quattro padri di famiglia unanimemente rico¬ 
nosciuti come ottimi cittadini, immuni da qual¬ 
siasi colpa davano modo con la loro « elimi¬ 
nazione» di scrivere un’altra «tra le più belle 
pagine della storia dTtalia». 

VIDETTA Vito di Pasquale, nato a Napoli 
il 13 gennaio 1917, giornalista, fu prelevato con 
la fidanzata VALENTI Gianna di Luigi, da 
Roma, il mattino del 29 aprile 1945 in via Lu¬ 
dovico Ariosto 33 e con lei assassinato all’an¬ 
golo di via Mascheroni, dopo essere stati de¬ 
predati di tutto. Sono sepolti al campo 10 di 
Musocco. 

CASSINO Giovanni fu Vittorio, nato a To¬ 
rino, di anni 16, appartenente alla X Mas, ven¬ 
ne trucidato a Milano il 2-5-1945. 

CAVALLINI Guido fu Luigi, appartenente 
al 24° Btg. della GJNJR., venne prelevato da 
casa, in via Cerano 2, il 30 aprile 1945 alle ore 
10 del mattino da cinque individui armati. Ven¬ 
ne caricato sul cofano di una topolino legan¬ 
dogli sulla schiena il tricolore: dopo pochi me¬ 
tri veniva ucciso con un colpo alla nuca. È 
sepolto al campo 10 di Musocco. 

D’ERCOLE Adelmo di Remo, tenente delle 
Fiamme Nere, venne prelevato neUa propria 
abitazione in Milano e fucilato il 28 aprile 1945. 
Sembrerebbe avere avuto parte nell’uccisione 

[continua 




Tre istantanee della resa delle forze fasciste e tedesche a Milano. 
















6 




fanteria, fu visto per l’ultima volta il 24-4-1945 
in Galleria di Piazza Duomo. La famiglia abi¬ 
tante a Firenze in viale Cadorna 72, non ne 
ha più avuto alcuna notizia. 

BARBIERI Tommaso di Angelo, nato il 4 
marzo 1918 a Milano, appartenente alle SS. ita¬ 
liane, venne prelevato da casa il 7-5-1945 pro¬ 
mettendogli un ritorno immediato. Fu invece 
portato nelle scuole di via Pestalozzi e ritrovato 
tre giorni dopo ucciso e sfigurato in una strada 
di campagna vicina alle scuole stesse. 

SCARAPIOTTI Giuseppe di Pietro, nato a 
Verolengo (Torino) il 5-6-1905, ricevitore Im¬ 
poste e Consumo a Pademo Dugnano (Milano) 
e Commissario politico di Cinisello Balsamo 
(Milano) dal maggio ’44, si trovava degente il 
3 maggio 1945 all'ospedale di Desio (Milano) 
dove era stato trasportato in fin di vita per le 
percosse ricevute. In quelle condizioni venne poi 
prelevato daH'Ospedale e rinchiuso nelle car¬ 
ceri di Desio. Nuovamente prelevato il giorno 5, 
venne portato a Cinisello Balsamo al comando 
del C.L.N. da dove, dopo un nuovo interro¬ 
gatorio e pur non essendo risultato nulla a suo 
carico, a mezzanotte fu condotto sulla strada 
di Muggio e, per ordine dei comandanti del 
CL.N., fucilato. 

Trucidato fu pure il 3 maggio 1945 MAURI 
Agostino fu Alfredo, Segretario politico per 
molti anni a Cinisello Balsamo (Milano). 

CORTI Agostino, nato il 4-7-1910, apparte¬ 
nente alla G.N.R., venne ucciso a Cinisello 
Balsamo l'l-5-1945. 

A Cinisello Balsamo vennero pure uccisi VI¬ 
GANO’ Isidoro e MOLTENI Sereni, inoltre 
venne ucciso a Sesto alla Fale tale CASATI. 
Ucciso venne pure tale VTGANO’ abitante alla 
Comaggia, frazione di Cinisello Balsamo. 

MANGANI Mario fu Ferdinando, nato a Na¬ 
poli il 23-1-1896, redattore capo di Regime Fa¬ 
scista, venne prelevato, a quanto risulterebbe, 
nella notte fra il 4 e il 5 maggio nella «Casa 
del popolo» a Seregno (Milano) da un tale, 
che si dice sia tale Enrico Cimbaldi, venuto 
con un camion da Milano. Altre notizie non 
si conoscono sulla sua fine, nè è stato possibile 
ai familiari rintracciarne il luogo di sepoltura. 

NEGRINI Alberto di Cloro, nato a Milano 
l’ll-9-1921, ragioniere, reduce dal fronte russo 
dove aveva combattuto con la Divisione «To¬ 
rino », pur avendo avuto un piede congelato e 
sofferente di nefrite sanguigna, si arruolò nella 
G.N.R. di Bollate (Milano) dove la sua famiglia, 
sinistrata, era sfollata. Arrestato con i suoi 
commilitoni il 2-5-1945, venne rinchiuso nelle 
scuole di Bollate dove tutti vennero fatti segno 
a sevizie e maltrattamenti. Alla madre, che 
aveva ottenuto il permesso di entrare nelle scuo¬ 
le per salutare il figlio, si presentò uno spetta¬ 
colo miserando: in mezzo ad una gazzarra di 
ubriachi giacevano pesti, contusi, ricoperti di 
sangue i militi. Ella stessa venne insultata e 
percossa dai carnefici che sghignazzando le pre¬ 
annunciarono l'uccisione del figlio per la notte 
seguente. Non furono purtroppo vane minacce 
chè la notte stessa, trasportato ad Arese di Bol¬ 
late, il NEGRINI venne ucciso, nonostante la 
pietosa intercessione di un buon sacerdote, don 
Giacomo Gervasoni di Garbagnate, che Tassisti 
sino alla fine e non esitò poi a condannare il 
delitto dal pulpito. Gli stessi carnefici assicu¬ 
rarono poi la madre del comportamento alta¬ 
mente cristiano ed eroico del suo unico figlio. 
Parrebbe che gli esecutori di questo delitto 
siano gli autori della rapina a mano armata 
alla Banca di Tradate, rapina organizzata dal 
comunista Bergami. 

GEMMI Pasquale fu Raffaello, nato presso 
Modena il 30-7-1904 venne prelevato dalle car¬ 
ceri di Lodi (Milano) il 25-5-45 da alcuni par¬ 
tigiani di Medolla (Modena) dove il Gemmi 
risiedeva con la famiglia. Di lui non si ebbe 
più alcuna notizia. 

Nel maggio del '45 si trovava nel campo di 
concentramento di Abbiategrasso (Milano) lo 
studente DEIANA Achille di Giovanni, nato a 


tale Filippi Enzo, abitante in via Plinio come 
l’Estinto. 

VENA Luigi di Michele, nato il 3 maggio '25, 
appartenente alla Div. « Tagliamento » venne 
prelevato nella sua abitazione in piazza Napoli 
a Milano il 10-5-1945. Fu poi trovato ucciso in 
mezzo ad una strada il 13 maggio 1945. 

LOMBARDO Luigi di Giuseppe, nato a Tren¬ 
to il 16 aprile 1924, studente, appartenente alla 
G.N.R., venne prelevato da casa, in via Mac 
Mahon 107, il 28-4-1945 ed assassinato dopo 
essere stato derubato. Abbandonato come sco¬ 
nosciuto nei pressi del Cimitero di Milano, come 
tale venne sepolto: soltanto dopo 20 giorni di 
ricerche si potè individuare la sua fossa nel 
cimitero. 

ZEMA Renato fu Francesco, nato a Monza 
il 23-12-1904, appartenente alla G.N.R., venne 
trucidato il 29-4-1945. 

TORELLI Ettore di Egidio, nato a Partine 
(Arezzo) il 23-12-1908, capitano nella I Brigata 
Operativa « G. Garibaldi » venne prelevato nella 


sua abitazione, in piazza Morbegno 3 a Milano, 
la sera del 23 maggio 1945 da cinque partigiani 
armati. D’allora, nonostante tutte le ricerche 
fatte, non si sono avute più notizie di lui. 

SALARI Luigi, appartenente alla X Mas, ven¬ 
ne prelevato dalla sua abitazione la mattina 
del 29 aprile 1945 da tre partigiani. Fu trovato 
poi in aperta campagna, ucciso con un colpo 
alla nuca e riconosciuto dai parenti nella massa 
dei trucidati al Cimitero di Musocco. È sepolto 
nel campo n. 10. 

BOLZONI Luigi, sergente maggiore della 
G.N.R., comandante del presidio di piazza Na¬ 
poli a Milano venne preso con i suoi 22 militi 
e tutti vennero fucilati in piazza Tripoli il 27 
aprile 1945. 

RIBERTI Ermes fu Giovanni, appartenente 
alle B. N, gruppo «Mario Asso» venne fucilato 
il 30 aprile 1945 nelle scuole di piazza Sicilia. 

RICCOLO Raimondo, classe 1898, professore 
di disegno nel Liceo Artistico di Firenze, seniore 
della G.N.R., mutilato di guerra, capitano di 




B 































7 


Milano il 25-10-1927, volontario della «Leo¬ 
nessa ». Non si ebbe di lui più alcuna notizia. 
Alcuni lo dicono fuggito da un convoglio di 
prigionieri diretto verso Modena, altri da un 
altro convoglio in piazzale Lodi a Milano. La 
famiglia prega chi ne sia in grado di fornirle, 
qualche sicura notizia sulla scomparsa del gio¬ 
vane. 

A Monza alle ore 16 del 26 aprile 1945 'avve¬ 
niva la resa della XX compagnia dell’VTII B. N. 
« A. Resega ». L’appartenente a tale compagnia 
CIBOLINI Mario, disegnatore, fu visto, dopo la 
resa, sulla strada che conduce a Sesto S. Gio¬ 
vanni. Quivi catturato lo stesso giorno fu per¬ 
cosso in modo tale da dover essere trasportato 
all'ospedale di Monza. Prelevato di nuovo dal¬ 
l’ospedale, venne condotto nell’interno della dit¬ 
ta Magneti Marelli, interrogato, percosso e quin¬ 
di fucilato nei pressi del Cimitero di Sesto 
S. Giovanni il 27 aprile 1945. È sepolto nel 
cimitero stesso. 

MARINI Annibaie, operaio presso la Breda a 
Sesto S. Giovanni, venne prelevato la mattina 
del 24 aprile mentre usciva di casa per ripren¬ 
dere il lavoro. Il 28 aprile veniva ucciso nel¬ 
l’interno dello stabilimento Breda. 

Nel maggio 1945 a Cesano Mademo (Milano) 
venivano arrestati VERONESI Enrico e SAM- 
BRUNI Mario. Tradotti al locale comando par¬ 
tigiani, nella notte furono caricati su di un 
camioncino e trasportati nelle vicinanze di 
Cantù (Como) dove vennero assassinati. I ca¬ 
daveri, abbandonati ai margini della strada, 
furono privati di ogni documento atto al loro 
riconoscimento. 

Il 23 aprile 1945 i componenti della B. N. 

« Aldo Resega » che si trovavano di presidio a 
Bollate (Milano) ricevettero l’ordine di rag¬ 
giungere la compagnia a Legnano. 

Il 25 aprile il maggiore Colombo firmava con 
il democristiano Piero Malvestiti il patto di 
resa secondo il quale i componenti il reparto 
sarebbero stati lasciati liberi di tornare alle 
loro case e fomiti di un lasciapassare. Conse¬ 
gnate le armi, furono invece inquadrati dal 
pompieri di Legnano e portati allo stabilimento 
Brusadelli dove vennero spogliati di tutto e poi 
rinchiusi nelle carceri di Legnano. Qui, dopo 


insulti, maltrattamenti e sevizie di ogni genere, 
vennero uccisi nella notte successiva il coman¬ 
dante la compagnia Montagnola ed un suo fra¬ 
tello dei due sventurati era stato ucciso pochi 
giorni prima. Un milite venne pure trucidato 
nel carcere a colpi di calcio di moschetto. I co¬ 
munisti di Bollate, fra cui tali Ghezzi Vittorio, 
Leonezio Augusto, Damiro Mario, vennero a pre¬ 
levare gli altri componenti del presidio di Bol¬ 
late il 2 maggio. La notte successiva veniva 
assassinato Alberto NEGRINI. Dal 3 al 4 mag¬ 
gio vennero assassinati ROMOLO Guido Al¬ 
fredo, la cui casa fu svaligiata, e il suocero 
BELLOTTi Cesare, impiegato del Comune. 

Vennero pure assassinati il Capitano delle SJS. 
DE CRESTE, VTECCONTE Prospero, il briga¬ 
diere della G.NJR. ROZZI di Cremona. Il Po¬ 


destà CARITONI Giuseppe fu prelevato e assas¬ 
sinato a Novate Milanese dai comunisti di 
Nevate. 

Il sottotenente BETTALLA Mario venne pre¬ 
levato al Sanatorio di Garbagnate (Milano), se¬ 
viziato e portato in giro per il paese dentro 
una carriola, poi messo sul cofano di una mac- 
chin e buttato sulla strada di Senago. A tale 
gloriosa impresa parteciparono, a quanto si 
afferma, oltre al famoso Bergomi di Garba¬ 
gnate, tali Volpe, Allievi Carlo ed Anelli Ar¬ 
mando i quali sarebbero anche i responsabili, 
secondo la voce pubblica, delle sevizie e del¬ 
l’uccisione di tali SILVA e SANTAMBROGIO, 
prelevati e seviziati a Bollate e portati poi a 
Novate dove vennero uccisi. 

[continua a pag. 9 
























"1 


« 






Dietro sacchetti di sabbia, armatissimi 
senza accorgersi che 


mi, i gruppi dell’insurrezione assumevano volentieri le pose dei guerriglieri da propaganda comunista, 
il fotografo inquadrava al loro fianco altri individui, immersi in tranquilla conversazione. 


* 






.<A ■ 














































» 




A BERGAMO 

Non meno efferati di quelli avvenuti in pro¬ 
vincia di Milano furono i delitti commessi a 
Bergamo e provincia dagli eroi della cosidetta 
'< liberazione ». 

ANNINO Ottorino, classe 1927, appartenente 
alleni Regg.to « Luciano Manara » di stanza 
a Verona, tornato a casa a Bergamo 1*8 mag¬ 
gio 1945 veniva prelevato il 17 dello stesso mese 
da due agenti della Questura. Successivamente 
due agenti della Polizia partigiana di Colle 
Aperto (Bergamo Alta) lo condussero alla Que¬ 
stura del loro comando in Colle Aperto. Insie¬ 
me a lui venne prelevato certo ZAMBRETO 
Giovanni che venne pure condotto in Questura 
e poi inviato al campo di Seriate donde poi fu 
liberato. Inutili furono invece le ricerche del- 
TANNINO: la polizia partigiana di cui facevano 
parte tale Ravelli Luciano, un certo Magri Gino 
ed il tenente Dormi affermarono di averlo 
consegnato agli alleati tramite un certo Gentili 
abitante a Bergamo in via Brenta. La madre, 
che è vedova di questa guerra, è ancora in 
attesa di notizie precise. 

Il 29-9-1945 veniva prelevato dalla sua abi¬ 
tazione a Bergamo PILENGA Giuseppe fu Ales¬ 
sandro, civile, nato ad Urgnano (Bergamo) nel 
1891, invalido di guerra, decorato al valore, 
padre di sette figli. Dopo barbare sevizie veniva 
finito a colpi di mitra presso il muro del cimi¬ 
tero di Bergamo. È sepolto nello stesso cimi¬ 
tero. Con lui veniva prelevato il fratello P1LEN- 
GA Cipriano, nato nel 1908, sergente dei bersa¬ 
glieri, volontario di guerra, ferito e decorato 
sul fronte greco-albanese. Seviziato come il fra¬ 
tello e come lui derubato di quanto aveva con 
sè — persino delle scarpe — veniva ugualmente 
trucidato a colpi di mitra presso il muro del 
cimitero. 

CRISTINI Luca fu Giovanni, nato ad Ur¬ 
gnano nel 1897, combattente e decorato della 
guerra 15-’18 veniva pure fucilato il 29-4-'45 
presso il cimitero di Bergamo. È sepolto nello 
stesso cimitero. Nessuno ha mai saputo nulla 
circa la sorte del milite MAZZARELLA Ar¬ 
mando appartenente alla G.NR. di Bergamo 
visto per l’ultima volta in detta città il giorno 
20 gennaio 1945. 

Scomparso risulta pure dal giorno 18-5-1945 
FERRI Bernardo, appartenente alla G.NJR. di 
stanza a Monza, visto per l’ultima volta in detto 
giorno sull’autostrada Milano-Monza nei pressi 
di Cavernago. Presumibilmente fu ucciso a ba¬ 


re* 


e, dopo l’avvenuto riconoscimento di quasi tutte 
le salme, sepolti nel Cimitero di S. Polo. 

Nello stesso cimitero si trovano alcune tombe 
di appartenenti alle formazioni militari della 
RJS.I. con la dicitura «sconosciuto». Degli al¬ 
tri, di coloro cioè le cui salme furono insieme 
a quella del Del Piano identificate, preghiamo 
chi ne sia in grado di farci avere le generalità. 

MAZZARA Domenico fu Giuseppe, nato a Pa¬ 
dova il 17 maggio 1904, agente di P. S. in ser¬ 
vizio presso il Ministero degli Interni della RJS.I., 
e FILIPPONIO Vincenzo, maresciallo di Arti¬ 
glieria, da Andria (Bari), partirono ai primi di 
maggio del 1945 in bicicletta diretti verso casa. 
Di loro non si ebbe più alcuna notizia. 

NOLI Ermanno di Pietro, classe 1926, resi¬ 
dente a Todi (Perugia), appartenente alla Di¬ 
visione « Etna », partì, presumibilmente il 26 
aprile 1945, da Brescia diretto a Bergamo. Par¬ 
rebbe che a Coccaglio (Brescia) si sia incon¬ 
trato con dei partigiani. Comunque non si ebbe 
di lui più alcuna notizia. 

Con la tristemente famosa « corriera fanta¬ 
sma » della Comm. Ass. Pontificia, partita da 
Brescia il 14 maggio 1945 e scomparsa nei pressi 
di Concordia (Modena), scompariva pure DEL¬ 
LA GERVA Nicodemo di Ivo, appartenente alla 
Scuola Allievi Ufficiali di Oderzo, nato il 13 ot¬ 
tobre 1922. 

BURATTINI Giorgio di Luigi, appartenente 
al Btg. Ciclisti d'Assalto, fu visto l’ultima volta 
in Brescia il 24 aprile 1945. Nulla si conosce 
sulla Sua sorte e sull’eventuale luogo di se¬ 
poltura. 

RONCHI Antonio fu Vigo, nato a Riolo Ba¬ 
gni il 13 settembre 1905. impiegato, apparte¬ 
nente alle B. N., venne prelevato il 13 mag¬ 
gio 1945 dai partigiani a Sasso di Gargnano 
(Brescia). Non si ebbe di Lui più alcuna notizia. 

VEZZOSI Remigio, contadino, in forza presso 
la G.N.R. in servizio contraereo, richiamato da 
appena 15 "giorni, venne ucciso da partigiani il 
27 aprile 1945 a Pisogne (Brescia) mentre si 
dirigeva a casa in bicicletta. Naturalmente, pri¬ 
ma di venire ucciso, venne depredato del de¬ 
naro che aveva seco e la bicicletta passò in 
proprietà ad un capo partigiano. 

Nel giugno del '45 il Questore fascista repub¬ 
blicano di Brescia, CANDRILLI Manlio, mag¬ 
giore dei Bersaglieri, pluridecorato, veniva pro¬ 
cessato, insieme al vice-commissario QUARTA¬ 
RARO Gaetano e all’agente della Squadra po¬ 
litica MANCA Mario, dalla Corte d'Assise Stra¬ 
ordinaria di Brescia, presieduta dal signor Giu- 

[continua a pag. 11 


stonate in una caserma sede del P. C. a Ca- 
venago (Milano). 

A Seriate (Bergamo) sul piazzale antistante 
alla chiesa venivano fucilati, negli ultimi giorni 
deU’aprile 1945, sette appartenenti alle forma¬ 
zioni della R.S.I. Comandava la squadra degli 
esecutori tale Cattaneo Maurizio, abitante a 
Bergamo, appartenente al partito liberale, ora 
impiegato in un istituto di assicurazioni di 
Bergamo. 

A BRESCIA E PROVINCIA 

A Brescia non meno che altrove si scatenò 
la follìa fratricida. * 

DEL PIANO Amedeo fu Enrico, nato a Na¬ 
poli nel 1908, agente di P. S., venne prelevato 
nella sua abitazione a S. Eufemia della Fonte 
(Brescia) da partigiani appartenenti alla Bri¬ 
gata Garibaldi, l’8 maggio 1945. Trucidato, venne 
sepolto in aperta campagna. I suoi resti, con 
quelli di molti altri che avevano con lui subito 
la stessa sorte, vennero riesumati dagli Alleati 














- m 


10 



?ssmbt £ asseriva:rrsu'ssrc fiotta aMisses 

la Wasririnp. 


L a strage dei fascisti e dei presunti 
tali si tramutò ben presto, nelle 
giornate dell 3 aprile 1945, in una vera 
e propria caccia alVuomo. Mentre i re¬ 
parti della Repubblica Sociale si an¬ 
davano smobilitando, ed i loro compo¬ 
nenti si sbandavano, le formazioni 
comuniste si dedicavano al cosiddetto 
”lavoro di ripulitura”. Nelle case, nelle 
strade, fu una battuta spietata, con¬ 
dotta con accanimento degno di molto 
miglior causa. 

Si pensi che, nella sola Milano, du¬ 
rante quelle giornate, alla mattina si 
rinvenivano nelle strade, in media, 
oltre duecento morti, generalmente ab¬ 
bandonati senza documenti che ne ren¬ 
dessero possibile la identificazione. Ap¬ 
positi automezzi caricavano i corpi dei 
disgraziati, e li trasportavano agli obi¬ 
tori, dove i familiari si recavano a 
rischio della loro stessa vita. 

Le donne che non vennero uccise, 
furono costrette assai spesso a subire 
oltraggi innominabili. Tutta la ferocia, 
insomma, esplose incontenibile, eviden¬ 


temente alimentata da uomini che agi¬ 
vano secondo disposizioni ben precise. 
Solo questo può spiegare, infatti, come 
e perchè un popolo cattolico e civile si 
sia abbassato a tanta nefandezza. 

In generale, dopo la cattura, gli ele¬ 
menti fascisti venivano sottoposti ad 
un sommario procedimento giudiziario, 
”pro forma”. Gli elementi più noti ve¬ 
nivano immediatamente condotti al sup¬ 
plizio, che, in alcune città, era pubblico, 
e si svolgeva dinanzi a grande folla di 
spettatori. 

I processi celebrati in quelle giornate, 
erano condotti da ”Corti speciali”, o 
”Tribunali del popolo”, la cui regola 
consisteva nell 3 applicare con formula 
vagamente giuridica la sentenza emessa 
dal pubblico e dai giudici popolari, ge¬ 
neralmente membri del P.C.I. 

Fu una cosa selvaggia, senza logica 


e senza giustificazione. Una cosa di cui 
oggi parliamo, perchè la lunga striscia 
di sangue che marca la strada percorsa 
dal comuniSmo italiano, non deve essere 
dimenticata. Domani, tutto questo potrà 
rinnovarsi ancora, se gli italiani non 
sapranno bloccare la manovra rossa. 

E del resto, benché il processo di 
revisione storica stia sviluppandosi con 
una velocità che supera i limiti di ogni 
previsione, è necessario ancora che 
molto si faccia nel campo della giusti¬ 
zia. È necessario che non si compia 
vendetta, o ritorsione, ma si ristabili¬ 
sca un metro di valutazione dell 3 ordine 
morale delle cose, praticamente sov¬ 
vertito dalle giornate dell 3 aprile 1945. 

Fino a quando la giustizia non avrà 
indicato ancora una volta i colpevoli, 
non sarà possibile parlare di vera paci¬ 
ficazione. Perchè la pace non si co¬ 
struisce sulla sopraffazione di una delle 
due parti, ma sul riconoscimento della 
loro parità di doveri e di diritti dinanzi 
alla Patria comune. 















11 


seppe Basile ed in cui fu P. M. tale Giorgio Ca¬ 
stellano, a quanto risulterebbe detenuto nel car¬ 
cere giudiziario di Torino dove sconterebbe 
una condanna di cinque anni per reato di pre¬ 
varicazione. Gli imputati, ritenuti colpevoli di 
collaborazionismo, di omicidio volontario aggra¬ 
vato in persona di un partigiano e di sevizie 
particolarmente efferate ad altri partigiani, 
vennero condannati alla fucilazione nella schie¬ 
na, In seguito la Cassazione di Milano, presie¬ 
duta dal signor Giuliano, P. G. il sig. Levi, re¬ 
spinse il ricorso. Anche la grazia fu negata per 
parere sfavorevole di Togliatti. Il 1° settembre 
del 1945 la sentenza venne eseguita ma solo 
nei confronti del Questore Candrilli perchè il 
Quartararo ed il Manca erano contumaci. Il 
Manca si costituiva qualche mese dopo alla Que¬ 
stura di Napoli, mentre il Quartararo veniva 
arrestato circa due anni dopo la sentenza. La 
loro posizione venne esaminata dalla Corte Su¬ 
prema di Cassazione la quale, avendo riscon¬ 
trato una irregolarità di procedura nella cele¬ 
brazione del dibattito presso la CAB. di Bre¬ 
scia, decise di annullare la sentenza ed ordinò 
il rinnovo del processo davanti alla Corte d’As¬ 
sise di Bologna. Il Giornale dell* Emilia del 1 giu¬ 
gni 1949, che ha riportato la notizia, così con¬ 
clude: «La causa di revisione si è conclusa ieri 
con Passoluzione dei due condannati a morte, 
infatti i giudici — sentiti i testimoni a carico 
ed a difesa e le ragioni presentate dal P. M. com- 
mendator Raspani e dai difensori avv. Mariani 
di Roma e Ballarini di Bologna per Quartararo 
e avv. Paroli di Brescia per il Manca — ha ri¬ 
tenuto che i due imputati non avessero com¬ 
messo l’omicidio e le sevizie loro contestate e, 
venute così a mancare le cause istative, ha ap¬ 
plicato l'amnistia per il reato di collaborazioni¬ 
smo, ordinando quindi l’immediata scarcerazio¬ 
ne del Quartararo e del Manca. Presiedeva il 
comm. Bassanelli ». 

E perchè allora è stato fucilato il Questore 
Candrilli? Noi non facciamo commenti, ma ser¬ 
va questo documento per confermare ancora una 
volta Tìngiustizia e la faziosità della procedura 
e delle sentenze delle CAB. e, poiché non si 
possono resuscitare i Morti, serva almeno il sa¬ 
crificio del Questore Candrilli, condannato e poi 
riconosciuto innocente, a far meditare le com¬ 
petenti Autorità e ad indurle a rivedere la posi¬ 
zione di tanti innocenti condannati, ad indurle 
a fare per i vivi, fino a che è ancora possibile, 


quello che ormai bestiali sentenze non consenta¬ 
no più di fare per i Morti. 

Sappiamo che Manlio Candrilli cadde al poli¬ 
gono di tiro di Mompieno (Brescia) dopo essersi 
comunicato e dopo aver ascoltato la Messa, per¬ 
donando, a voce alta, i suoi nemici. Ai Suoi com¬ 
pagni di fede e di prigionia rivolse, prima del- 
resecuz : one, queste parole: « Promettetemi di 
perdonare a tutti i nostri nemici, a chi ci ha 
fatto del male, come io ho già perdonato. E se 
la Patria avrà ancora bisogno di voi, servitela, 
come avete fatto finora, con fede ed onore. È 


morto il mio Duce, posso morire anch’io. In pun¬ 
to di morte vi dico che non ho mai fatto male a 
nessuno e che tutte le accuse che mi fanno so¬ 
no false. Ho servito la mia Idea perchè sono 
convinto che era l'unica che potesse far gran¬ 
de l’Italia ».’Prima che la scarica fatale Lo rag¬ 
giungesse lanciava il grido « Viva l’Italia », sol¬ 
levando il braccio nel saluto romano. 

A Palazzolo (Brescia), veniva trucidato il 26 a- 
prile 1945 il S. Tenente appartenente al Nucleo 
Milizia Ferroviaria di Brescia, GASTALLI An¬ 


nibaie. 

A Brescia il 26 aprile 1945 veniva trucidato il 
maggiore MANZONI Carlo, del Nucleo Milizia 
Ferroviaria di Brescia. Il milite SCHEMBRJ, pu¬ 
re appartenente al Nucleo della Milizia Fei - 
rovi aria di Brescia, veniva anch’egli trucidato a 
Brescia il 26 aprile 1945. 

Il 25 aprile 1945, il Btg. « Perugia » della G.N.R. 
di stanza a Mandolosa (Brescia), si mise in 
marcia in ordine di movimento per raggiunge¬ 



re Como. Nei pressi di Pescerenico (Lecco) fu 
attaccato da forze partigiane con le quali venne 
a combattimento. Esaurite le munizioni, ebbe 
la resa con l’onore delle armi. Il reparto venne 
condotto prigioniero a Lecco, ma quivi il C.L.N. 
ordinò la fucilazione di tutti gli ufficiali e sot¬ 
tufficiali del battaglione. 1 condannati, in nu¬ 
mero di 16, mentre venivano fatti salire su di un 
autocarro, erano colpiti con pugni e calci dai 
partigiani presenti. Inutile dire che precedente- 
mente gli sventurati erano stati spogliati di 
ogni loro avere. Vennero così portati — era il 
28 aprile — al Campo Sportivo di Lecco dove 
dopo essersi abbracciati davanti al plotone di 
esecuzione, lanciarono per l’ultima volta il §rri- 
do della loro fede. «Viva malia ». Dell’eroico 
gruppo facevano parte: il tenente della G.NR. 
BORGHESI Marino di Francesco, nato a Peru¬ 
gia ITI gennaio 1919, aiutante maggiore del 
Btg.; il s. tenente della G.N.R. BERNARDI Ber¬ 
nardino da Gubbio; GASPERI Mino-Arnolfo, il 
sergente allievo uff. LOMBARDINI Siso di Ca¬ 
millo, nato a Livorno il 10 maggio 1924. 

Dalle carceri di Busto Arsizio (Varese) veniva 
prelevato con altre 15 persone nella notte del 
13 maggio 1945 MATTIOLI Giuseppe di Silve¬ 
stro, nato a Casola Valsenio (Ravenna), appar¬ 
tenente alla B.N. « Ettore Muti », combattente 


in A.OX Venne assassinato con gli altri a Fer- 
rago (Varese). 

A Varese, l’industriale edile Oreste GUADA¬ 
GNI, fu Domenico, nato a Massa il 3 maggio 
1918, assassinato il 4 maggio 1945 in seguito al¬ 
l’accusa» risultata poi falsa, di essere stato. Fe¬ 
derale di Apuania. Le sue ultime parole furono: 

« Ho vissuto per la mia Patria e la mia famiglia, 
oggi è il mio popolo stesso che mi toglie ad es¬ 
se ». 

Il 29 aprile 1945 veniva catturato dai parti¬ 
giani a Casalbuttano (Cremona), ove erasi ri¬ 
fugiato, il milite DE LORENZO Carmelo, nato 
nel 1923 in provincia di Taranto ed appartenente 
alla G.N.R., Reparto « Guardia del Lavoro » di 
Cremona. Ricondotto a Cremona, il De Loren¬ 
zo venne ferocemente percosso e quindi portato 
sulla riva, del Po e gettato nel fiume. Riavutosi 
al contatto con l’acqua, lo sventurato cercava 
di guadagnare la riva, ma, raggiunto da raffi¬ 
che di mitra sparate dai suoi carnefici, spari¬ 
va tra i gorghi. 

Nel cimitero di Casalmorano (Cremona), è tu¬ 
mulata la salma di tale BENIAMINI da Casal¬ 
morano, appartente alla X Mas. Prelevato in ca¬ 
sa e portato nei boschi presso il fiume Oglio, ven¬ 
ne ivi trucidato. 

[continua 













12 



MASSACRI A PAVIA E OLTREPÒ 

In provincia di Pavia, nel cimitero di Stradella 
giacciono le salme dei seguenti trucidati nella 
primavera di sangue: BERGAMASCHI Guido, 
classe 1927, residente a Stradella; LEONE Alem- 
berto. classe 1923, residente a Milano; SABAL- 
TERO Giovanni, classe 1923 residente a Savo¬ 
na; DE CESARI Biagio, classe 1929, residente 
a Genova; SCOLARI Sergio, classe 1928» resi¬ 
dente a Biella; SACCOMAN Abbato, classe 1924. 
residente a Vicenza; CRESPAN Antonio, classe 
1926, residente a Treviso; MENIGGIO Giovan¬ 
ni, classe 1929 residente a Biella; MINELLI An¬ 
tonio, classe 1929, residente a Milano; BEL- 
LOTTI Giovanni, classe 1923, residente a Grop- 
pello (Pavia); VALDAMARA Anacleto, classe 
1929, residente a Voghera; GRAMEGNA Aldo, 
classe 1929, residente ad Albaredo (Pavia>; 
STOPPA Angelo, classe 1928, residente a Pesca¬ 
ra; VATTERONI Ivo, classe 1925 (?) residente 
a Sarzana (La Spezia) ; MAZZINI Lamberto, 
classe 1928, residente a La Spezia. I mandanti 
e gli esecutori della strage sono ben individua¬ 
ti a Stradella. 

Il giorno 28 aprile 1945 una squadra di par¬ 
tigiani appartenenti tutti alla Brigata « Fachi* 
ro » di Candia Lom. (Pavia) capeggiati dall’inge¬ 
gnere Bergamasco Massimo (latifondista che si 
è peritato d’esporre sul balcone del locale Mu¬ 
nicipio la bandiera rossa dei comunisti), compo¬ 
sta da circa 8 elementi tra i quali maggiormen¬ 
te figuravano il signor Maumi Antonio e la di 
lui moglie detta « Graton » abitanti in via Mae¬ 
stri, il signor Facchinetti Italo abitante in via 
Borgoratto, il signor Nicola Carlo ed altri tutti 
di Candia, si portavano a Sartirana (Pavia» per 
un’azione contro alcuni reparti della X Mas che, 
sganciatisi da Genova, cercavano di portarsi a 
Milano su due direttive di marcia: una passan¬ 
do per Mede Lomellina e l’altra per Mortara. 
L’ingegnere Bergamasco Massimo, capo della 
spedizione fu immediatamente fatto prigioniero 
dalla X e gli altri per rifarsi dello smacco su¬ 
bito pensavano di svaligiare gran parte della 
villa dei signori Gorla abitante a Sartirana. A- 
sportavano cosi indumenti, biancheria, tutta la 
argenteria ed altro per un valore ingentissimo. 
Parte della biancheria e degli indumenti femmi¬ 
nili, quella cioè ritenuta più fine, furono visti 
addosso alla moglie del Mauri Antonio, anch'es- 
sa partecipante alla spedizione. 

Nel maggio 1945 presso la sede del C.L.N. di 
Mortara situata nella « Villa Triste » arrivò un 
individuo di statura alta e magra indossante 
una pelliccia di pecora con stivaloni portando 
con sè un’enorme valigia. Entrò nella villa e de¬ 
pose sul tavolo la valigia dicendo le testuali 
parole: «iZ colpo è fatto!'». 

I membri del C.L.N. si affrettarono ad aprirla 
ed alla loro vista apparvero gioielli d'ingentis¬ 
simo valore: orologi d’oro, penne stilografiche, 
braccialetti, anelli, catenine ecc. Immediatamen¬ 
te si è visto il membro del C.L.N. signor Tinelli 
Luigi, orefice del paese, prendere un cronometro 
d’oro e provarlo al braccio; così pure dicasi del 
signor Pierino Gallina che provava un braccia- 
letto. In brevissimo tempo il bottino fu diviso 
tra i membri presenti tra i quali maggiormen¬ 
te si notavano i fratelli Giudice abitanti in cor¬ 
so Porta Novara, uno dei quali è medico che 
durante la R.S.I. mandò diverse persone in Ger¬ 
mania, e il signor Guida di professione selciato¬ 
re. Fuori della sede circolavano altri componenti 
il famigerato C.LN. e precisamente: Consonno, 
Negri, Bruno Sartoris ed un milanese chiama¬ 
to Felice, elemento questo, con a carico diverse 
truffe. 

II signor Mauri Antonio, la moglie di lui det¬ 
to « Graton » e il cognato Pugno Pierino aspor¬ 
tarono dai magazzini tedeschi esistenti in Can¬ 
dia generi alimentari, cavalli ed altro unitamen¬ 
te a macchinari e materiale vario dalla Todh 
locale. Circola voce che il Mauri vendette una 
cascina ricavando 18 milioni... 

Il signor Mauri Antonio ed il signor Nicola 

[continua a 




iMjicr 

* - 


Delle fucilazioni in riva al lago di Como alla carceri di San Vittore, la dolorosa odissea dei fascisti 
e ritenuti tali si svolse senza che nessuno intervenisse a richiamare i comunisti ed a porre un 

freno alla loro ferocia. 


pag 





























































Illllllllllllllllllllill 






















\\ 



La scena drammatica di piaz¬ 
zale Loreto non si cancellerà facil¬ 
mente dal ricordo di tutti gli ita¬ 
liani; di quei pochi che la videro, 
e degli altri, che ne seguirono la 
cronaca attraverso le fotografie. 
Oggi il piazzale è tornato alla sua 
vita d’ogni giorno, e tutto sembra 
lontanissimo. Ma il gesto è stato 
di quelli che fanno retrocedere un 
popolo, nella scala delle valuta¬ 
zioni, sullo stesso piano delle tribù 
primitive. Se gli italiani hanno di¬ 
menticato, o vogliono dimenticare, 
purtroppo gli altri popoli, che hanno 
Ietto le descrizioni dei loro giorna¬ 
listi, dimenticheranno più tardi di 
noi, e continueranno a giudicarci 
anche sulla base di un tal latto. 

Il vero è, che la scena di piaz¬ 
zale Loreto corrispose alFinfernale 
piano destinato a tramutare in 
cosa ignobile e risibile la fine di 
Mussolini. Chi lo ideò, sapeva e 
prevedeva quelle che sarebbero 
state le reazioni italiane dinanzi 
alla rivelazione delle condizioni 
di pace, dinanzi alle tragiche con¬ 
seguenze di una guerra voluta per¬ 
dere. Era necessario, quindi, ab¬ 
battere ogni possibile mito del 
mondo precedente. E Mussolini 
venne ucciso in maniera miste¬ 
riosa, per cui ancora oggi runica 
versione ufficiale rimane quella 
costruita dalla propaganda comu¬ 
nista, e subito dopo esposto al lu¬ 
dibrio di piazzale Loreto. 

E’ stato raggiunto con ciò l’obiet¬ 
tivo? Non è nostro compito giu¬ 
dicare; ma certo questo gesto è 
destinato a ricoprire d’infamia chi 
lo ordinò e chi lo attuò, e non v’è 
umana giustizia sufficiente a col¬ 
pire chi lo commise. 


* 















































Il lato più doloroso e drammatico di queste fotografie, è rappresentato dalla ferocia e dalla avidità dei volti di coloro che fanno ressa intorno 
ai cadaveri di piazzale Loreto. Sembra quasi incredibile che questo spettacolo abbia potuto verificarsi in Italia. 

























16 


Carlo ed altri componenti la Brigata Fachiro 
di Candia-Lom. (Pavia) vendettero una corrie¬ 
ra ed un’auto tedesca incassando oltre 1 milione 
e mezzo. La corriera essendo sprovvista di gom¬ 
me, il Mauri ed il Nicola, pensarono di andare 
dal commerciante di vini Cavalli Alfredo, a 
nome del Sindaco Binelli Luigi (verificatosi poi 
essere falso perchè il Sindaco non sapeva nien¬ 
te) , per appropriarsi delle 5 gomme di un ri¬ 
morchio di sua proprietà per un valore di Li¬ 
re 350.000. Dopo molto tempo pensarono di re¬ 
stituire al proprietario le gomme ma erano 
ormai inservibili. 

Al signor Bianchi Pietro, abitante a Terrosa 
(frazione di Candia Lom.) negoziante di legna¬ 
mi, fu estorta la somma di L. 200.000. 

Per ordine del C.V.L. di Candia e specialmen¬ 
te del dott. Gallesi, farmacista del paese, furo¬ 
no prelevati dalle proprie abitazioni i signori 
Cavalli Alfredo, Zublena Giovanni e Davigo Pie¬ 
tro tutti residenti a Candia e fatti portare al 
Municipio dove furono percossi orribilmente e 
minacciati di morte. 


A GENOVA 

E NELLA PROVINCIA LIGURE 

Come altrove, la cosidetta «liberazione» sca¬ 
tenò la criminale ferocia di elementi imbestia¬ 
liti dall’odio e dalla sete di sangue. 

SPIOTTA Vito fu Giuseppe, nato a Gioja 
Tauro (R. Cai.) il 15-4-1909, federale di Genova 
venne fucilato in Genova stessa quale « crimi¬ 
nale di guerra ». 

MEDINI Umberto fu Benvenuto, nato a Ge¬ 
nova il 15-2-1903, interprete presso il posto di 
blocco di Bogliano (Genova), venne arrestato da 
componenti della Brigata « N. Franchi » il gior¬ 
no 26-4-45. Portato alle scuole di S. Martino d’Ai- 
baro (Genova), il 3Ò-4 alle ore 5 pom. fu fatto 
salire su di un camion con altri 29 sventurati ed 
avviato per ignota destinazione. Di loro non si 
ebbe più alcuna notizia. 

Il 18 maggio del ’45 veniva prelevato nella 
sua abitazione a Genova il maresciallo dei C.C. 
della G.NR., MAUCERI Corrado, nato il 12 giu¬ 
gno 1912 a Fresinone. Dal momento del suo 
prelevamento non si ebbe di luì più alcuna no¬ 
tizia. 

BELLUCCI Oscar fu Virgilio, nato a Chiava¬ 
li (Genova) il 2-4-1896, ispettore degli ammassi 
dell’olio, venne prelevato nella sua abitazione 
in Chiavari ed ucciso presso la «Colonia Fa¬ 


ro » di Chiavari il 28-4-1945 insieme ad altre 10 
persone. 

FARNETANI Emanuele fu Mariano, nato a 
Buonconvento (Siena) il 15-7-1890, industriale, 
aggregato alla Milizia Ferr. di Genova, nella 
notte dal 17 al 18 maggio ’45 venne prelevato da 
partigiani armati dalla Stazione Principe dove 
trovavasi prigioniero. Di lui non si ebbe più al¬ 
cuna notizia. 

n 1° maggio 1945 a Sestri Ponente (Genova) 
venivano trucidati da elementi appartenenti alla 
Div. Garibaldina «Mingo» vari componenti il 
plotone ciclisti del V Regg. Div. «S. Marco». 
Spogliati di tutto e denudati, i trucidati ven¬ 
nero sepolti di notte in una fossa comune in con¬ 
dizioni tali che, dopo il ritrovamento, non fu 
più possibile l’identificazione delle salme. Fra 
gli assassinati sono: maresciallo AMERI; ser¬ 
genti BERTELLI Nello e GOZZI; BALLO Giu¬ 
seppe di Francesco nato a Ce va nel 1924. 

A Genova Nervi veniva ucciso il 5-5-1945 il mi¬ 
lite della G.N.R. CASATI Luigi fu Pietro, di 
anni 45, nato a Borgo S. Lorenzo. 


BOCCONI Angelo fu Pietro della classe 1921, 
sergente Artiglieria, distaccato presso Genova 
veniva prelevato con 12 camerati a un posto 
di blocco. Rinchiusi in una stanza per alcuni 
giorni senza ricevere alcun nutrimento veni¬ 
vano poi tutti trucidati e sepolti in una fossa 
comune. 

Venivano seviziati e trucidati in Genova nel- 
Faprile-maggio 1945 i seguenti componenti la 
m Leg. Mil. Ferroviaria, Compartimento ferro¬ 
viario : 

Col. PAGANI Aldo da Genova; magg. ARRI- 
GUCCI Artemio da Genova; magg. VENE¬ 
ZIA Pietro da Genova; cap. BARZANTI 
Raoul da Basluzzo (Alessandria); cap. CAPRI- 
STO Carlo da Genova; Cap. LIMONTA da Ge¬ 
nova; cap. MAZZARDIS Giovanni da Genova; 
cap. TANGANELLI da Genova; ten. BAGLIANO 
da Genova; s. ten. QUAGLIA Giuseppe da Ba- 
saluzzo; s. ten. BERN1 da Genova Tru; s. ten. 
BONARI da Genova; maresciallo BUTOCCI Di¬ 
no da Genova; mar. GOZZA Carlo da Genova; 
mar. LO RUSSO CAPUTI Antonino da Rapal¬ 
lo; brig. CAMPI Arnaldo da Novi; brig. TROT¬ 
TI Bartolomeo da Busalla (Genova) ; brig. PAL¬ 
MA da Genova; brig. ROMITI da Genova; brig. 
DAINA da Genova; brig. LUPO da Oneglia; 
brig. ROSSELLO da Albenga; brig. CARITÀ* da 
Genova Rivarolo; brig. PORZIO (padre) da Ge¬ 


nova Rivarolo; brig. PORZIO (figlio) da Genova 
Rivarolo; Militi: DI SACCO Carlo da Ovada; 
COCOZZA da Genova Rivarolo; ROSA Pietro 
da Ovada; PARODI Giovanni da Ovada; GAF- 
FOGLIO da Genova; SILVERI da Genova; CA¬ 
RITÀ’ da Genova Rivarolo; SPAGNA da Geno¬ 
va; CRESTA Celestino da Genova Rivarolo; RI- 
VAROLI da Genova Rivarolo. 

Il 15 maggio Ì945 veniva prelevato nella sua 
abitazione in Sampierdarena PERCIVALLE G. 
Battista fu Giacomo, nato a Genova Rivarolo 
il 9-9-1899, infermiere, sergente art. contraerea. 
Venne successivamente trucidato dai preleva¬ 
toli che appartenevano alla V Comp. della Bri¬ 
gata « Balella ». 

PROVINCIA DI SAVONA 

Aggiungiamo all’elenco dei trucidati nelle va¬ 
rie provincie della Liguria, i seguenti nomina¬ 
tivi: MURRI Luciano Augusto di Vittorio, nato 
a Loano (Savona) il 29-1-1920, studente e gior¬ 
nalista, corrispondente di guerra, fu visto per 
l’ultima volta in Savona tra il 12 e il 13 maggio 
del ’45. Poi non si ebbe di lui più alcuna notizia, 
soltanto risulta che venne fermato da elementi 
partigiani. Non si conoscono i particolari della 
sua fine nè il luogo di sepoltura. 

Il 5-5-1945 venne prelevato dalla sua abita¬ 
zione a La Spezia FERRO Ernesto della classe 
1922, appartenente alla GNR., a quanto risul¬ 
terebbe, da tale Bagattini, avente un negozio 
sito al corso Cavour. La madre vide il Ferro per 
l’ultima volta nella locale Questura. Egli era 
in condizioni più che pietose per le torture su¬ 
bite: aveva un occhio quasi fuori dall’orbita, il 
viso tumefatto ed era coperto di lividi. Da quel 
giorno non si ebbero di lui più notizie sicure. 
Alla madre fu detto che era stato portato al 
campo di Coltano, ma egli risulterebbe invece 
ucciso insieme ad altri in località «Colli muro 
di cinta» presso le Carceri Giudiziarie di La 
Spezia e poi sepolto in un canale vicino in cui 
vennero rinvenute 59 salme di appartenenti 
alle formazioni della RB.I. 

Nel cimitero di Tiglieto (Genova) sono sepolti 
MARENCO Flavio di Graiano, tenente del 12. 
Alpini, e PESCE Dionisia fu Pelegro, insegnante 
elementare. Prelevati da casa con la scusa di 
un interrogatorio, vennero fucilati in località 
« fossazza ». 

GENOVESE Giacomo di Domenico, di anni 25, 
tenente delle B.N., redattore capo della Gazzet¬ 
ta di Savona venne prelevato nottetempo dalla 
Casa di lavóro di Finalborgo (Savona) insieme 
ad altri 11 detenuti politici e con essi torturato 
e trucidato il 27-6-45 nei pressi di Vado Ligure. 
I resti sono stati rinvenuti nei marzo ’947 e col¬ 
locati in un’unica cassa alla rinfusa con quelli 
di altri tre sventurati. 

Ad Alassio (Savona) il 27-5-45 elementi par¬ 
tigiani prelevarono nella sua abitazione, dicendo 
che doveva essere interrogata, la sarta CAP¬ 
PATO Ginevra in Manni, madre di una bam¬ 
bina. Il giorno dopo la sua salma venne rin¬ 
venuta in una fossa comune nel cimitero di 
Alassio. 

Sempre con la scusa deH’interrogatorio venne 
prelevato pure il 27-5-45 ad Alassio, l’impiegato 
POLLASTRELLI Giuseppe. Anch’egli venne fu¬ 
cilato il giorno seguente nei pressi del cimitero 
insieme ad altri infelici di cui si ignora il nome. 

MARIANINI Ciro fu Siro, s. ten. della Div. 
«S. Marco» di anni 21 venne trucidato il 24 
aprile 1945 a Finale Ligure (Savona). Cadde 
lanciando in viso ai suoi carnefici il grido della 
sua fede « Viva l’Italia! ». Dopo pochi mesi dalla 
sua scomparsa la madre mori dal dolore. È se¬ 
polto a Finale per la bontà e la cura di Padre 
Romano del locale convento. 

Nel cimitero Zinola di Savona è sepolto PA- 
NARELLI Vinizio fu Gino, nato a Firenze 1*8 
luglio 1924, s. ten. della Div. «S. Marco» Il 
25-4-45 mentre transitava solo in località «Le 
tre Madonne » presso Lavagnola (Savona) venne 
assalito da 6 partigiani, disarmato e ferito mor¬ 
talmente con una bomba a mano. Raccolto mo- 



Baffarmi Guidi, che si era avvelenato, venne ugualmente trascinato alla fucilazione. 


l 














17 


rente e trasportante all'ospedale di Savona, vi 
mori poco dopo. 

COLLACCHINI Luigi fu Luigi, di anni 58, 
nato a Trento, operaio militarizzato delle FF. SS. 
venne prelevato dalla sua abitazione in Savona 
e trucidato il 25-4 alle ore 19. Gli assassini lo 
depredarono di tutto quanto aveva con sè. 

BERNARDI Vito di Pasquale, nato a Milano 
il 21-4-925, ardito della «S. Marco», uspl il 
3 marzo dairospedale militare di Altare (Sa¬ 
vona) dove era stato ricoverato. Pare sia stato 
visto qualche giorno prima del 25 aprile a San 
Giuseppe del Cairo (Savona), ma dal 3 marzo 
mancano sue dirette notizie. 

Il giornale romano II Tempo del 2 agosto ’49, 
riportava la seguente notizia: « Importantissime 
rivelazioni sembra siano state fatte da quel 
Mario Dal Vento che è morente all’ospedale 
di Genova^ in stato di detenzione, quale princi¬ 
pale imputàto della catena di delitti che prese 
il nome di ”omicidi della pistola silenziosa”. 
Sarebbe per la rivelazione in punto di morte del 
Dal Vento che il Ministero avrebbe inviato da 
Roma un Ispettore superiore a Savona. Fatto 
sta che la polizia si è recata in un punto indi¬ 
cato del cimitero di Zinola scoprendo in una 
fossa comune i resti della famiglia BIAMONTI, 
massacrata subito dopo la liberazione. L’inge- 
gner BIAMONTI Paolo di 50 anni, sua moglie 
contessa NASALLI-FEO, la figlia MARIA di 
16 anni e la vecchia domestica. NERI Maria, ac¬ 
cusati di collaborazionismo, erano stati prelevati 
dal campo di concentramento di Segno (Vado 
Ligure) e trucidati. La polizia ha tratto in ar¬ 
resto la moglie di un capo partigiano». 

A Zinola (Savona) il 28 aprile 1945 veniva 
fucilato il marò MARGOTTI Zeno da Rieti. 

Nel cimitero dì Altare (Savona) sono sepolti 
i seguenti combattenti repubblicani: RAIMON¬ 
DI Guido di Angelo, di anni 21 da Torino; 
CONIGLIA Nicolò di Luigi di anni 23 da Ca- 
soli (Chieti); BRANCIFORTI Bruno di Salva¬ 


tore di anni 19 da Genova; CASELLINOVO 
Settimo da Bussana (Imperia); CAVALLARIN 
Carlo da Venezia; MASSUERO-CHIAFPARO 
Carlo; ANGELINI Sergio fu Guglielmo nato 
nel 1928 a Lapedona (Ascoli Piceno) ; MECCONI 
VENTURI Ermanno; BOTALLA Armando, in¬ 
fermiere presso la «Muti»; TRINCHERI Aldo, 
trucidato a seguito della cosidetta « liberazione ». 

Di un ufficiale, un maresciallo e 23 militi 
della G.NR., prelevati dalla caserma di Bor- 
ghetto Vara (La Spezia) è stato precisato che 
quattro fra i militi furono trucidati a Savero 
comune di Rocchetta Vara (La Spezia) per ordi¬ 
ne, a quanto risulterebbe, del tenente partigiano 
Pacini Mario da La Spezia. Detto tenente, il 
cui nome di battaglia era Chiappa » avrebbe 
assistito a braccia conserte alla «prodezza» dei 
suoi uomini. Dopo tre anni di ricerche i resti 
dei quattro militi furono esumati alla presenza 
delle Autorità e sepolti nel cimitero di Suvero. 

Quelli uccisi invece a Terpiana (Costa Caval- 
lara) furono — come già narrammo — gettati 
entro una tana per ordine — a quanto si af¬ 
ferma — di tale Zenati Egidio da Faenza, capo 
della Guardia Civica. Si dice anche che nella 
tana furono gettati i lanciafiamme per finire 
quelli che non erano stati uccisi dalle scariche 
di mitra. Le ossa infatti — unici resti — ven¬ 
nero rinvenute tutte annerite. Ecco alcuni fra 
i nomi dei trucidati: SILVESTRI Mentore, pa¬ 
dre di sei figli; brigadiere POGGI; AZZQLINI 
Carlo, barbiere della Caserma 27. Fant.; FER¬ 
RETTI Carlo di anni 16; ZACCAGNI Renato; 
PAVONE Giuseppe; BONINI Pasquale; GA- 
SPERINI. 

Il Corriere del Popolo, quotidiano di Genova, 
riporta in data 26 febbraio 1947 sotto il titolo: 
«L’identificazione delle undici salme trovate 
nella fossa comune di Vado»: 

« Come si ricorderà nel luglio del ’45 venivano 
condannati dalla nostra Corte d’Assisi Speciale 
11 ex fascisti. Tre di essi furono condannati a 



Il giornalista Coppola. 


morte e gli altri a pene lievi. I condannati fu¬ 
rono rinchiusi nelle carceri di Finalborgo e al¬ 
cuni giorni dopo, con falso ordine di scarcera¬ 
zione, prelevati da un gruppo di individui armati 
e vestiti da partigiani. Da allora non si ebbero 
più notizie dei prigionieri. In una fossa comune 
in frazione «Fosse di S. Ermete» nei pressi di 

[continua a pag. 19 



Il ministro Romano (il primo a sinistra) poi fucilato a Dongo, fotografato dorante una cerimonia insieme a Renato Ricci. 


1 












1 




































La violenza bestiale si sfogò negli insulti e negli oltraggi più atroci contro le ausiliarie. 


Vado Ligure sono state rinvenute 11 salme. Da 
ulteriori accertamenti esperiti dai carabinieri 
di Vado possiamo affermare, essendosi proceduto 
all'identificazione dei cadaveri, che si tratta ap¬ 
punto degli 11 prelevati di Finalborgo. Essi 
sono:‘RAIMONDI Alberto; ZANINO Alberto; 
RE VELLI Carlo; GRASSO Antonio; BENE¬ 
DETTO Natale; PASSENTI Luigi; GENOVESI 
Giacomo; MAZZANTI Mario; GHIBANDO An¬ 
tonio; ROVEDA. 

I cadaveri sono stati trovati con ferite d'arma 
da fuoco all’infuori del Passenti che sembra sia 
stato sepolto vivo. Il cadavere portava infatti un 
masso sopra lo stomaco e aveva la testa legata 
ai piedi. Gli altri corpi presentavano segni di 
strappamento di quasi tutti i capelli e le mani 
legate alla schiena con fili del telefono. 

IN PROVINCIA DI IMPERIA 

PASTORE Sebastiano di Eugenio, caporale 
della G.N.R. il 26-4-45 si presentò spontanea¬ 
mente al comando partigiano di Ospedaletti 
(Imperia) sicuro che, non avendo mai commes¬ 
so alcun male, nulla gli sarebbe accaduto. Venne 
ucciso dopo essere stato barbaramente torturato. 
I genitori che si trovarono ^ad Ospedaletti, per¬ 
chè sinistrati e profughi da Catania e che lo 
avevano accompagnato al Comando, ne curarono 
il seppellimento nel locale cimitero. 

BARBAROTTA Francesco Paolo, Commissario 
aggiunto di P. S. venne prelevato il 25-4-45 ad 
Imperia neH’Ufficio della Questura e trucidato 
ad opera di elementi partigiani il 5-5-945. 

Si ignora la sorte toccata a MEZZELANA 
Augusto di Gaspare, nato 1T1-5-90, apparte¬ 
nente alla Milizia Confinaria di Ventimiglia, 
visto per l'ultima volta ad Imperia. 

ROSSI Ernesto fu Giovanni, appartenente 
alla G.NR. di S. Remo (Imperia) venne tru¬ 
cidato il 4-5-945, dopo essere stato seviziato dai 
partigiani di Taggia. Non si conosce il luogo 
della sua sepoltura. 

II 26 aprile 1945, dopo la partenza dei tede¬ 


schi, alle 7,30 del mattino, un gruppo di una 
trentina di partigiani si presentava ad Alassio 
alla villa del maggiore di cavalleria belga in 
pensione DE MAERE Carlo. Le intenzioni degli 
assalitori erano cosi evidenti che il maggiore, 
dopo aver resistito per oltre due ore sparando 
con la pistola, quando vide che non aveva più 
munizioni preferì uccidersi di sua mano piut¬ 
tosto che cadere in balìa di quelle belve. Al¬ 
trettanto fecero la moglie De Maere Francesca 
e la figlia Laura, nata nel 1919. Il maggiore de 
Maere, stabilitosi in Italia nel 1937, decorato 
di Medaglia d’argento al Valor Militare Italiana 
della guerra 1914-18, non iscritto al Partito 
fascista perchè cittadino straniero, aveva chie¬ 
sto ed ottenuto, dopo il 25 luglio 1943, l’iscrizione 
straordinaria al PF.R., mentre il figlio Mau¬ 
rizio de Maere, nato nel 1924, otteneva final¬ 
mente, nell'ottobre del 1943, dopo cinque do¬ 
mande di volontariato, di potersi arruolare nel¬ 
la 34* Legione MVSN « Premuda » di Savona, 
Il padre, ottenuta l'iscrizione, malgrado l’età 
avanzata, si arruolò nella BN. locale, rifiutando, 
come per il servizio da interprete, qualsiasi paga. 
Naturalmente, dopo la morte dei componenti la 
famiglia de Maere, la casa venne devastata e 
persino gli anelli vennero asportati dalle dita 
dei Caduti. 

Il giorno in cui la famiglia Tarquini di Pe- 
scina, vide cadere sotto i colpi inesorabili di un 
pugnale la loro giovane figlia ANITA, che non 
aveva voluto rivelare ad un gruppo di parti¬ 
giani il rifugio del fratello avvocato e podestà 
del luogo, un altro tragico dramma aveva il 
suo epilogo. Un amico intimo di Tarquini cadeva 
per lo stesso ideale per il quale aveva donato la 
vita la giovane Anita. 

Era questi il maggiore VANDONE, eroico com¬ 
battente di tre guerre. 

Fatto prigioniero da appartenenti al «C.VL.» 
veniva nottetempo condotto a Cervia e rinchiuso 
nella locale caserma dei carabinieri. 

Chiamato il comandante la « divisione rossa » 
Mancin, questi dopo di essersi complimentato 


con il Vandone per avere avuto il coraggio di 
dichiarare apertamente di essere Tuffìciale più 
elevato in grado tra il gruppo dei prigionieri, 
lo faceva bastonare a sangue e seviziare terri¬ 
bilmente. 

Raccolto agonizzante dai « predoni » che lo 
avevano massacrato, l'infelice maggiore, che non 
aveva emesso un solo lamento, veniva legato sul 
cofano di un’automobile e condotto a Diano 
Marina. Quivi veniva impiccato ad un albero. 
Era il primo Caduto dell’Insurrezione, apparten¬ 
ne alla tragica zona di Imperia ove il furore 
« rosso » si era scatenato senza pietà ed aveva 
mietuto centinaia di vittime, senza colpa alcuna. 
Uno dei maggiori responsabili di queste giornate 
di sangue è l'ex partigiano Boris al secolo Gu¬ 
stavo Berio. 

Costui con un sadismo che non teme con¬ 
fronti ordinava e presenziava alle esecuzioni 
compiacendosi con se stesso per la ferocia e il 
sangue freddo dimostrati. Prelevati dal carcere 
di Oneglia, senza che alcuno si opponesse al suo 
bieco volere, una trentina di detenuti, legava 
loro le mani dietro la schiena con filo spinato 
e dopo averli fatti percuotere bestialmente li 
faceva condurre al cimitero ed ivi ordinava che 
fossero passati per le armi, dopo di averne or¬ 
ribilmente mutilati diversi. Li faceva quindi 
seppellire a fior di terra, accanto ai cadaveri 
di alcune giovani donne stuprate e poscia fu¬ 
cilate. 

Tra il gruppo degli innocenti furono poi iden¬ 
tificati i seguenti cittadini : SALVO Pietro, 
MANGIA Nullo, SCUETTO Ernesto, AIELLO 
Francesco, BARBAROTTA Francesco, BARON¬ 
CINI Antonio, DE FILIPPIS Arturo, DI DON È 
Ivo (grande mutilato della guerra T5-18), DA¬ 
MIANI Isidoro, DEUNISE Carmelo, MAMELI 
Terenzio, FERRARIO Giuseppe, CALVI Anto¬ 
nio, AICARDI Stefano, CALVI Attilio, profes¬ 
sor CALLEGARIS Achille, ACQUARONE Gu¬ 
stavo, GORI Aldo, FERRO Illuminate-’ < grande 
invalido della guerra '15-18), VIOLA Alberto, 

I continua a pag. ‘li 






















20 



* 




* 




Roberto Farinacci, 


— - ~ “ P ““ 


























21 



MUSSO Martino, LANGUASCO Francesco. DO¬ 
MINICI Isidoro e prof. MARTINO. 

Contemporaneamente altri dieci cittadini, pre¬ 
sunti fascisti. da Imperia venivano condotti ad 
Alassio ed ivi barbaramente uccisi. 

Rinvenute parecchio tempo dopo le salme, 
furono tra queste identificati : dott. DENZA Rai - 
faele, MANGIAPAN Francesco. MANGIARAN 
Francois, BERRETTA Ernesto, LABI Ruggero, 
ANTONIOTTI Felice, VANDONE Giovanni» 
MONTEFINALE Giovanni, REJ Ferdinando. 

Tutti seviziati e trucidati. Al Denza venne 
asportato un anello con brillante. Il Rej ferito 
riuscì a sfuggire e chiedere soccorso ad un con¬ 
vento di frati ma gli venne chiusa la porta in 
faccia. Ripreso venne fucilato. 

A Bajardo venne trucidata la famiglia LAURA 
composta di sette persone. La madre ed un figlio 
di undici anni vennero trovati in aperta cam¬ 
pagna sepolti sino al collo e con il capo spaccato 

in due. . 

I superstiti di Alassio condotti ad Imperia e 
fatti discendere dal camion sul Capo Berta, 
furono accompagnati per chilometri a forza di 
calci, spinte e ridotti tutti in fin di vita. Alcune 
ausiliarie stuprate e tosate. 

Tragica sorte toccò ad una nobile figura di 
lavoratore e precisamente all’imperiese GARI¬ 
BALDI. 

Questi, dopo di essere stato costretto a raci¬ 
molare in fretta e furia, duecentomila lire e 
versarle ad un gruppetto di ignobili ricattatori, 
veniva in piena via Artallo trucidato sotto gli 
occhi della moglie e della figlia terrorizzate di 
dolore, da parte degli stessi ricattatori. 

Due giovani donne, tra cui la ventitreenne 
Bosio, non appartenenti ad alcun partito, ma 
legate solamente da profondo affetto verso due 
giovani ex combattenti arrestati e seviziati in 
quelle tragiche giornate insurrezionali, venivano 
a loro volta tradotte alle carceri di Imperia. 
Invitate più volte, ma inutilmente, a soddisfare 
le immonde brame di alcuni «rossi», venivano 
un giorno improvvisamente scarcerate. All’usci¬ 
ta, però, una macchina le attendeva e fatte 
salire, sotto la minaccia di armi automatiche, 
venivano condotte nei pressi di Oneglia ed ivi 
violentate da un gruppo di «partigiani». Il 
corpo seviziato di BROSIO Lidia e della sua 
compagna venne deposto nel cimitero di Oneglia. 

In quel tomo di tempo anche il dott. ASCHIE- 
RI, ricoverato in ospedale per gravi ferite, ve¬ 
niva poscia brutalmente trucidato. 

IN PROVINCIA DI LA SPEZIA 

In località Pignone (La Spezia) è sepolto 
CASTO’ Domenico di Vittorio, soldato della 
R.S.I., ucciso il 23-4-45. 

TORTAROLO Luigi fu Eugenio, nato a Bo- 
nazzola (La Spezia) Tl-11-903, maresciallo in 
s p. e. appartenente alla G.N.R. venne prele¬ 
vato a La Spezia il 24-4-45 e da allora non si 
ebbe di lui più alcuna notizia. Per mancanza^ 
di certificato di morte la vedova, che ha sei figli* 
a carico, non può ancora percepire la pensione. 

Il 7-6-45 a San Gemisio di Arcola (La Spezia) 
venne ucciso LANDI Roberto fu Pietro, nato ad 
Ameglia (La Spezia) appartenente alle B. N. 
Precedentemente fermato e rimesso poi in li¬ 
bertà dalla Questura, tornato a casa ad Ame¬ 
glia, venne prelevato da elementi partigiani il 
20-5-945 e successivamente trucidato. 

ALESSANDRONL Remo di Melchiade, classe 
1925 appartenente alla B. N., venne prelevato 
nella sua abitazione il 9-5-45 e ritrovato ucciso 
sul viale Marinella a Sarzana. 

MARCENNI Elver di Epaminonda, nato ad 
Ortanova (La Spezia) nel 1925. ufficiale della 
GNU., studente, venne prelevato a casa, men- 
- tre era a letto, la notte del 9-5-’45 ed ucciso la 
notte stessa in viale Marinella a Sarzana. 

La voce pubblica accusa come responsabili di 
questi due assassini tali Piola Evraldo e Gian¬ 
franchi Vittorio delle Brigate «Muccini» appar¬ 
tenente al C.L.N. locale, e' anche la famiglia di 
Cervia Alino, tutti di Ortanova. 






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_ , . accrae del lago di Como si sono chiuse su centinaia di uccisi, che oggi ancora 

In questo punto le acquede l ■* -ofto la coU re gelida e silenziosa. 


MORELLI Notali fu Agostino, di anni 54. nato 
a Fivizzano ed il figlio ARMANDO, appartenenti 
alle B N nato il 15-1-26, vennero prelevati da 
casa nella notte dal 14 al 15 gennaio 1946 e fu¬ 
cilati alla Stazione di Vezzano Ligure (La Spe¬ 
zia) alle ore 20 del 15-1-1946. La sola colpa di 
cui venne accusato il padre fu di aver tenuto 
nascosto il figlio Armando. ... lrf . 

RUATA Oreste, di Stefano, nato a Montaldo 
Roero (Cuneo) di anni 25, residente a La Spe¬ 
zia, appartenente alla G. N. R. fu visto per 1ul¬ 
tima volta nelle carceri di Sarzana il 10-5-1945. 
Venne poi prelevato da quattro partigiani e di 
lui non si ebbe più alcuna notizia, se non che 
uno degli assassini venne in casa ad annunziare 
alla moglie l’uccisione del marito. La povera 
donna, sofferente di cuore, dopo pochi giorni 
mod- 

MAZZOLA Rino di Giuseppe, nato il 29 ago¬ 
sto 1922 a. Caprino Veronese, sergente maggiore 
della Div. «Italia» risulta disperso dal 22 apri¬ 
le 1945 dopo essere stato visto in località Ponte 
di Sofiera (La Spezia). 


Dalla Caserma di Borghetto Vara, dopo un’ora 
e mezzo di accanito combattimento, vennero 
prelevati, nell’aprile *45 un ufficiale, un mare¬ 
sciallo e 23 militi della G.N.R. tutti dai 16 ai 
20 anni. Condotti a Brugnate e bastonati a san¬ 
gue, fra i peggiori insulti, vennero trascinati 
ancora 15 chilometri lontano dal paese a Costa. 
Cavallara e, dopo qualche giorno fucilati. Uno 
alla volta vennero posti davanti all’apertura di 
una tana detta « du Cadin de Mezzendà»: la 
scarica di mitra, uccidendoli, li faceva precipi¬ 
tare entro la caverna. Finita la tragica opera- 
zione, l’apertura fu chiusa. 

Uno dei giovani che aveva tentato di fuggire 
fu raggiunto ed ucciso. Poiché gli assassini non 
si erano curati di accertare la morte delle vit¬ 
time. la mattina seguente trovarono uno degli 
infelici, colpito, che invocava soccorso fuori dalla 
tana. Anche questi venne finito a quanto si 
dice, da tale Zenati Egidio da Faenza, capo 
della Guardia Civica. Lo Zenati avrebbe negato 
al poveretto anche il bicchiere d’acqua che que- 
































22 

sti insistentemente chiedeva. I trucidati, prima 
di morire avevano consegnato tutti un biglietto 
per le loro famiglie al Cappellano, ma queste 
lettere, come pure altre precedentemente con¬ 
segnate da altri condannati, non sono mai giunti 
a destinatone 

NEL TRIANGOLO DI SANGUE 
f < L’EMILIA ROSSA » 

Lo spazio a nostra disposizione in questo nu¬ 
mero dedicato alle gesta della « liberazione » non 
sarà sufficiente ad illustrare gli infiniti massa¬ 
cri avvenuti nel « rosso » capoluogo della ancor 
più « rossa » terra d’Emilia. 

La prima vittima dell’insurrezione, a Bologna, 
fu il questore della città. Il disgraziato, padre 
di numerosa prole, ritenendo di non aver nulla 
a temere, avendo sempre svolto la propria atti¬ 
vità nei limiti della legge e della più scrupolosa 
onestà, rimaneva al proprio posto di responsa¬ 
bilità e di comando, in attesa di passare le re¬ 
golari consegne al successore. 


Ancora ausiliario, o mogli di fascisti, povere 

Prelevato invece da un gruppo di « armati ». 
veniva portato davanti alla facciata del Palazzo 
Comunale e abbattuto con una scarica di «mi¬ 
tra» alla testa. Poco dopo davanti alle macerie 
dell’ospedale, colpito da un violento bombar¬ 
damento aereo, vennero massacrati diversi cit¬ 
tadini ritenuti fascisti, ed uguale sorte tocco a 
numerose donne. In questa località perirono, 
così, circa settanta persone. Il livore « partigia¬ 
no» portò poscia la sua sete di sangue tra le 
mura dell’ospedale ove furono trucidate nume¬ 
rose ricoverate, dopo di averle spogliate di ogni 
indumento e loro averi. Non contenti, rasarono 
loro i capelli e, dopo di averle orrendamente 
seviziate, le lasciarono esposte al ludibrio dei 
« marrani » che inscenarono davanti ai nudi ca¬ 
daveri di quelle giovani donne un macabro bac¬ 
canale. 

In vicolo del Macello. fuVono massacrati al¬ 
cuni fascisti, fra cui due donne. Anche queste 
ultime, dopo di essere state denudate, furono 
prima di morire — violentate e poscia abban¬ 
donate in un lago di sangue nel mezzo del 
vicolo stesso. Una di queste infelici, stringeva 
tra i denti spezzati, un grosso sasso, che uno 
dei sicari, prima di trucidarla, aveva tentato di 
fa: 0 e ingoiare 

A Bassano Emilia, un povero diavolo ritenuto 


amico di fascisti, veniva evirato ed orbato. Al 
posto degli occhi, i barbari che lo avevano uc¬ 
ciso. ponevano i testicoli e viceversa, come in 
Abissinia ! 

Alla periferia di Bologna, e più precisamente 
in località Corticella. un ex «partigiano» si 
vanta di conoscere con esattezza il punto ove 
sarebbero sotterrati i numerosi cadaveri di po¬ 
veri soldati uccisi il 26 aprile, rei di avere servito 
la propria Patria. 

lì bieco furore dimostrato dagli appartenenti, 
più o meno legalmente, al «C.VX..», sia nell uc¬ 
cidere che nel razziare case ed uffici di tutti gli 
ex fascisti o ritenuti tali, va ricercato — a detta 
di alcuni responsabili — nel fatto che un capo¬ 
partigiano a nome « Lupo » sarebbe caduto, pocó 
prima della « liberazione »... in uno scontro con 
formazioni armate della R.S.I. a noi, sembra di 
sapere invece, che il suddetto « Lupo » cadde 
nella tagliola tesagli da un suo compagno con 
il nomignolo di « il biondino » nativo di Pianoro. 

Costui sapendo che il suo superiore teneva 
nelle capaci tasche una rilevante somma di da- 


donne indifese, abbandonate ad ogni oltraggio. 

naro. che sarebbe servita per pagare alcuni 
« gappisti », lo assaliva improvvisamente alle 
spalle e lo « faceva fuori », depredandolo poscia 
di ogni cosa. 

Nel maggio ’45 a Pieve di Cento (Bologna) 
venivano prelevati una sera tutti insieme dalla 
casa paterna i sette fratelli GOVONI: Dino, 
Marino, Emo, Giuseppe, Augusto, Primo, Ida. 
Di loro non si ebbe più alcuna notizia nè se ne 
conosce il luogo di sepoltura. Da notare che dei 
sette fratelli solo due, Dino e Marino, erano 
fascisti mentre gli altri cinque non si erano 
mai interessati di politica. La madre, Caterina 
Gamberini, di anni 66, resa molto più vecchia 
e debole per l’inconsolabile dolore essendosi im¬ 
battuta qualche tempo fa in certi Romano Ca- 
vicche, Giuseppe Lanzoni ed altri due individui, 
il Lanzoni prendeva a deriderla rivolgendole 
frasi di questo genere : « Ci vuole un buon cane 
da tartufo per trovare i tuoi figli...». «I vili 
stanno bene sepolti...» ed altre. Poi, non con¬ 
tento di aver rinnovato e schernito il dolore 
della povera vecchia madre, il Lanzoni chiamava 
la moglie e la figlia incitandole contro la Gam¬ 
berini. Queste, raggiuntala in piazza, le sferra¬ 
vano alcuni pugni al viso abbattendola e ben 
peggio avrebbe certamente fatto, se in difesa 
della poveretta non fosse intervenuta la nuora. 


IN PROVINCIA DI BOLOGNA 

Il 7-5-1945 veniva prelevato nella propria abi¬ 
tazione a Samoggia di Savigno (Bologna) l’ope¬ 
raio ZANETTI Aniceto di Roberto, nato il 13 
giugno 1912. Fu ucciso la notte stessa e trovato 
a caso il giorno dopo da un bimbo, semisepolto 
e colpito da tre colpi di arma da fuoco con li¬ 
vidure in tutto il corpo e fuoruscita della ma¬ 
teria cerebrale per colpi di corpo contundente 
ricevuti alla testa. 

Il milite delle B. N. SOLA Dino fu Antonio, 
nato il 23-1-1912 a Bologna, fu prelevato, in¬ 
sieme ad altri cinque, pure scomparsi, il 24-5-1945 
a Quinzano d’Oglio (Brescia) e portato a San¬ 
t’Agata Bolognese per essere interrogato. Dopo 
breve sosta nella caserma locale, fu visto par¬ 
tire in Balilla con due individui. Da macchina 
fu ben presto di ritorno con i due, ma di lui 
non si ebbe più alcuna notizia. 

La stessa sorte ebbe MORTEN Natale fu 
Luigi, nato a S. Agata Bolognese il l°-5-1908, 
podestà del luogo, collaudatore meccanico alla 
« Caproni » di Reggio E. e milite delle B. N. 
Fu anch’egli prelevato da Brescia e portato a 
S. Agata dove da persone del paese, venne 
fatto salire in una macchina il 24-5-1945. 

Il 22-4-1945, dopo la cosiddetta liberazione, 
venivano prelevati a Decima di Persiceto il 
cap. MELETO Eligio; serg, magg. BORGHE- 
SANI Franco ed il fratello BORGHESANI Elio; 
i fratelli CAUTORI Gino e Guido, CAPPO- 
NELLI Luigi, BUSSOLARI Gino, FORNI Athos, 
GRIMALDI Aroldo, OTTANI Corrado, MAGO¬ 
NI Umberto, BORGHESANI Ottavio, tutti da 
Decima di Persiceto. Vennero rinchiusi in una 
stanza del Dopolavoro locale e, per vari giorni, 
orrendamente torturati tanto da ridurli in fin 
di vita. Una notte furono caricati su di un 
camion ed i loro corpi non vennero più ritro¬ 
vati. La voce popolare accusa come responsabili 
dell’orrendo crimine: Gino Bonfiglioli, poi arre¬ 
stato quale mandante nell’assassinio del sinda¬ 
calista d. c. dott. Fanin; Eutimio Gasperini, se¬ 
gretario della C.d,L. di Persiceto; Odino Cap- 
poncelli, Neno Cotti; Palavanchi Veltrando; 
Cassanelli Martino; Luigi Zani; Fregui France¬ 
sco e Beccari Amintore, tutti di S. Matteo 
Decima. 

Nel cimitero di Minerbio (Bologna) è sepolto 
SANTOLLI Gregorio fu Alfonso, nato a Rocca 
S. Felice (Avellino) l’8-I0-1886, insegnante ele¬ 
mentare a Barricella (Bologna). Prelevato da 
casa con la scusa di un interrogatorio, veniva 
condotto in località Tintoria di Minerbio, ucciso 
con due colpi di pistola alle tempia e derubato 
di tutto ciò che aveva con sè. 

La fede politica del padre, ucciso più di un 
anno prima, fu invece la causa determinante 
l’uccisione dello studente BOSI Tullio fu Ar¬ 
mando, trucidato a Bologna il 23-4-1945. A Bo¬ 
logna venne pure ucciso negli stessi giorni, con 
tre raffiche di mitraglia in via del Porto, l’im¬ 
piegato SAFFI Vincenzo fu Luigi. 

Tra questi trucidati figura anche il nome di 
Z AB INI Gaetano da Decima. Apprendiamo ora 
la storia della sua uccisione ed i moventi vera¬ 
mente « politici » che l’hanno determinata. Era 
lo Zabini un ex vigile urbano di S. Giovanni 
in Persiceto, già appartenente al 67° Btg. CC. 
NN. in Grecia dove era rimasto ferito e muti¬ 
lato. Non potendo, a causa della sua mutila¬ 
zione, prestare servizio attivo, era stato adibito 
come cuoco alla Brigata Mobile «Pappalardo», 
e da ogni inchiesta che fu fatta allora, come 
in seguito, non è mai risultato che lo Zabini 
abbia partecipato a rastrellamenti od a qual¬ 
siasi fermo o interrogatorio. 

Essendo dunque anch’egli in stato di deten¬ 
zione, il 25-4-1945 si presentavano al Comando 
partigiano di Decima un uomo e una donna 
chiedendo di vedere i prigionieri per riconoscere 
fra di essi un persecutore e seviziatore. Accom¬ 
pagnati sul posto, appena visto lo Zabini, lo 
facevano alzare da terra e cominciavano a per¬ 
cuoterlo ferocemente. Poi ne spiegarono il mo¬ 
tivo. Anni addietro, in un giorno di mercato a 

f continua a pag. 24 































Mentre le forze armate di Graziani e di Kes- 
selring si battevano in Italia, cclntrastando il 
passo agli eserciti anglo-americani, si iniziava da 
parte di alcune autorità germaniche la manovra 
che avrebbe dovuta condurre allo sganciamento 
dell’esercito del Terzo Reich, ed alla pace in 
Italia. Le trattative furono condotte in Svizzera, 
e proprio da quel gruppo dirigente delle SS 
(leggi generale Wolff e colonnello Dollman), che 
avrebbe dovuto rappresentare il nucleo più fe¬ 
dele e ferocemente nazista che si trovasse allora 
nel nostro paese. 

E invece, mentre il maresciallo Kesserling, 
fedele agli ordini ricevuti, continuava la sua 
battaglia; mentre i soldati della R.SJ. prosegui¬ 
vano nella loro guerra, i rappresentanti germa¬ 
nici, ritorcendo contro i- fascisti il tradimento 
badogliano deirotto settembre, concludevano in 
Svizzera le trattative della resa. 

Ciò, del resto, è spiegabile, quando si pensi 
che il famoso Dollman era da tempo in contatto 
con gli agenti britannici delle Intelligence Ser¬ 
vice. Egli deve a questa sua attività la salvezza, 
il successivo diritto a rifugiarsi in Svizzera e di 
lì, ove recentemente è stato “ scoperto ” in modo 
tale da dover costringere il Governo federale ad 
espellerlo, in Spagna. 

Le condizioni poste dagli angloamericani fu¬ 
rono precise: resa a discrezione. I tedeschi pen¬ 
sassero ai casi loro, che agli italiani avrebbero 
pensato gli alleati ed i partigiani. E cosi fu fatto. 










*** 








4 - 


là 


2 













































24 


S. Giovanni in Persiceto, lo Z ab ini, che era, 
coinè abbiamo detto, vigile urbano, ricevette 
l'ordine dal suo brigadiere di recarsi al mercato 
stesso e di porre sotto sequestro, in un banco 
di vendita, alcuni conigli per farli analizzare 
al locale Ufficio d'igiene, dove i conigli risulta¬ 
rono essere gatti. L’esercente fu processato e 
condannato a 800 lire di ammenda, 100 per 
ogni gatto. Ora si vendicava. Lo Zabini fu 
ridotto in condizioni pietose ed inoltre, durante 
la visita ricevuta successivamente da parte di 
un suo cognato, marinaio al seguito degli Al¬ 
leati, venne a-sapere che quel precedente ren¬ 
deva la sua situazione disperata, pur non es¬ 
sendo risultato null’altro a suo carico. Infatti, 
alla sera del 28 aprile lo Zabini veniva trucidato 
senza che mai se ne potesse recuperare la salma. 

Sempre a Persiceto, il 21 maggio 1945 veni¬ 
vano prelevate nella loro abitazione le due so¬ 
l-elle FIORINI Adriana fu Adelfo, nata a San 
Giovanni in Persiceto il 26 agosto 1916, inse¬ 
gnante elementare, segretaria del Fascio locale, 
e FIORINI Anna Maria, nata a Persiceto il 
31 luglio 1926. Si dice che le sventurate sorelle 
avrebbero subito prima di essere uccise, sevizie 
e violenze. Gli assassini, pur scoperti, sono pro¬ 
tetti dall’amnistia e si ostinano a negare alla 
famiglia il conforto di tumulare degnamente 
le salme tacendo il luogo ove queste sono state 
sepolte. 

All’elenco dei trucidati di S. Giovanni Persi- 
ceto (Bologna) aggiungiamo i nomi di MAT¬ 
TIOLI Francesco e LANZANINI Renato, pre¬ 
levati da sconosciuti il 13-5-1945. Le loro salme 
non furono più ritrovate. Il primo aveva in tasca 
circa 480.000 lire, mentre il secondo ne aveva 
oltre 650.000. Il Giornale dell'Emilia del 22 feb¬ 
braio 1949 portava la notizia del ritrovamento 
dei resti dell’agricoltore TESTONI Francesco 
che fu prelevato ed ucciso la sera del 24 lu¬ 
glio 1945 da un gruppo di 15 persone. I resti 
sono stati rinvenuti in un fondo denominato 
Litigata nel territorio del comune di Bentivoglio 
(Bologna), a sinistra dello stradone detto di 
Castagnolino. La morte del Testoni, secondo le 
risultanze della perizia necroscopica, deve essere 
stata orrenda. L'infelice, infatti, non venne a 
quanto pare, freddato con colpi dì arma da 
fuoco, ma sarebbe stato strangolato, dopo essere 
stato percosso selvaggiamente. I carabinieri, 
anzi, non scartano neppure l’ipotesi che il Te¬ 
stoni sia stato addirittura sepolto vivo. Come 
esecutori materiali dell’orrendo delitto vengono 
accusati tali Luigi Borghi, che si ritiene rifu¬ 
giato in Jugoslavia, Lauro Bellardini, detto 
« Topo romagnolo » e l’autista Mario Neri. 

In una strada della periferia di Bologna ca¬ 
deva ucciso da piombo fratricida il sergente 
FESSAROLO Giovanni Livio di Roberto, nato 
a Rosa (Vicenza) il 7-2-1926. 

Sempre a Decima di Persiceto (Bologna) ven¬ 
nero massacrati: Serg. Magg. GOLINELLI An¬ 
gelo da Bologna; C. N. TOSELLI Luigi da De¬ 
cima; C. N. ZABINI Gaetano da Decima; C. N. 
MONTANARI Umberto da Bologna; C. N. CA- f 
RATINI Pasquale da S. Giovanni; C. N. FER¬ 
RARESI da S. Giovanni; le sorelle FIORINI, 
una di 16 ed una di 18 anni da S. Giovanni. 

I trucidati vennero prima orrendamente sevi¬ 
ziati, derubati di tutto, vestiti compresi, e furono 
sepolti nudi. 

A Bologna la sera del 21 febbraio 1945, tre 
individui, che ancora rimangono sconosciuti, 
bussavano alla porta di tale MAZZINI Umberto, 
originario di Fumo di Argelato (Bologna). En¬ 
trati in casa chiedevano al Mazzini della figlia 
Ines, di anni 23, e, saputo che questa era a 
ietto influenzata, imponevano con le armi alla 
mano al Mazzini e ad un’altra figlia Emma, 
di anni 17, di fermarsi in cucina, ove uno di 
loro rimase di guardia. Gli altri due, intro¬ 
dottisi nella camera dove la Ines era a letto, 
dopo averle rivolto poche parole, la freddavano 
con tre colpi di pistola alia testa. Se ne anda¬ 
rono quindi, dopo aver rinunciato alla già mi¬ 
nacciata uccisione degli altri due, promettendo 
die sarebbero ripassati. Da notare che il Maz¬ 
zini, mal iscritto al Fascio, non aveva svolto 



Tre momenti della resa e dell’ultimo com¬ 
battimento in Valtellina. 


alcuna attività politica. Egli, per quanto abbia 
indagato presso i comandi partigiani che im¬ 
perarono in Bologna nel 1945, non è mai riu¬ 
scito a sapere per quale motivo gli era stata 
tolta la figlia in un modo cosi atroce. 

La notte del 5 giugno 1944, 17 uomini armati 
qualificatisi partigiani, dopo aver scassinato la 
porta, si introducevano, a LaVigno (Bologna), 
nell’abitazione del milite della GN.R. BONAN- 
TTNI Ercole, che si trovava a Bologna in ser¬ 
vizio di guardia alla Polveriera di Ponte Banca. 
Erano le due della nòtte ed in casa si trova¬ 
vano a letto la moglie del Bonantini, un figlio 
(che aveva allora nove anni) e la cognata, una 
povera scema. Dopo aver rubato tutto ciò che 
trovarono, obbligarono la moglie del Bonantini, 
il figlio e la cognata a scendere al piano ter¬ 
reno. Chiesto ove fosse il marito e saputo che 
era in servizio a Bologna, " capo del gruppo 
strappava di dosso alla donna le vesti lascian¬ 
dola completamente nuda, mentre la cognata, 
che aveva tentato di reagire, veniva violente¬ 
mente percossa e stesa a terra priva di sensi. 
La moglie, in quelle condizioni, veniva obbli¬ 
gata a salire la scala, mentre il capo la sculac¬ 
ciava e per mano si trascinava il figlio. Giunti 
che furono nella camera, la donna veniva affer¬ 
rata da quattro uomini e gettata sul letto e, 
sempre sotto gli occhi del figlio, ad uno alla 
volta violentata da tutti i briganti. Il mattino 
seguente la donna si precipitava a Bologna ed 
il marito, informato dell’accaduto, chiese di 
abbandonare il servizio e ritornò al paese donde 
non si mosse più sino alla fine delle ostilità. 

Avvenuta la cosiddetta «liberazione», la sera 
del 5 maggio 1945 un gruppo numeroso di par¬ 
tigiani si presentava alla casa del BONANTINI 
e gli imponeva l’immediata consegna di cento- 
mila lire. Avendo il Bonantini fatto presente 
che non possedeva una simile somma, i parti¬ 
giani gli ordinarono di racimolare quanto aveva 
ed intanto di pagare loro da mangiare. Man¬ 
giarono un intero prosciutto, bevvero 14 fiaschi 
di vino ed intanto quello che probabilmente era 
il capo, guardando il Bonantini, "che si strin¬ 
geva al petto il figlio, gli ripeteva ridendo: «Sa¬ 
lutalo, Ercole, sono le ultime volte che lo vedi, 
perchè dopo ti ammazziamo ». Contato il da¬ 
naro che il Bonantini aveva racimolato — 
16.500 lire — infine si alzarono e, al momento 
di uscire, obbligarono lo sventurato a seguirli 
insieme al figlio. La moglie supplicò, altre per¬ 
sone — poiché il Bonantini era benvoluto in 
tutto il paese — intervennero e pregarono, ma 
tutto fu inutile ed il gruppo si allontanò un 
centinaio di metri dalla casa, dopo aver ripreso 
due prigionieri sconosciuti che erano rimasti 
custoditi fuori. Ad una svolta della strada, tutti 
e tre furono uccisi a raffiche di mitra ed il 
bambino, che aveva assistito al secondo episodio 
del dramma della sua famiglia, veniva riman¬ 
dato a casa. 

La moglie del Bonantini tentò di fare istruire 
un processo per rapina, grassazione, violenza 
carnale ecc., ma in un primo tempo le fu ri-, 
sposto che queste erano da considerarsi « azioni 
di guerra ». Ad un successivo tentativo le rispo¬ 
sero di fare pure la denuncia, ma che, dato il 
momento delicato, alla cosa verrà dato corso 
regolare « a tempo più opportuno ». 

I « 13 » DI GALUERA 

Anche dei 13 fascisti, o presunti tali, prele¬ 
vati ed uccisi nelle stesse giornate e nelle me¬ 
desime circostanze a Galliera (Bologna) diamo 
solo l’elenco dei nomi non conoscendone la fine 
nè il luogo di sepoltura. 

MINGOZZI Onorato, operaio; SGARZI Adel¬ 
mo, meccanico; TREVTSAN Francesco, operaio; 
VTGNOLI Dino, fattore; BENASSI Giuseppe, 
industriai;e FRANCHINI Arnaldo, impiegato; 
MAZZOLI Alberto, possidente; MILANESI Enzo, 
impiegato; SO VERINI Alberto, possidente; TE¬ 
STONI Francesco, agrario; BARALDI Giusep¬ 
pe, impiegato; MILANESI Gioacchino, fattore; 
FINI Luciano, X Mas. 

VACO ARI Vittorio, nato a Crevalcuore (Bo- 





















25 - 




logna) il 29-8-1897, mutilato della guerra '15-18, 
combattente e mutilato della guerra di Spa¬ 
gna ed il fratello VACCARI Guerrino nato pure 
a Crevalcuore il 26 dicembre 1900, combattente 
della guerra 1915-18, milite della GJN.R., la se¬ 
ra del 24 maggio 1945 vennero prelevati a Zoz- 
zicone (Verona) dove erano sfollati con le fa¬ 
miglie. Il 25 vennero trasportati nelle carceri di 
Modena e lo stesso giorno trasferiti a Rasenna 
di Modena; il 26 vennero avviati alla Valle di 
Crevalcuore e quindi barbaramente trucidati, 
dopo essere stati spogliati e depredati di tutto. 


i « 39 » 


Poiché non abbiamo, per il momento partico¬ 
lari sulla loro fine, nè si conosce il luogo dove 
riposano, ci limitiamo a pubblicare i nomi di 
39 militi, fascisti o presunti tali — chè alcuni 
mai appartennero o militarono in alcun partito, 
ed abbietti ed inconfessabili furono spesso i mo¬ 
tivi che indussero alla loro soppressione — pre¬ 
levati ed uccisi nelle giornate successive alla 
«liberazione», dopo essere stati assolti dai co¬ 
siddetti tribunali del popolo. Tutti i 39 sono di 
S. Pietro in Casale (Bologna). 

GIOVANINASSI Arturo, pecoraio; TAGLIG¬ 
LI Ettore, pecoraio; IOPOLO Flaminio, medico; 
ZIOSI Anita, levatrice; GRANDI Antonio, stu¬ 
dente; TADIA Adelaide in Costa, insegnante; 
COSTA Silvio, agricoltore; COSTA Vincenzo, 
studente; EMILIANI Laura, professoressa; 
BIANCHI Guido, possidente; FLOREAN Gio¬ 
vanna in Bianchi, casalinga; BAROLDI Guelfo, 
impiegato; LULLINI Pietro, commerciante; 
MARONESI Leonildo, agricoltore; MARONESI 
Aldo, agricoltore; BERGOMI Adriano, agricol¬ 
tore; SACCHETTI Aldo, industriale; SACCHET¬ 
TI Tullio, agricoltore;^RUGGINI Paolo, indu¬ 
striale; BOLLINI Cesare, impiegato; ZAMBO¬ 
NELLI Azzo, industriale; VAROTTI Enrico, 
commerciante; GENTILE ITI Pacifico, mare¬ 
sciallo C.C.; ZANOTTI Chetano, birocciaio; 
CIAMPINI Ippolito, calzolaio; RIVECCHIO An¬ 
tonio, fotografo; BRANCHINI Tristano, impie¬ 
gato FFJSS.; BORIANI Sergio, imbianchino; 
GRANDI Corrado, tappezziere; AVONZI Egidio, 
milite G.N.R.; FRANCIA Augusta, casalinga; 
MACCAFERRI Ivo, impiegato; VAROTTI Elide, 
maestra; BERGOMI Elsa, infermiera; ZAM- 
BELLI Giovanna, maestra; BOLLJNA Fortino, 
cameriere; DODI Pietro, commerciante; DODI 
Roberto, commerciante; ATTI Rosina, casalinga. 

Pur essendo Sala Bolognese un piccolissimo 
Comune dell’Emilia, assai numerose vi furono le 
vittime della follia omicida nella « primavera di 
sangue ». 

Ecco un primo elenco di trucidati: MONARI 
Nello; MONARI Edmondo; MONARI Cesarino; 
MONARI Giordano; MONARI Raffaele; PIZZI- 
RANI Primo; RIMONDI; MANNETTI; GHEL- 
FI Giuseppe; GUELFI Vito; PIANA Alfonso; 
PÀNCARDI Guerrino; TESTONI Renato; ZAC- 
CHINI; BRESSAN; ORSI Alfredo; l’appu ntato 
dei CC. SCAMPUDDU; BELLETTI, FRABETTI 
Sergio. 

La voce pubblica accusa fra gli autori delle 
stragi: Cinelli Giorgio e Guardigli Walter di Sa¬ 
la Bolognese. 

IN PROVINCIA DI FERRARA. 

TRONI Rinaldo spari, insieme a molti altri, 
dalla caserma di via Cisterna del Follo a Ferra¬ 
ra. In una foiba a S. Nicolò (Ferrara) è stata 
ritrovata il 15-10-1945, insieme con quelle di al¬ 
tre 16 persone, la salma di BATTTLANA Dino 
di Pietro, milite della G.NR., pure prelevato, il 
12-5-1945 dalla caserma di via Cisterna del 
Follo. 

Il figlio di Troni Rinaldo, TTRONI Giordano 
di anni 17, appartenente alla 2. Brigata mobile 
«Concordia», risulta disperso anch’egli nella 
« primavera di sangue ». 

SANTONI Daniele fu Achille nato a Frigna¬ 
no (Ravenna) il 10-7-1890, ufficiale di Stato Ci¬ 
vile, fu prelevato mentre stava lavorando il 
19-6-1945 lungo la strada statale che da Ferra¬ 
ra conduce a Ravenna. 

Non si conosce il luogo di sepoltura neppu¬ 


N«1 tripudio della « Liberazione », ai abbatterono i reticolati: ma presto essi furono rialzati 
intorno ai comandi angloamericani, ed oggi separa n o Trieste e 1*Istria dalla Madre Patria- 


I più fortunati, prima di morire, poterono inviare un saluto ai loro cari. 


re di MAIETTO Astorre di Arturo, appartenen¬ 
te alla B.N., prelevato dalla propria abitazione in 
Ferrara il 9-5-1945. 

Nel cimitero di Migliarino (Ferrara) è sepolto 
AROLDO Contini di Edebrando nato a Valiano 
(Siena), guardiano idraulico del Genio Civile. 
Venne prelevato dalla propria abitazione la notte 
del 23-5-1945. Nulla risultava nè risultò in se¬ 
guito a suo carico. 

Nei giorni seguenti alla cosidetta «liberazio¬ 
ne »> vennero uccisi insieme BASSI Antonio e 
FORMIGNANI, entrambi da Ferrara. 

E dott. CARLETTI Corrado di Ferrara venne 
prelevato d alla propria abitazione e ne fu ritro¬ 
vata in una fossa in aperta campagna la salma 
insieme a quelle di Umberto e Rino PEDRIALI, 
del dott. FRANCHINI, del dott. MATTOZZI, 
dell’ing. CIACCIA, dell’ing. Enzo BAGLIONI, 
dei due fratelli DAL BUONO, dell’avv. CAPUTTO 
Giuseppe. Ucciso fu GUIZZARDI Francesco dì 
Parotto. E maresciallo della 24. B.N. territoriale 
« I. Ghisellini » di Ferrara. FINCHI Natale 
venne prelevato dalla propria abitazione e por¬ 
tato al comando partigiano di Porotto dove fu 
fatto vedere alla figlia orrendamente seviziato. 
Po^ non si ebbe di lui più alcuna notizia nè se 
ne conosce il luogo di sepoltura. 


Trucidato fu l’aw. Raul CALURA di Ruina. 
Trucidato insieme ad altre sei persone fu VIL¬ 
LANI di S. Bartolomeo in Bosco. 

GIORI Remo di Giuseppe, nato il 20-12-1921, 
fu prelevato da casa il 6 o 7 maggio 1945 e por¬ 
tato caserma di via Cisterna del Follo a 
Ferrara. E cadavere fu trovato a Sabbioni di 
Pescara, in una fossa comune con altre cinque 
salme di trucidati. 

Il maggiore della GJsTR. GUERRINI Antonio 
della 75. Leg. della GNR. venne prelevato da 
casa nel maggio del 1945 nè si ebbero più sue 
notizie. 

Trucidato fu PERETTO di Ferrara. 

BUGQELLI Serafino di Gambalunga fu ucci¬ 
so a Cocomaro di Cona mentre in bicicletta si 
recava a casa. BATTAGLIA di Gambalunga ven¬ 
ne pure uccisa, a quanto risulterebbe da tale 
«Sergio» (al secolo Rizzati). 

BERGAMINI Aldo fu Luigi ed il figlio BER¬ 
GAMINI Alfredo vennero prelevati a Boudeno 
il 17 maggio 1945 nella loro abitazione e furono 
poi trovati uccisi in un fossato delle campagne 
circostanti il 23 maggio. I fascisti, o presunti 
tali, LODI, VERRI, GHISELLINI, PINCA, 

[continua a pag. 27 


1 



























25 - 



legna) il 29-8-1897, mutilato della guerra "15-18, 
combattente e mutilato della guerra di Spa¬ 
gna ed il fratello VACCARI Guerrino nato pure 
a Crevalcuore il 26 dicembre 1900, combattente 
della guerra 1915-18, milite della GN.R., la se¬ 
ra del 24 maggio 1945 vennero prelevati a Zoz- 
zicone (Verona) dove erano sfollati con le fa¬ 
miglie. Il 25 vennero trasportati nelle carceri di 
Modena e lo stesso giorno trasferiti a Rasenna 
di Modena; il 26 vennero avviati alla Valle di 
Crevalcuore e quindi barbaramente trucidati, 
dopo essere stati spogliati e depredati di tutto. 

I «39» 

Poiché non abbiamo, per il momento partico¬ 
lari sulla loro fine, nè si conosce il luogo dove 
riposano, ci limitiamo a pubblicare i nomi di 
39 militi, fascisti o presunti tali — chè alcuni 
mai appartennero o militarono in alcun partito, 
ed abbietti ed inconfessabili furono spesso i mo¬ 
tivi che indussero alla loro soppressione — pre¬ 
levati ed uccisi nelle giornate successive alla 
«liberazione», dopo essere stati assolti dai co¬ 
siddetti tribunali del popolo. Tutti i 39 sono di 
S. Pietro in Casale (Bologna). 

GIOVANINASSI Arturo, pecoraio; TAGLIG¬ 
LI Ettore, pecoraio; IOPOLO Flaminio, medico; 
ZIOSI Anita, levatrice; GRANDI Antonio, stu¬ 
dente; TADIA Adelaide in Costa, insegnante; 
COSTA Silvio, agricoltore; COSTA Vincenzo, 
studente; EMILIANI Laura, professoressa; 
BIANCHI Guido, possidente; FLOREAN Gio¬ 
vanna in Bianchi, casalinga; BAROLDI Guelfo, 
impiegato; LULLINI Pietro, commerciante; 
MARONESI Leonildo, agricoltore; MARONESI 
Aldo, agricoltore; BERGOMI Adriano, agricol¬ 
tore; SACCHETTI Aldo, industriale; SACCHET¬ 
TI Tullio, agricoltore; v RUGGINI Paolo, indu¬ 
striale; BOLLINI Cesare, impiegato; ZAMBO¬ 
NELLI Azzo, industriale;. VAROTTI Enrico, 
commerciante; GENTILETTI Pacifico, mare¬ 
sciallo C.C.; ZANOTTI Chetano, birocciaio; 
CIAMPINI Ippolito, calzolaio; RIVECCHIO An¬ 
tonio, fotografo; BRANCHINI Tristano, impie¬ 
gato FFJSS.; BORIANI Sergio, imbianchino; 
GRANDI Corrado, tappezziere; AVONZI Egidio, 
milite G.N.R.; FRANCIA Augusta, casalinga; 
MACCAFERRI Ivo, impiegato; VAROTTI Elide, 
maestra; BERGOMI Elsa, infermiera; ZAM- 
BELLI Giovanna, maestra; BOLUNA Fortino, 
cameijere; DODI Pietro, commerciante; DODI 
Roberto, commerciante; ATTI Rosina, casalinga. 

Pur essendo Sala Bolognese un piccolissimo 
Comune dell’Emilia, assai numerose vi furono le 
vittime della follia omicida nella «primavera di 
sangue ». 

Ecco un primo elenco di trucidati; MONARI 
Nello; MONARI Edmondo; MONARI Cesarino; 
MONARI Giordano; MONARI Raffaele; PIZZI- 
RANI Primo; RIMONDI; MANNETTI; GHEL- 
FI Giuseppe; GHELFI Vito; PIANA Alfonso; 
PANCARDI Guerrino; TESTONI Renato; ZAC- 
CHINI; BRESSAN; ORSI Alfredo; l’appuntato 
dei CC. SCAMPUDDU; BELLETTI, FRABETTI 
Sergio. 

La voce pubblica accusa fra gli autori delle 
stragi: Cinelli Giorgio e Guardigli Walter di Sa¬ 
la Bolognese. 

IN PROVINCIA DI FERRARA 

TIRONI Rinaldo sparì, insieme a molti altri, 
dalla caserma di via Cisterna del Follo a Ferra¬ 
ra. In una:: foiba a S. Nicolò (Ferrara) è stata 
ritrovata il 15-10-1945, insieme con quelle di al¬ 
tre 16 persone, la salma di BATTTLANA Dino 
di Pietro, milite della G.NR., pure prelevato, il 
12-5-1945 dalla caserma di via Cisterna del 
Follo. 

Il figlio di Tironi Rinaldo, TIRONI Giordano 
di anni 17, appartenente alla 2. Brigata mobile 
« Concordia », risulta disperso anch’egli nella 
« primavera di sangue ». 

SANTONI Daniele fu Achille nato a Fusigna- 
no (Ravenna) il 10-7-1890, ufficiale di Stato Ci¬ 
vile, fu prelevato mentre stava lavorando il 
19-6-1945 lungo la strada statale che da Ferra¬ 
ra conduce a Ravenna. 

Non si conosce il luogo di sepoltura neppu¬ 



I più fortunati, prima di morire, poterono inviare un saluto ai loro cari. 


re di MAIETTO Astorre di Arturo, appartenen¬ 
te alla BN., prelevato dalla propria abitazione in 
Ferrara il 9-5-1945. 

Nel cimitero di Migliarino (Ferrara) è sepolto 
AROLDO Contini di Ildebrando nato a Valiano 
(Siena), guardiano idraulico del Genio Civile. 
Venne prelevato dalla propria abitazione la notte 
del 23-5-1945. Nulla risultava nè risultò in se¬ 
guito a suo carico. 

Nei giorni seguenti alla cosidetta «liberazio¬ 
ne» vennero uccisi insieme BASSI Antonio e 
FORMIGNANI, entrambi da Ferrara. 

n dott. CARLETTT Corrado di Ferrara venne 
prelevato dalla propria abitazione e ne fu ritro¬ 
vata in una fossa in aperta campagna la salma 
insieme a quelle di Umberto e Rino PEDRIALI, 
del dott. FRANCHINI, del dott. MATTOZZI, 
dell’ing. CIACCIA, dell’ing. Enzo BAGLIONI, 
dei due fratelli DAL BUONO, dell’avv. CAPUTTO 
Giuseppe. Ucciso fu GUIZZARDI Francesco di 
Parotto. n maresciallo della 24. BN. territoriale 
«I. Ghisellini» di Ferrara. FINCHI Natale 
venne prelevato dalla propria abitazione e por¬ 
tato al comando partigiano di Porotto dove fu 
fatto vedére alla figlia orrendamente seviziato. 
Poi 7 non si ebbe di lui più alcuna notizia nè se 
ne conosce il luogo di sepoltura. 


Trucidato fu l’aw. Raul CALURA di Buina 
Trucidato insieme ad altre sei persone fu VIL¬ 
LANI di S. Bartolomeo in Bosco. 

GIORI Remo di Giuseppe, nato il 20-12-1921, 
fu prelevato da casa il 6 o 7 maggio 1945 e por¬ 
tato alla caserma di via Cisterna del Follo a 
Ferrara. Il cadavere fu trovato a Sabbioni di 
Pescara, in una fossa comune con altre cinque 
salme di trucidati. 

Il maggiore della GNR. GUERRINI Antonio 
della 75. Leg. della GNR. venne prelevato da 
casa nel maggio del 1945 nè si ebbero più sue 
notizie. 

Trucidato fu PERETTO di Ferrara. 

BUGGELLI Serafino di Gambalunga fu ucci¬ 
so a Cocomaro di Cona mentre in bicicletta si 
recava a casa. BATTAGLIA di Gambalunga ven¬ 
ne pure uccisa, a quanto risulterebbe da tale 
«Sergio» (al secolo Rizzati). 

BERGAMINI Aldo fu Luigi ed il figlio BER¬ 
GAMINI Alfredo vennero prelevati a Boudeno 
il 17 maggio 1945 nella loro abitazione e furono 
poi trovati uccisi in un fossato delle campagne 
circostanti il 23 maggio. I fascisti, o presunti 
tali, LODI, VERRI, GRISELLINI, PINCA, 

[continua a pag. 27 



Nel tripudio della « Liberazione », si abbatterono i reticolati : ma presto essi furono rialzati 
intorno ai comandi angloamericani, ed oggi separano Trieste e lTstria dalla Madre Patria 


1 
























26 



SANDRO 

GIULIANI 

E rano già tre giorni che le 
forze del C.L.N. stavano 
operando in città, già da 
tre giorni per le vie di Mi- 
lano si andava gridando al¬ 
l’untore fascista. 

I fascisti sono stati presi 
mentre cercavano vilmente 
scampo nella fuga. Questa è 
la voce che circolò e che an¬ 
cor oggi circola ormai ma¬ 
lamente sostenuta. 

Sandro Giuliani non fug¬ 
giva e nemmeno era nascosto, 
aveva rifiutato di farlo e 
quando lo presero, lo presero 
in casa sua dove ordinata- 
mente, senza timori nè ner¬ 
vosismi aveva continuato a 
stare accanto alla sua fa¬ 
miglia. 

La sua coscienza ed il suo 
rettilineo modo di pensare 
gli dicevano che non aveva 
nulla da rimproverarsi. Egli 
era veramente del numero di 
coloro (e furono la grandis¬ 
sima maggioranza) che, ser¬ 
vendo il fascismo, avevano 
inteso soprattutto servire il 
loro Paese, pagando di per¬ 
sona. 

A coloro che arroganti 
chiedevano chi fosse Sandro 
Giuliani, con voce pacata, 
chiara e decisa rispose : 
”Sono io”. E pacato, chiaro 
e deciso era il suo compor¬ 
tamento. Salutò e baciò la 
mogXip ed il figlio e scese le 
scale circondato da otto uo¬ 
mini, che pryma lo condus¬ 
sero al comando della vicina 
via Pelizza da Volpedo e di 


poi a quello di Piazzale Si¬ 
cilia. 

Non si sa con precisione 
come si svolsero i fatti là 
dentro, si sa solo che i giu¬ 
dici popolari rimasero colpiti 
dal comportamento socratico 
di Sandro Giuliani. 

Condannato alla pena di 
morte , quale criminale di 


guerra, conscio della propria 
serenità d’animo e libero da 

ogni colpa scendendo nétta 

* 

piazza e notando come il plo¬ 
tone di esecuzione fosse for¬ 
mato di elementi poco più 
che ventenni disse : 

”Quanti giovani per ucci¬ 
dere un vecchio!”. 

Al ”fuoco” accettò la raf¬ 


fica aprendo la giacca e su¬ 
bito alzò il braccio teso nel 
saluto romano mentre gri¬ 
dava : "Viva VItalia”. 

L’ultimo pensiero alla Pa¬ 
tria come nelle ultime righe 
inviate alla famiglia: 

”... Dio vi protegga e pro¬ 
tegga l’Italia”. 

29 aprile 1945. 

Sandro 


2 



























27 


FRANCHINI, BORSARI e POLETTI, tutti da 
Boudeno, vennero pure trucidati nella « primave¬ 
ra di sangue ». 

Il 9-1-1946 di sera, verso le 20,30 vennero mas¬ 
sacrati nella propria abitazione a Madelana e 
derubati di ogni loro avere Turiddu, Virginia, 
Nora e Mimma FRANCESCHINI. I responsabi¬ 
li dell'eccidio furono poi arrestati, si iniziò anche 
il processo che poi venne stranamente rinviato. 

In località «le Chiaviche» a Campotto nel- 
l'Argentano il 2-1-1946 venne rinvenuto insieme 
alle salme di due sconosciuti, il cadavere di PO¬ 
TI Settimio, sparito nella primavera precedente. 

Albino VEZZANI fu ucciso nel maggio del ’45 
a colpi di badile a Poggiorenatico. A Ferrara 
venne ucciso tale ERCOLANI, conosciuto con il 
soprannome di « Bomba ». 

DONIGAGLIA Pompeo da S. Biagio di Ar¬ 
genta, prelevato da casa, venne condotto in di¬ 
rezione di Ferrara e fu poi ritrovato ucciso sot¬ 
to il ponte del Reno. 

Ad Argenta, nella loro abitazione in corso Vit¬ 
torio Emanuele, vennero uccisi FERROZZI Ri¬ 
no ed il di lui padre. 

Non ancora ritrovata è stata la salma di STE¬ 
FANI Silvio di Giacomo, nato in provincia di 
Modena il 2-5-1899 e prelevato a Galdo Ferra¬ 
rese il 18-5-1945. 

A Quartesana venne ucciso MORELLI Adal- 
ciso, nato a Quartesana il 12-7-1911. 

Il serg. magg. della G.N.R. BOARI Adalciso 
da Corlo venne prelevato il 17-5-1945 nè diede 
più sue notizie. 

Trucidato venne l'ardito TUMIATI Vetusto 
del Btg. « Tupin . (Tutti Uniti Per l'Italia No¬ 
stra) da Ferrara. , _ 

Il 17-5-1945 alle ore 24 circa una dieCfna di 
persone, presumibilmente romagnole ed appar¬ 
tenenti alle Brigate Garibaldine (28. Gap.), pre¬ 
levarono nella sua abitazione GOVONI Luigi. 
Dopo alcuni giorni la salma del Govoni fii tro¬ 


vata insieme ad altre quattro tra cui quella di 
una donna. Due di queste vennero identificate in 
quelle del dott. Gianni BOTTONI e di FAG- 
GIOLI Giulio detto Clinio di Quartesana Balbo 
come il Govoni. Le altre due salme erano di un 
romagnolo e di una romagnola ed avevano al 
collo due medaglioni con fotografia. Tutti i ca¬ 
daveri vennero ritrovati completamente nudi 

Nel Bosco Eliseo vennero uccisi nei giorni 
della cosidetta « liberazione » GUIDI Edmo, se¬ 
gretario del PT.R. di San Giuseppe di Comac- 
chio, ed il di lui fratello GUIDI Rosolino. 

ZACCARIA, segretario comunale di Codigoro, 
venne ucciso nei pressi del ponte della ferrovia 
sul Po di Volano a Codigoro. Pochi minuti dopo 
la sua morte veniva spogliato degli abiti, com¬ 
presi gli stivali che calzava. BARUZZI venne 
fucilato a Codigoro dalle squadre partigiane di 
Romagna perchè creduto fascista. 

A Pomposa di Codigoro veniva fucilato da ele¬ 
menti partigiani romagnoli CAMATTARI Ante¬ 
nore da Massenzatica di Mesola, appartenente 
alla BN. di Codigoro. La salma non è stata 
recuperata. Pure a Pomposa di Codigoro veni¬ 
vano fucilati, sempre ad opera delle squadre 
partigiane romagnole agli ordini deh famigerato 
col Bulow, (al secolo on. Boldrini, capo del- 
TA.N.P.I.) due sconosciuti militi della X Mas. 
Le salme si trovano nel cimitero di Pomposa. 

CARNEFICINA NELLE CARCERI 

L'8 giugno 1945, un gruppo di « partigiani » 
armati entrava nelle carceri di Ferrara e dopo 
di avere tenuto sotto la minaccia delle armi le 
guardie di custodia ed i dirigenti, si faceva con¬ 
segnare le chiavi delle celle e liberati 34 ex par¬ 
migiani in stato di detenzione per reati comuni, 
uccidevano barbaramente ben 17 inermi detenuti 
ed il capoguardiano Costantino SATTA che ave¬ 
va osato opporsi alla strage di tanti innocenti. 


Il nome degli infelici trucidati cu cui quattro 
morti all'ospedale tra inaudite sofferenze a se¬ 
guito delle gravi ferite riportate è Giorgio BROZ 
di Giuseppe nato a Praga, Gilberto COLLA da 
Copparo Ferrarese, Carlo CAVALLINI da Mi¬ 
gliarino, Corrado GHEDINI da Macerata, Luigi 
GUSMANO da Messina, Medardo GRAZIANI 
da Ostellato Ferrarese, Pasquale ESPOSITO da 
Napoli, Roberto STABELLINI da Ferrara, Mir¬ 
ko MAZZONI daCoppare Ferrarese, Iros SCA¬ 
GLIATI da Berrò Ferrarese, Bruto MELLONI 
e Francesco MELLONI (padre e figlio), da Fer¬ 
rara, Vincenzo TRACCHI da Roma, VisCardo 
VACCARI da Ostellato Ferrarese e Manto MA- 
RIOTTI da Po Ferrarese. Rimase mutilato ad 
una gamba Ciro Arcori e gravemente colpito ai 
polmoni Silvano Tikal. 

Quando qualche giornale, quasi in sordina, 
diede notizia delTorrenda carneficina, si venne 
a sapere che giorni prima anche a Coma echio 
era avvenuta la stessa strage. La notte del 27 
maggio, un gruppo di « patrioti *, armati sino 
ai denti, si recava dal comandante il locale car¬ 
cere ed esibito un ordine (che poi risultò falso), 
prelevava undici detenuti politici per condurli 
alla sede dell'ANB.I. per interrogatorio. Prima 
di lasciare il carcere uno dei prelevati e preci¬ 
samente il povero ROMANINI da Lagosanto, 
veniva bestialmente percosso ed ucciso. Uguale 
sorte toccava al detenuto politico SABATINI. 
Avanti andarsene con i prelevati, il capobanda 
dei negrieri, minacciato con le armi il capo¬ 
guardia, si faceva restituire l'ordine di conse¬ 
gna dei prigionieri. Questi ultimi furono poi 
condotti nel recinto del cimitero ed ivi trucida¬ 
ti dopo di essere stati depredati di ogni loro 
avere. 

Comacchio indignata per tanto scempio, non 
potè reagire per tema di rappresaglie peggiori 
ed aggiunse alla tragica catena di sangue 

f continua 


















28 

i nomi di altri due comacchiesi trucidati nei pri¬ 
mi giorni dell’insurrezione e precisamente l’im¬ 
piegato all’ufficio anagrafe FARINELLI, padre 
di ben otto figli e Osvaldo FAGGIOLI. Il primo 
fu massacrato in località S. Pietro ed il suo cor¬ 
po esposto a ributtanti offese tra le macerie ed i 
rifiuti di quella zona. 

Gli autori di questi due delitti, sono stati in¬ 
dividuati dalla Benemerita e (grazie ad un prov¬ 
videnziale decreto legge a loro favore) denun¬ 
ciati, purtroppo, a piede libero. Essi sono : Lui¬ 
gi Mangherini, Carlo e Giuseppe Nordi e Dauno 
Mezzogori ed altri. 

Ricordiamo che l’infelice Sabatini morì dopo 
di essere stato colpito al capo ben 17 volte con 
una grossa paletta, da una donna che era en¬ 
trata come \ina furia assieme ai « patrioti » nel¬ 
l’interno del carcere. Si aggiunga che dopo il 
massacro i responsabili del crimine si recarono 
ad un grande ballo pubblico che durò sino al¬ 
l’alba. Alcune «compagne» ubriache e lascive 
danzarono seminude vantandosi di aver loro 
voluto che Comacchio desse l’esempio agli... al¬ 
tri, di come si intenda la giustizia e la libertà 
delle genti dopo l’insurrezione. 

IN PROVINCIA DI PIACENZA 

Sempre nell’insanguinata Emilia non rima¬ 
sero Piacenza e la provincia immuni dalla follia 
fratricida. L’11 maggio 1943 veniva prelevato con 
un pretesto da casa a Levigliana (Piacenza) il 
sott. marconista BOTTANI Giancarlo, nato a 
Ferrara il 26-10-1913. Per quante ricerche siano 
state fatte dalla famiglia, non si è avuta di lui 
più alcuna notizia. Neppure del sergente MAZ¬ 
ZOCCHI Italo nato nel 1921 a Calvatore (Cre¬ 
mona) fu più possibile avere alcuna notizia do¬ 
po che fu visto per l’ultima volta la sera del 
14 maggio 1945 nel campo di concentramento di 
Piacenza. Non se ne conosce il luogo di sepol¬ 
tura. 

Dal carcere di Piacenza venne prelevato e fu¬ 
cilato, senza che si potesse sapere da chi ne era 
venuto l’ordine, il capitano BASELLI, piacenti¬ 
no, della G.N.R. Egli era in attesa della rispo¬ 
sta della domanda di grazia che aveva inoltra- 































2i) 


to essendo stato respinto in Cassazione il suo 
ricorso ed essendo stato egli precedentemente 
condannato alla pena capitale dalla Corte d’As- 
sise straordinaria di Piacenza da cui era stato 
giudicato sotto l’accusa, rivelatasi infondata, co¬ 
me fu riconosciuto dalla stessa c.a.s., di aver 
comandato un « p. e. ». Quando fu, poi, emanata 
l’amnistia il suo nome si trovò compreso fra 
quello degli amnistiati! Sempre nel carcere di 
Piacenza risulterebbe essere stato ingaggiato ^— 
pare da certo Marti, che funzionava da commis¬ 
sario di P.S. ma che era in realtà un sottufficia¬ 
le di polizia e fu poi sconfessato dalle stesse 
autorità — un certo Zucca, malvivente del luo¬ 
go che non era neppure partigiano, per tortura¬ 
re nel più crudele dei modi i detenuti politici. 
Lo Zucca aiutato da altri figuri, si serviva per 
il suo compito di quel bastone di ferro che usa¬ 
no i secondini per il controllo alle inferriate del 
carcere. Ih una cella terrena — dove poi i poli¬ 
tici impiantarono la sartoria del carcere — ven¬ 
nero così seviziati, e non poche volte spirarono in 
seguito alle torture, giovani, vecchi, donne, fe¬ 
riti e mutilati: quelli che sopravvissero rimasero 
per lo più infermi e mutilati. 

NELLA PROVINCIA 
DI REGGIO EMILIA 

Con l’avvento della cosidetta «liberazione» il 
24 aprile 1945, i locali della Caserma di Artiglie¬ 
ria, sita a Reggio Emilia in Piazza della Vittoria, 
vennero adibiti a carcere provvisorio per i mol¬ 
tissimi cittadini, arrestati senza discriminazione, 
perchè fascisti o presunti tali. La direzione della 
caserma era stata assunta dal partigiano 
«Zeta» e con lui collaboravano, nella spietata 
opera di seviziatori dei detenuti, la partigiana 
« Tamara » ed i partigiani « Nuvola » ed «Eros » 
addetti alle carceri di via Guasco, nonché un 
tale soprannominato « Demonio ». Fra i tanti 
delitti allora verificatisi come normale opera 
di giustizia, eccone uno: Nella notte del 26-4-45 
si presentava, in una delle tante camerate adi¬ 
bite a prigione, un capo partigiano munito di 
un elenco di 25 nominativi di detenuti da tra¬ 
sferire alle carceri di San Tommaso. Di questo 
gruppo di prelevati fecero parte certi LOSI, 
ROSSI Nello (figlio del cap. Rossi delle B. N., 
ucciso in quegli stessi giorni in una imboscata 
nei pressi di Novellara), il maggiore MOTTA, 
tutti di Reggio E., TOGNOLI Camilla di Scan¬ 
diano, già commissario prefettizio di quel Co¬ 
mune, i due fratelli RUOZI e FERRARI Enrico. 

Prima di uscire dal carcere, vennero tutti ac¬ 
curatamente perquisiti e depredati degli orologi, 
dei portafogli e di quanto altro potesse avere 
un certo valore. 

Caricati su di un autocarro chiuso, vennero 
avviati sulla strada secondaria che, passando 
dal cimitero di Pratofontana, conduce a Ba¬ 
gnolo in Piano. Apparve allora chiaro quale 
sarebbe stata la loro sorte, tanto che il Tognoli 
'nascose in una scarpa un biglietto diretto ai 
figli nella speranza che questo potesse un gior¬ 
no far conoscere loro la fine del padre; il magg. 
Motta mise a disposizione dei camerati le poche 
sigarette che erano sfuggite alla perquisizione. 
Prima però di arrivare a Bagnolo la macchina 
ribaltò in un fossato laterale della strada. De¬ 
tenuti e scorta uscirono incolumi dall’incidente, 
ma della confusione approfittarono Ferrari En¬ 
rico e Rossi Nello i quali poterono occultarsi in 
un vicino campo. L’autocarro ripartì così senza 
di loro e più nulla si seppe degli altri compo¬ 
nenti il tragico gruppo. Venne soltanto ritrovata 
la salma di uno dei fratelli Ruozi. 

Parrebbe però che un altro sia riuscito a sal¬ 
varsi perchè uno dei due scampati di cui sopra, 
successivamente ripreso, veniva interrogato dal 
capo partigiano «Eros» per conoscere il nome 
del terzo fuggiasco e per sapere se dalle vittime 
erano stati riconosciuti i partigiani di scorta 
alPautocarro. 

Inoltre risulta che prelevaménti del genere si 

[continua 




Moscatelli, circondato dal suo Stato Maggiore, parla a Milano in piazza del Duomo. Oggi egli 
è specializzato in interruzioni pugilistiche al Senato della Repubblica. 































A Reggio Emilia, vennero pure trucidati nel¬ 
la « primavera di sangue » : BAGNI William, 
MARGINI Luigi. MARGINI Umberto, CORSI 
Ettore, MANZINI Secondo, SPAGNI Benito, 
CATTANI Guglielmo, SANNE Giuffredo, RI- 
NALDINI Lino, CANOVI Oreste, ROMANO Ma¬ 
rio, cap. MAJOCCHI Gino, MANZINI Aldo, 
DAVOLIO Italo. 

A Castelnuovo di Sotto (Reggio Emilia) ve¬ 
niva prelevato alle ore 24 del 18 maggio 1945 
l’appartenente alla M.V.S.N. FERRANINI Pino 
fu Giovanni, nato il 28 ottobre 1922. Il suo ca¬ 
davere venne ritrovato in campagna, presso S. 
Savino il 28 ottobre 1946. 

A Cognuzzo di Castelnuovo di Sotto (Reggio 
Emilia) il paroco, don Dante MATTIOLI, veniva 
prelevato insieme ad un suo nipote e ad una 
diecina di altre persone. Pare che siano stati 
portati verso le valli ed ivi tutti soppressi. Le 
salme non sono più state rintracciate. 

Il 24-4-945 veniva prelevato dalla sua abita¬ 
zione a Reggio E., TEDESCHI Renato fu Luigi, 
nato a Reggio il 19-1-907, appartenente alla 
G.N.R. Insieme a parecchi altri venne fucilato 


il 29-4-945 in Villa Gavassa (Ponte Rodano* e 
sepolto nel Cimitero Suburbano di Reggio £ 

Si ignora invece il luogo di sepoltura di AN- 
DREOLI Enio nato a Villaminozzo il 9-5-905, ap¬ 
partenente .alla G.NR. Prelevato da casa, fu 
condotto a Quattro Castella, sembra da certi 
Vivaldo Cattani e Arduini Dannunzio. Preleva¬ 
to il giorno 28-4-945 dalle prigioni di Quattro 
Castella, pare da certo Paterlini Varo della 
Baragalla, non si ebbe di lui più alcuna no¬ 
tizia. 

BERTANI Giacomo fu Giovanni, cascinaio, 
e BERTANI Lauro fu Giacomo, professore. Non 
contenti di avere assassinato il figlio Lauro — 
trovato per istrada nella frazione di Barco. 
presso Cavriago (R. E.) ed ucciso dopo essere 
stato depredato di ogni suo avere — i soliti 
elementi, che tanto male hanno fatto al buon 
nome d’Italia, prelevarono, alcuni giorni dopo, 
da casa, il padre Giacomo e lo assassinarono il 

3- 5-945. Le salme, che avevano avuto in un 
primo tempo sommaria sepoltura, sono poi state 
trasportate al Cimitero di R. E. 

A Gavassa (Reggio E.) veniva assassinato il 
29-4-45, insieme ad altre 14 persone ROSSI Er¬ 
nesto fu Giovanni, nato a Borgonovo (Piacenza) 
il 13-8-1898, vigile urbano, proveniente dall’Ar¬ 
ma dei Carabinieri a cui aveva appartenuto per 
11 anni, combattente della guerra T5-18. Un 
suo figlio risulta disperso nei combattimenti sul 
fronte di Nettuno, ma è inutile dire che la mo¬ 
glie, invalida, non percepisce un soldo di pen¬ 
sione. 

Altra famiglia atrocemente colpita è quella 
VIOLI Livio di Fiorigio, meccanico, nato il 

4- 8-896 che venne prelevato da casa e trucidato 
a Panilo di Reggio Emilia. Insieme a lui veniva 
prelevata e trucidata la cognata SIMONELLI 
Emma, Il fratello VIOLI Fulvio, pure meccanico, 
nato il 5-11-900 venne trucidato a Gavassa (R. 
E.> il 4-5-945. 

A Castelnovo Sotto (Reggio Emilia) veniva 
prelevato ed ucciso, dopo orribili sevizie, il dott. 
GANASSI Aristide medico condotto. Le torture 
subite furono cosi inumane da farlo impazzire 
prima della morte. Per un caso alla stessa fine 
scampò il dott. De Magri Carlo, ex farmacista 
del paese. 

IOTTI Ugo fu Remigio, nato il 26-1-899 a No¬ 
vellare, fu prelevato il 26-4-945 a Villa Seta 
(Reggio Emilia) dove era sfollato con la fami¬ 
glia e portato con un camion in una casa di 
contadini. Alla sera dello stesso giorno venne 
condotto in Campo Ranieri ed ucciso insieme ad 
al tré persone. Preghiamo chi ne sia in grado 
di segnalarci i nominativi dì questi altri sven¬ 
turati. 

Il dott. RONZA Dino di Silvio, nato il 2-12-’09. 
segretario provinciale dei Lavoratori agricoli e 
segretario federale del P.F.R. di Cuneo, era fug¬ 
gito nel maggio ’45 in prossimità di Bologna, 
dalla colonna americana diretta a Pisa. Fermato 
con il cap. TEAGNO di Torino ed il milite ZAR- 
GNOTTT di Cuneo da alcuni « italioti » veniva¬ 
no spogliati di tutto ed assassinati. I resti, 
estratti-da una fossa comune, sono stati tumu¬ 
lati; a cura dei famigliari, nel Cimitero di Ca¬ 
stelfranco Emilia. 

Dalle carceri di Reggio Emilia, dove era stato 
rinchiuso, veniva prelevato SCIRÈ Mammano 
Spartaco, portato fuori Porta S. Pietro, spo¬ 
gliato di ogni avere e finito a colpi di arma da 
fuoco. 

A Carpineti (R. E.) è sepolto il milite del 
Btg Ferr. G.NR. di R. E. SIRONI Gino fu Giu¬ 
seppe. Dopo essere stato fermato, ritornava alla 
propria casa per accordi intercorsi fra parti¬ 
giani e familiari. Lungo la strada veniva pre¬ 
levato ed ucciso. 

A Collagna (R. E.) è sepolto TRIGLIA Attilio 
fu Giovanni, commerciante. Recatosi da Col¬ 
lagna al Comando polizia partigiano di Ligon- 
chio (R. E.) per deporre circa un furto di cavalli 
subito in Collagna ad opera di partigiani, licen¬ 
ziato dopo la deposizione, al ritorno, venne rag¬ 
giunto in località « la vigna » ucciso a colpi di 
arma da fuoco e derubato. 




30 

sono verificati per settimane di seguito in. que¬ 
sto come in altre carceri di Reggio Emilia. 

Sempre a Reggio E., TEDESCHI Umberto, fu 
Roberto venne prelevato da sconosciuti nella 
sua abitazione il 25-4-945. Più nulla si seppe 
di lui così come non si ebbero più notizie di 
MARGINI Luigi fu Pietro e MARGINI Umberto 
di Luigi prelevati contemporaneamente da scono¬ 
sciuti dalla loro abitazione di Reggio Emilia. 

A Reggio Emilia fra i primi Ad essere giudi¬ 
cati dai cosidetti «tribunali del pololo*» e, na¬ 
turalmente, condannati a morte lurono: cap. 
PELATI Cesare, BERTI Alfio, BERTI Enrico di 
Giovanni, BAROZZI Antenore e CASTELLANI 
Edmondo fu Giuseppe, tutti appartenenti al¬ 
la GN.R. affrontarono l’esecuzione, a circa sei 
mesi dalla condanna, il 3 ottobre 1945, con ani¬ 
mo sereno, manifestando nel Loro ultimo grido 
la forza della loro tempra e l’inesausto amore 
per l’Italia. 

DI COSTANZO Leo venne prelevato con altri 
15 detenuti dalle carceri di Reggio Emilia — fra 
questi era un certo MOSCA — e portato con gli 
altri, pare verso Villa Gavasseto, dove tutti ven¬ 
nero massacrati. 


































—1 


Dalla propria abitazione in Collagna veniva 
prelevato — a quanto risulterebbe da tale Fer¬ 
retti Lucerti Emilio da Collagna — il maniscal¬ 
co FERRETTI Casiano fu Giovanni. Percosso e 
pugnalato, decedeva in seguito alle gravi ferite 
riportate. 

A Novellare, di Reggio Emilia, il dott. BAR¬ 
BIERI, ventiquattrenne, per pochi mesi nel 1944 
segretario del locale Fascio Repubblicano, veni¬ 
va strappato alla madre vedova e, dopo essere 
stato violentemente percosso, rinchiuso in una 
gabbia di legno ed esposto agli insulti della 
plebaglia. Dopo alcuni giorni di tali torture ve¬ 
niva finito a Colpi d'arma da fuoco. 

A Sancino di Cremona veniva arrestato con 
altri 25 reggiani BERTANI Gaetano, già podestà 
di Campeginp (Reggio Emilia). A tutti, legate 
le mani dietro la schiena con filo di ferro, 
era imposto di salire su di un autocarro che do¬ 
veva trasportarli a Reggio, imposizione natu¬ 
ralmente accompagnata da percosse. Lasciati 
poi per un giorno ed una notte sul camion sen¬ 


za la minima assistenza, vennero lungo il viag¬ 
gio sottoposti alle più inumane violenze. Ma 
l'ira bestiale degli accompagnatori infierì par¬ 
ticolarmente sul Bertani che giunse a Reggio 
in fin di vita per le violente percosse all’addome 
con conseguente fuoruscita dell'intestino. Per 
occultare il brutale assassinio si ricorse alla ma¬ 
cabra mistificazione di appendere il Bertani al- 
l’inferiata di una cella con la sua cinghia dei 
pantaloni per simulare un suicidio. La morte 
venne tenuta nascosta alla moglie, la quale con¬ 
tinuò per una diecina di giorni a portare il cibo 
al marito defunto. 

SIDOLI Alberto, aiutante di battaglia della 
G.N.R., venne prelevato à Parma, ove si era ri¬ 
fugiato, portato a Reggio e dato in balia alla 
folla, all'uopo istigata, che, dopo averto sotto¬ 
posto ad atroci sevizie, lo linciava e ne riduceva 
il corpo in poltiglia. 

A Cerreto Alpi (R. E.) è sepolto FERRETTI 
Lucerti Giulio di Achille, carabiniere in conva¬ 
lescenza ed invalido di guerra, prelevato dalla 


SI 

propria abitazione, portato nel bosco di Vaibona 
ed ucciso a colpi d'arma da fuoco. 

La stessa sorte toccò al commerciante BAL¬ 
DINI Cesare fu Giacinto, prelevato dalla pro¬ 
pria abitazione in Cerreto Alpi, tradotto nel bo¬ 
sco di Malbona ed ivi assassinati a colpi d'arma 
da fuoco. 

A Cinque Cerri (Ligonchio-RE.) è sepolto il 
milite della G.N.R. ORLANDI Gino fu Rocco. 
Comandato in servizio di ordine pubblico, af¬ 
frontava una macchina sulla quale si trovava¬ 
no elementi, partigiani che avevano operato un 
furto nell'Ufficio Postale e dagli stessi veniva 
ucciso. 

FERRETTI Clementina di Giovanni, casalin¬ 
ga, venne prelevata in Collagna da elementi 
partigiani in località Magolese di Villa Minezzo, 
torturata ed uccisa. A provare come solo una 
bestiale sete di sangue muovesse gli assassini e 
torturatori sta il fatto che la sventurata era 
dementai 

Di Collagna era pure l’assistente caposquadra 
PALLAI Primo fu Augusto, prelevato ed ucciso 
da elementi partigiani. 

I fratelli FERRETTI Adriano e FERRETTI 
Prospero fu Italo da Collagna, appartenenti alla 
79* Comp. O. P. di stanza a Reggio E. venivano 
prelevati il 24-4-'45 in Reggio Emilia da ele¬ 
menti partigiani che da poco avevano preso 
possesso della città. 

Portati nella locale caserma d’artiglieria, ve¬ 
nivano entrambi uccisi. 

AD IMOLA 

FOLLI Uario, appartenente alle B. N., si tro¬ 
vava, con altri 16, tutti da Imola, su di un ca¬ 
mion proveniente da Verona, essendo stati essi 
prelevati da quelle carceri. Il camion sostò alle 
porte della città onde dare tempo agli « orga¬ 
nizzatori» di preparare l’accoglienza preceden¬ 
temente concordata. Infatti, al suo arrivo sulla 
piazza, l’automezzo venne assalito da una turba, 
inferocita, armata di bastoni e di sbarre di fer¬ 
ro, che in breve massacrò gli sventurati. 

Nella stessa strage, avvenuta il 27 aprile ’945, 
veniva ucciso insieme agli altri 16, pure FEDRI- 
GO Francesco milite delle B. N. Il padre di 
questi, FEDRIGO Guido, prelevato a Bologna, 
strappandolo dalle braccia dei figli imploranti, 
dopo essere stato brutalmente picchiato, venne, 
in un secondo tempo, ucciso in località Monte- 
catone Imola. Anche il padre del Folli, FOLLI 
Francesco, pure appartente alle B. N., partito 
da Vicenza il 25-4-’45, risulta disperso non aven¬ 
do più dato notizie di sè. 

Pure disperso, dopo essere stato visto per l'ul¬ 
tima volta tra Lugo ed Imola, risulta il mari¬ 
naio scelto della X Mas, VANOLI Eletto di Ma¬ 
rino e di Belotti Santina nato il 18-5-1924. 

II 17 aprile 1945 partiva da Imola per recarsi 
a Tossignano, suo paese natio, da dove era stato, 
come tutti sfollato d’autorità, il commerciante 
BOMBARDINI Mario fu Giovanni nato il 23 
maggio 1900. Desiderava, come molti altri, ren¬ 
dersi conto, dopo 5 mesi e più di assenza, dello 
stato in cui si trovavano il suo negozio e la sua 
casa. Giunto a Ponticelli (frazione di Imola) 
veniva fermato, pare da certo Minacoteri Raf¬ 
faele la cui famiglia era stata più volte bene¬ 
ficiata dal Bombardini. Nulla si sa di quanta 
sia avvenuto. È certo solo che il Bombardini fu 
ritrovato, derubato della bicicletta, dell’orologio 
e di una somma di denaro, semi interrato in 
una buca di granata con colpi di arma da fuoco 
ad una tempia. 

È sepolto nel cimitero di Pieve di Cento (Bo¬ 
logna) CALZONE Raffaele, milite della G.N.R., 
prelevato da casa ed ucciso, alla presenza dei 
suoi familiari, il 26-4-1945. Pure da casa, a Pie¬ 
ve di Cento, fu prelevato il 9-5-45 FURTARI 
Guido fu Anseimo, operaio, appartenente alle 
B. N. Dopo il prelevamento non si ebbe di lui 
più alcuna notizia. 

Anche a Ravenna e provincia la follìa omici- 

[continua a pag. 34 



al 10 maggio vi fa « mano libera ». 






























32 


. 





S ul finire del mese d'aprile 1945, a giudicare 
dal numero dei morti abbandonati qua e 
là per le strade e le piazze, la peste sem¬ 
brava esser tornata a Milano. Ed in realtà 
proprio d'un'epidemia, di una morìa ancora 
più sozza e triste di quella manifestantesi coi 
bubboni e coi monatti. 

Il giorno 29 di quello stesso mese, vittima di 
questa peste rossa, cadeva una delle più integre 
e pure figure dell’ultimo combattentismo ita¬ 
liano: il Tenente Carlo Borsoni, cieco di guerra. 
Medaglia d’oro al Valor Militare, scrittore, ora¬ 
tore e poeta, volontario, nonostante la grave 
mutilazione ed i segni di 26 férite nella sua 
carne piagata, nell’ultima e disperata trincea 
della Repubblica Sociale Italiana. 

Avrebbe potuto tranquillamente appartarsi 
dalla arroventata mischia della guerra civile, 
avrebbe potuto tranquillamente attendere gli 
eventi: era il suo diritto. Ma non volle. Il suo 
desiderio unico e grande era quello di com¬ 
battere fino in fondo per l’Italia, per l Idea 
in cui fermamente credeva ed in cui le sue 
pupille spente vedevano, oltre l’immediato do¬ 
mani, oltre gli anni a venire, l’unica strada 
possibile per l’onore, la libertà vera, la gran¬ 
dezza del suo Paese. I suoi occhi pieni di tene¬ 
bre riuscivano a scorgere quello che la gretta 
miopia della faziosità politica impediva di os¬ 
servare a tanti e tanti italiani che gli occhi, 
loro, ce li avevano ben sani, ben atti alla mira. 
Come gli occhi di coloro che, spinto brutalmente 
Borsoni contro il muro di un edificio in Piazzale 
Susa (e in etti ha attualmente la sua sede una 
Sezione del P C.I.) gli scaricarono a bruciapelo 
addosso i loro mitra, mentre con un ultimo 
gesto, veramente da poeta. Egli si portava alle 
labbra una scarpina della sua bambina, che 
portava sempre con sé, quasi un talismano. 

Poi portarono la sua salma, unitamente a 
quelle di altri, fra cui quella di Don Tullio 
Calcagno, il sacerdote che aveva aderito alla 
R 81 dirigendo a Cremona il settimanale 
<l Crociata Italica», su di un carrettino della 
Nettezza Urbana sino all'Obitorio. Sul petto 
insanguinato di Borsani i "giusti¬ 
zieri" avevano applicato, credendo 
di infliggergli un'ultima irrisione 
e non comprendendo invece di 
esaltarne per sempre la memoria, 
un cartellaccio con la scritta: 
"Ex-Medaglia d’Oro”. 

Carlo Borsani era nato a Legna¬ 
no, il 9 agosto 1917. Suo padre era 
un modesto lavoratore, meccanico 
agli stabilimenti Tosi, morto in un 
incidente sul lavoro, stritolato dalla 
cinghia d'una puleggia. Carlo, che 
contava al momento della disgi a- 
zia 13 anni, dovette immediata¬ 
mente preoccuparsi di trovar la¬ 
voro. Fu prima fattorino presso 
quegli stessi stabilimenti dove lavo¬ 
rava il padre, poi contabile in una 
fabbrica di tessuti. Nel frattempo 
però, % prezzo di durissimi sacri- 
fici, continuava i suoi studi, amo¬ 
revolmente seguito dalla Madre, 
riuscendo a conseguire nel 1939 
la licenza liceale. Lo scoppio della 
guerra lo trovò studente di legge 
all'Università di Milano. Subito 
dopo il 10 giugno si arruolò volon¬ 
tario, interrompendo gli studi (do¬ 
veva laurearsi solo più tardi, già 
mutilato e privo della vista, nel 
luglio 1942, conseguendo il titolo 
di Dottore in Lettere, dopo aver 
discusso una tesi sulla poesia mo¬ 
derna e contemporanea, riportan¬ 
do la votazione di centodieci e 
lode) 


fronte alpino occidentale, quale comandante 
di un plotone fucilieri. Poi, iniziatesi le osti¬ 
lità contro la Grecia , fu trasferito sul fronte 
albanese. Ferito una prima volta, e decorato 
per il suo magnifico comportamento con una 
Medaglia d'Argento sul campo, rifiutò di rim¬ 
patriare per rimanere vicino ai suoi soldati. 
Appena convalescente ritornò in prima linea, 
offrendosi, ancora una volta, volontario per 
guidare quaranta uomini all'assalto di una 
posizione-chiave nemica particolarmente mu¬ 
nita, a quota 1252 di Allonaqìt. Di quei qua¬ 
ranta uomini ne restarono in vita solo tre 
tra cui il Tenente Carlo Borsani, pressoché 
mortalmente ferito. Investito in pieno da una 
raffica di mitragliatrice, sembrò piegare sulle 
gambe ma continuò lo stesso a correre in 
avanti, trascinando i suoi uomini. Una bomba 
di mortaio gli scoppiò davanti ed egli si portò 
le mani agli occhi, rimasti irrimediabilmente 
feriti. Ma egli continuò ancora ad avanzare 
sull'obbiettivo. Infine, nuovamente colpito, fu 
visto abbattersi al suolo. 

Solo verso sera, terminata vittoriosamente 
razione, fu possibile ad un altro reparto sopì ag¬ 
giunto, di cui alcuni soldati si accorsero che 
Borsani respirava ancora, di trasportarlo ad un 
ospedaletto da campo, dove le sue ferite rice¬ 
vettero una prima, sommaria medicazione. Ave¬ 
va la testa, il tronco, le braccia e le gambe 
crivellate da 26 ferite, sì che i medici dispe¬ 
ravano di salvarlo. Trasportato in Italia rimase 
ancoia per molto tempo fra la vita e la morte. 
A stento riusciva a règgersi in piedi allorché 
il 9 maggio 1942, Mussolini, nella sua qualità 
di Comandante Supremo delle Forze Armate, 
solennemente gli appuntava al petto la Meda¬ 
glia d'Oro al Valor Militare. 

Pur con il corpo cosi atrocemente straziato 
(si pensi, per un attimo solo a cosa può signi¬ 
ficare per un giovane nel fiore dell'età perdere 
completamente la vistai il Tenente Carlo Bor¬ 
sani non volle restare inattivo. La guerra con¬ 
tinuava in pieno, stava raggiungendo il suo 
acme: ed Egli ancora voleva dare qualcosa di 


Sangue e impicq 




(Nostra inlorvlot» 

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S- entrala 1«; • 1* prim*.c«wai ' 

macchi r >* proveniente da Torino 1 -jtwm- 
twnu. Un* bandiera ro*wi con »» ' 
talee e martello re copriva 1 
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bordo non Meco*»" 

*o*r 










26 


Ì7 fascisti uccisi 

da p artigiani nel car cere 

itjS~51fe,, 

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ili in c4b*d»le. 


fóppi 




... . - 

de >- , T.’emal tatare dalle « radiose giornate», Palmiro Togliatti. 

Prese parte alla Campagna sul 


sè allo sforzo di tutti gli italiani che, col suo 
animo generoso e ingenuamente poetico, egli 
riteneva totale e senza alcuna riserva. Allora, 
perchè gli era possibile far solo questo, si recò 
al microfono della Radio, a dirvi, con quella 
sua voce in cui traspariva quasi la chiara fre¬ 
schezza di un animo rimasto fanciullo, le sue 
alte ed appassionate liriche civili, che parla¬ 
vano di gloria italiana e di vittoria italiana, 
o ad esortare da Soldato tutti gli altri Soldati 
che combattevano in Africa, in Russia, in Bal¬ 
cani, sul mare. Intanto l’attuale on. Colosso 
concionava da Radio Londra, esortando gli 
italiani al tradiménto. 

E fu proprio attraverso la radio che alla sua 
voce rispose il cuore di una ragazza di quin¬ 
dici anni. Franca Longhitano, che studiava 
presso le Suore Orsoline di Via Borghetto a 
Milano. Il 21 aprile 1942, nella Cappella dei 
Mutilati a Baggio, Franca diveniva la sposa del 
Poeta Cieco. L’anno seguente nasceva loro una 
bimba, Raffaella. Un altro bimbo, un maschio, 
Carlo Fausto, doveva invece nascere, atroce 
destino , poco tempo dopo l’efferato assassinio 
del Padre. 

Ora, a sette anni di distanza, Raffaella e 
Carlo Fausto ancora domandano , non solo agli 
amici, ma a tutti gli italiani degni di questo 
nome, giustizia nei confronti degli assassini del 
loro papà. E anche "perchè ?" è stato ucciso. 

Dopo il vergognoso armistizio-capitolazione 
dell’» settembre 1943, Carlo Borsani, come sem¬ 
pre, non esitò. Mon aveva nessuna strada da 
scegliere: per lui era logico e normale conti¬ 
nuare su quella che aveva scelto da ‘e™? 0 - ha 
strada dell’onore e della dedizione alla Patria. 
Chiamato alla Presidenza dell’Associazione Mu¬ 
tilati, rivolse infiammati appelli alla gioventù 
perchè riprendesse a combattere contro gli m- 
va&ori anglo-americani. 

Privo della vista e solo soletto dall'amoroso 
sostegno della moglie, non esitò, poiché le cir- 
costanze lo richiedevano, ad assumersi il gra¬ 
voso e pesante incarico di dirigere un giornale 
quotidiano, «La Repubblica Fascista», eie- 
vando, ma invano, dalle sue co¬ 
lonne una continua invocazione 
alla pacificazione degli animi nel 
segno comune della Patria, ansio¬ 
samente chiedendo di porre fine 
alla guerra civile, allo stillicidio 
interminabile di morti italiani, tro¬ 
vando sempre, in queste sue aspi¬ 
razioni, V incoraggiamento, quasi 
paterno ed affettuoso, di Mus¬ 
solini. 

Non c'è da stupirsi se, ad un certo 
punto, un animo come il suo più 
non reggesse di fronte all esa¬ 
sperazione raggiunta dagli opposti 
lati della banicata. Lasciò perciò 
la direzione del giornale, dove, sen¬ 
za forse che Egli potesse rendei - 
sene conto, te sue parole di mode¬ 
razione e contrarie ad ogni ven¬ 
detta apparivano tragicamente su¬ 
perate dagli eventi, per dedicarsi 
completamente al suo ufficio di 
Presidente dell'Associazione Muti¬ 
lati. La sua porta era aperta a 
tutti gli italiani: il suo grande 
cuore generoso non negava a nes¬ 
suno, purché gli apparisse in buo¬ 
na fede, il suo aiuto Più volte 
Egli stesso intervenne di persona 
onde strappare avversari politici 
alle dure misure imposte dalla 
guerra civile. Moltissimi furono co¬ 
loro che, mediante il suo interes¬ 
samento, furono liberati dal car¬ 
cere o dall'internamento, o che 
vennero salvati "in extremis" dalla 
fucilazione , tra cui Carlo Silvestri 


l 








































33 



Carlo Borsani parla ad una assemblea dell'Associazione del Nastro Azzurro e dei volontari di guerra. 


ed altri esponenti socialisti e comunisti, dete¬ 
nuto dalle 88 germaniche. 

E intanto continuava a portare ovunque la 
sua parola di incitamento d combattere, e la 
sua ferma fede nelVIdea cui aveva dedicato 
la sua vita. La mattina del 25 aprile 1945 come 
al solito si recò nel suo ufficio, poi, saputo 
che Mussolini si trovava in Prefettura, vi si 
recò anchegli, accompagnato da un maggiore 
dell’esercito. Per Vultima volta, quella mat¬ 
tina, la moglie ed i figli dovevano vederlo 
ancora in vita . Giunto alla Prefettura, Mus¬ 
solini lo chiamò subito a sè e per circa un'ora 
si intrattenne con lui a conversare. Al Dit¬ 
tatore ormai présago del suo Fato, il Poeta 
forse ancor egli conscio di essere giunto al 
soglio della morte, recitò, con la sua voce 
chiara e quasi da fanciullo, suoi versi piò 
recenti. Quando Mussolini gli disse che stava 
per partire da Milano, Borsani proruppe in 
un grido, tentando con il brancolare delle 
sue mani di impedirgli il passaggio: "Duce, 
non partite! Restate qui! Vi difenderemo noi! 
Vi difenderò io!". Allora Mussolini, lo abbrac¬ 
ciò, pieno di profonda commozione. Poi prese 
posto sulla macchina. 

Borsani allora raggiunse, sempre con il 
suo accompagnatore, prima il Comando della 
X Flottiglia MAS a Piazzale Fiume, poi, su 
consiglio delVaccompagnatore stesso che lo rite¬ 
neva il partito piò prudente, si recò in un 
ospedale di Via Commenda, al Padiglione Sar- 
fatti. Intanto per le strade di Milano comin¬ 
ciava a spandersi la peste rossa, coi suoi mo¬ 
natti, imbraccianti il mitra. 


Da lì, per ordine del C.L.N.A.I.. fu trasferito, 
sotto scorta armata al Padiglione Oftalmico, 
Ma alcuni "partigiani" non meglio identificati 

10 prelevarono e lo condussero alle carceri del 
Palazzo di Giustizia, dove rimase sino al 
giorno 29. 

A quanto si afferma, il generale Faldella, 
Comandante Militare di Milano, avrebbe dato, 
non appena conosciuto Varresto di Borsani, 
Vordine di scarcerarlo. Ma quest'ordine non 
arrivò mai. Sta di fatto che il pomeriggio dello 
stesso giorno il Poeta Cieco fu prelevato una 
seconda volta da quattro partigiani armati di 
mitra. Il suo accompagnatore, che non aveva 
mai voluto abbaìidonarlo, si offerse di andare 
con lui, ma gli venne vietato. Pensando che lo 
trasferissero in un altro carcere, chiese allora 
se poteva consegnargli l’asciugamano e qualche 
altro oggetto personale. "Dove andrà non avrà 
piò bisogno di asciugamano!", fu la sola, ina 
eloquente risposta. Borsani volle allora strin¬ 
gere la mano al suo accompagnatore ed agli 
altri camerati di prigione. Rifiutò il consiglio, 
datogli da uno di essi, di chiedere la grazia, 
affermando: "Non si cambia una vita, dopo 
che si è data tutta una vita". 

Fu trasportato nell’edificio delle 8cuole di 
Viale Romagna, ove aveva la sede un cosid¬ 
detto "tribunale del popolo". Appena entrò nel¬ 
l’aula una folla ubriaca d'odio cominciò ad 
inveire contro di lui: "A morte! A. morte!". 
Per tutta la durata della tragica farsa Bor¬ 
sani rimase silenzioso, come raccogliendosi in 
meditazione e preghiera. Per lui era peggio 

11 mugghiare di quella turba, il crollo della 


sua alta illusione sulle possibilità di una ricon¬ 
ciliazione nazionale, che l’ormai acquisita cer¬ 
tezza della morte vicina. 

Lettagli la pseudo-sentenza che lo condan¬ 
nava alla fucilazione, fu caricato su di un ca¬ 
mioncino e trasportato nella località cui ac¬ 
cennavamo in principio. Come abbiamo detto, 
gli era vicino, anche lui condannato a morte. 
Don Tullio Calcagno. Borsani fu assassinato 
per primo. Addossato al muro, lentamente si 
fece il segno della Croce. 

Dopo la scarica, giacque esanime al suolo. 
La morte che lo aveva risparmiato in guerra r 
ove pure il suo corpo era stato cosi lacerato 
dal piombo nemico, lo raggiungeva, a guerra 
finita, sotto forma di proiettili, purtroppo, ita¬ 
liani. 

Prima di essere fucilato a sua volta. Don 
Calcagno ebbe il tempo di chinarsi su Borsani 
e di impartirgli l’assoluzione "in extremis". 
Tutti i piccoli oggetti di qualche valore che 
Borsani aveva su di sè, furono "prelevati": un 
orologio d’oro, una penna stilografica, anch’essa 
d’oro. Perfino la Medaglia d’oro, regalata dai 
Mutilati al loro Presidente. 

Alla vedova, da alcuni frati del Musocco 
furono restituiti, ultimo ricordo del trucidato 
Poeta, i suoi occhiali neri, la vera matrimo¬ 
niale e un rosario, rinvenuti da un becchino 
sul cadavere, al momento di seppellirlo nel 
"Campo n. 10”. quello riservato ai "criminali 
fascisti" e alle ’’ex-Medaglie d’Oro". Ricordia¬ 
mo quel giorno in cui fu assassinato Borsani: 
era il 29 aprile 1945. Per le strade di Milano 
correva la peste rossa. 


m 
















34 

da imperversò bestialmente nella «primavera di 
sangue». Ecco intanto alcuni episodi in man¬ 
canza* di un quadro completo di quanto avven¬ 
ne in quei giorni. 

La notte del 12 maggio 1945 due sconosciuti 
si presentarono all’abitazione di FABBRI Ugo 
fu Andrea, esercente, nato T8 maggio 1896 a 
S. Pancrazio di Buosi (Ravenna) dove risiedeva. 
Dissero di appartenere alla polizia e di voler 
parlare con il Fabbri per avere alcune infòr- 
mazioni. In tal modo lo prelevarono e lo assas¬ 
sinarono a poca distanza dalla sua abitazione. 

MAZZOTTI Primo fu Angelo, nato a Bla- 
vallo il 16-9-1888, falegname, appartenente alla 
G.N.R., trovavasi a Lavezzola (Ravenna) e dal 
25-4-1945 non ha più dato notizie di sè. 

Sempre a Lavezzola, al Comando di una Bri¬ 
gata partigiana, fu visto per l’ultima volta, nel 
luglio del ’45, VISANI Eugenio fu Dante, nato 
a Firenzuola Toscana S. Pellegrino (Firenze) 
il 15-8-1889 appartente alla G.NR. 

Mancano notizie precise sui due sconosciuti 
uccisi ad Imola il 9 maggio 1945 a colpi di arma 
da fuoco. La signora Brini residente a Pistoia, 
pensa possa trattarsi del figlio disperso, sot. ten. 
della G.NR. BRINI Guido fu Primo nato ad 
Imola il 29-6-1923 e del di lui attendente Con¬ 
tessi Luciano di Ravenna. Provenienti da Bol¬ 
zano e fermati dai partigiani a Valle del Pasu- 
bio, venivano dagli stessi forniti di un permesso 
collettiva di libera eircolazione valevole fino a 
Ravenna. A Ravenna giunsero il giorno 8 o 9 
maggio e pernottarono nella casa di Soprani 
Lidio — via Mulinetto, piazza d’Armi. — Se¬ 
condo le affermazioni della famiglia dei Soprani, 
essi si allontanarono da quella casa nelle pri¬ 
me ore del mattino successivo dicendo che si 
sarebbero recati all’estero ripercorrendo la stra¬ 
da che già avevano fatto. Per rendere più facile 
l’eventuale riconoscimento rendiamo noto che il 
Contessi vestiva pantaloni grigi, camicia e pul¬ 
lover marrone scuro. Il Brini vestiva un com¬ 
pleto scozzese grigio scuro ed un blusotto aran¬ 
cione chiaro ed era in possesso di una patente 
di autista di 2° grado, di un biglietto di ricono¬ 
scimento di sott. ten. della Flak. e del permesso 
rilasciato dai partigiani della Valle del Pasubio. 

MINGUZZI Guglielmo di Dupilio, nato il 15- 
12-1893 a Bagnocavallo (Ravenna), fossore, ap¬ 
partenente alla G.N.R. fu ucciso il 31-5-1945 a 
Bagnocavallo, dopo orribili sevizie, in presenza 
della moglie e della figlia. Fu sepolto dalla mo¬ 
glie, di nascosto, senza cassa, nel Cimitero lo¬ 
cale. 

ALBERANI Primo di Giuseppe, nato a Bla- 
vallo il 2-10-1895, barbiere, appartenente alla 
G.N.R., prelevato da casa nella notte del 2-5- 
1945, fu ucciso nei pressi della casa stessa, dopo 
essere stato spogliato, e venne sepolto, senza 
cassa, nè vesti dai parenti nel cimitero locale. 

PINCA Gino fu Firmino, benestante, nato a 
Bandeno (Ferrara) il 28-7-1912 fu prelevato, il 
18 novembre 1945 da ignoti, dall'Ospedale Mi¬ 
litare di Modena dove si trovava ricoverato, t 
Nel febbraio 1946 è stato rinvenuto il suo cada¬ 
vere in un campo di grano a 500 m. dalla sua 
abitazione con un foro alla nuca. 

Il fratello PINCA Edmondo, agricoltore, nato 
a Bandeno 1T1-4-1907 fu prelevato il 7-6-1945 
nella sua abitazione a Bandeno e da allora non 
si ebbero più sue notizie, se non che testimoni 
oculari affermano che venne gettato nel Po. 

A Santerno di Ravenna vennero trucidati: 

BUSA Amedeo, nato il 17-1-1912, ucciso il 
20-6-1945; GHETTI Domenico, nato il 2-2-1888, 
ucciso fi 20-6-1945; RUFFILLÈ Linda, nata il 
25-11-1919, prelevata da casa il 19-5-1945, ritro¬ 
vata il 19-11-1945 uccisa e occultata nell’argine 
destro del fiume Lamone, vicino ponte Abergone; 
GAUNI Francesco, nato il 5-4-1889; MISSI- 
ROLI Francesco, nato nel 1906; BALELLA 
Francesco, nato il 9-2-1889 ed il figlio BALELLA 
Luciano, nato il 12-4-1917, uccisi il 18-6-1945. 
Le salme dei due Balella non furono più ritro¬ 
vate^ ma si sa con precisione assoluta che esse 
furono depredate di tutto quanto avevano. 



Tipo di partigiano. 


A Cervia di Ravenna vennero, trucidati: BAT- 
TISTINI Armando, nato il 23-4-1903; ALESSI 
Ines, nata fi 28-7-1911; MELDOLI Guido, nato 
il 27-4-1911; GIORDANI Edmondo, nato il 
3-9-1912; MAZZETTI Vittorio, nato il 20-7-’900; 
ROMAGNOLI Augusto, nato il 9-9-1889. 

A Castiglione di Cervia (Ravenna) furono 
uccisi: FANTINI Adelmo, nato nel 1899, prele¬ 
vato dalla Caserma dei C. C. da elementi parti¬ 
giani ed ucciso nella notte del 4-3-1945; FUSA- 
ROLI Giuseppe, nato nel 1898, ucciso la sera 
del 29-3-1946 in una imboscata; PONTI Aldo, 


nato nel 1902, ucciso in casa il 7-5-1945; ZOLI 
Aldo, nato nel 1907, ucciso T8-5-1945; LUCCHI 
Ivo, nato nel 1905, ucciso la notte defi'8-5-1945; 
ZAFFI Cristoforo, nato fi 12-5-1878, uccisa il 
12-5-1945. 

Le persone uccise a Massalombarda (Raven¬ 
na) tra il 22 aprile e il 18 maggio del 1945 sono : 

CONTI Armando agente agricolo dei signori 
Matteucci, prelevato dal suo domicilio, unita¬ 
mente ad altre cinque persone, già citate nella 
nostra inchiesta, la notte del 18 maggio e tra¬ 
sportato in ima casa colonica di certo Geminia- 
ni. Qui le sei persone venivano sottoposte a pro¬ 
cesso da parte di un Tribunale del popolo e 
quindi seviziate ed uccise. I disgraziati furono 
spogliati di tutto ciò che possedevano, compresi 
gli stessi abiti. Pare che il Conti avesse con sè 
pure una forte somma di denaro oscillante sul 
mezzo milione, somma che egli avrebbe dovuto 
rimettere ai predetti signori Matteuccì. 

Ing. MATTEUCCÌ Leonello, uno degli anzi- 
detti agricoltori e fratello dell’Ammiraglio Mat- 
teucci. La sua salma non è stata ancora rintrac¬ 
ciata. Egli era presidente della Cooperativa 
frutticoitori. Sembra che nel 1937 abbia allon¬ 
tanato un congiunto di un dipendente, il quale 
militava nel periodo in esame, in un tribunale 
del popolo. 

CAMORANI Carlo e moglie, sfollati da Terni, 
parenti del Segretario del Fascio locale. 

Nel settimanale cattolico- ravennate «-L’Argi¬ 
ne » del n. 9 del 26-2-’49 si rileggono queste pa¬ 
role: «Perchè i comunisti speculano... per sot¬ 
trarsi al peso schiacciante di tutti i delitti che 
hanno compiuto; per sviare Tattenzione dai 
processi che si stanno celebrando a loro ver¬ 
gognoso carico e da quelli che presto o tardi si 
celebreranno (per es.: Codevigo)... ». Il 29-4-’45, 
ad armistizio concluso e quando tutto era finito, 
giunse a Codevigo di Padova con le truppe della 
Divisione «Cremona», la cosiddetta 28° Brigata 
« Garibaldina », composta in prevalenza di ra¬ 
vennati al comando del cosiddetto colonnello 
Bulow, al secolo Arrigo Boldrini, già — a quanto 
risulterebbe —• brillante capomanipolo defia Gii 
di Ravenna durante il ventennio ed attualmente 
segretario nazionale dell’Anpi, nonché deputato 
comunista. I suoi uomini si assunsero il compito 



Ferraccio Pani, lasciata la Edison, paria con i nuovi padroni: gli inglesi che si sono imposses¬ 
sati di Milano. 
































di epurare il paese e misero un particolare zelo 
a prelevare — fra gli altri — i romagnoli già 
della G.N.R. che vennero fucilati senza esclu¬ 
sione di sorta. Le esecuzioni degli elementi rin¬ 
tracciati in paese e nelle vicinanze durarono 
sino al 9 maggio 1945. Da tale data gli uomini 
di Bulow si sguinzagliarono verso altre località 
più lontane per prelevare gli elementi ravennati, 
fascisti o presunti tali, ai quali si dichiarava di 
doverli accompagnare a Ravenna in attésa di 
giudizio. Questo sembra sia stato il pretesto 
avanzato presso il comando partigiano di Bus- 
solengo (Verona), al quale sarebbero stati esi¬ 
biti falsi documenti, per prelevare 27 fascisti o 
presunti tali, colà prigionieri, che furono con¬ 
segnati unitamente ad un autocarro. Condotti a 
Codevigo di Padova, sembra siano stati somma¬ 
riamente giudicati da Arrigo Boldrini e da Ateo 
Minghelli da Ravenna, poi percossi, seviziati, 
derubati di tutto ed infine, quattro o cinque alla 
volta, finiti a colpi di mitra e gettati nelle acque 
del Brenta. Le fotografie dei resti di questi in¬ 
felici, esistenti presso la Pretura di Piave di 
Sacco (Padova), documentano in modo elo¬ 
quente la ferocia con cui fu consumata la stra¬ 
ge del ravennati fascisti o presunti tali. Si dice 
che in tale gesta si siano particolarmente di¬ 
stinti un certo Alieto Senni da S. Stefano di 
Ravenna ed una donna, certa Guerra. Insieme 
ai romagnoli che ebbero degli uomini di Bulow 
la testimonianza di una particolare predilezione, 
risulterebbero fucilati altri 300 fascisti o pre¬ 
sunti tali, oriundi da varie parti d’Italia. Ai 
nomi che già abbiamo dato aggiungiamo oggi 
quest’altro elenco di massacrati a Cadevigo : 

BEZZI Giuseppe fu Romeo, classe 1904, G 
N. R. da Ravenna; FERANTI Mario di Agostino, 
cl. 1914, G. N. R. da Ravenna; FOCACCIA 
Vincenzo, cl. 1903, G. N. R. da Ravenna; GIUN¬ 
CHI Elviro, cl. 1902, G. N. R. da Ravenna; MA- 
RONCELLI Duilio fu Geremia, cl. 1891, G. N. R. 
da Ravenna; MERENDI Giovanni fu Cesare, 
cl. 1905. G. N. R. da Ravenna; VILLA Nazario 
Sauro fu Bartolomeo, cl. 1922, G. N. R. da Ra¬ 
venna; VILLA Alfredo fu Bartoloneo, cl. 1914, 
G. N. R. da Ravenna. 

Altri ravennati, come dicemmo, vennero rag¬ 
giunti altrove dall’odio dei loro fratelli. Ecco 
alcuni nomi; CAVASSI Pietro di Luigi, cl. 1910, 
G. N. R. da Ravenna, fucilato a Pescantina (Ve¬ 
rona» il 6-5-1945; CORTESI Ricciotti di anni 47 
da Voltana (Ravenna), mutilato ad una gamba, 
prelevato, insieme al figlio CORTESI Benito 


di anni 19 da Voltana. il 22-5-1945 da quattro Orgia c£i comizi e di sfilate trionfali, sembrava quasi che l'Italia, con la strage fratricida, avesse 
sconosciuti dalla propria abitazione a Cavatore vinto la guerra. 



(Cremona» dove era sfollato con la famiglia; 
FALZONE Franco fu Lorenzo, cl. 1924. da Ra¬ 
venna, prelevato dalle carceri di Busto Arsizio 
e fucilato ad Unchio (Como) il 19-5-1945: GEN- 
TA Vigliani di Luigi, cl. 1926. G. N. R. da Ra¬ 
venna, prelevato dalle carceri di Pallanza nella 
notte del 19-5-1945 e fucilato ad Unchio (Co¬ 
mo»; ZAGHINI Mario fu Alfredo, cl. 1929. G 
N R. da Ravenna fucilato ad Unchio nel mag¬ 
gio 1945. 

A MODENA E PROVINCIA 

La Nazione in data 7 febbraio 1949 pubblicava 
quanto segue: «Modena. 7 — La nostra Que¬ 
stura è riuscita a far luce completa su di un 
delitto avvenuto nel 1945. Infatti il dott. Sillone 
ha ieri sera esumato il cadavere del capitano 
GRECO Gino di Erminio di anni 32, sette volte 
decorato per fatti d’arme, tre volte ferito e due 
volte promosso sul campo. Era stato sotterrato 
la sera del 6 ottobre di quell’anno (1945» in un 
campo presso Villafreta in una buca profonda 
60 centimetri. È risultato che era stato prele¬ 
vato dalla casa di un contadino. Valeroi Bas 
soli, sottufficiale del Greco durante la campa¬ 
gna di Spagna e airAccademia Militare di Mo¬ 
dena, da cinque sconosciuti. Condotto nel camp», 
vicino fu schiaffeggiato, insultato, percosso de- 

|co«ft?n<« a pa?;. 3b 


J 





















































37 



La battaglia condotta dalla Repub¬ 
blica Sociale Italiana per la difesa di 
Trieste, della Venezia Giulia e del- 
VIstria è ben nota. Subito dopo l’S set¬ 
tembre,, in seguito allo sbandamento 
delle nostre truppe che lasciava sco¬ 
perto fritto il settore della Croazia e 
dell’Albania, i comandi tedeschi ebbero 
facile gioco nell’imporre la necessità di 
assumere il controllo dette nostre pro- 
vincie orientali ”per ragioni di carat¬ 
tere militareSi trattava di un prov¬ 
vedimento che solo la presenza di Mus¬ 
solini e della Repubblica Sociale Ita¬ 
liana valsero ad impedire si trasfor¬ 
masse in una autentica manovra di sna¬ 
turalizzazione condotta in favore del¬ 
l’Austria. 

Mussolini, infatti. avuta da Hitler la 
personale assicurazione che a fine guer¬ 
ra tutto sarebbe ritornato nette con¬ 
dizioni del 1940, si adoperò in ogni 
modo, sia per ottenere il funzionamento 
dette autorità civili italiane, sia per fa¬ 
vorire la penetrazione dei reparti mili¬ 
tari Il Prefetto di Trieste , Coceani, 
resse alta, d’accordo con Mussolini e 
con tutti i veri italiani della regione, 
la fiamma dell’ italianità: mentre la 
Decima MAS scaglionava presidi in 
tutta la Venezia Giulia, ed interveniva, 
atta fine del ’44, con la sua Divisione 
di fanteria marina, salvando Gorizia 
dalla invasione del IX Corpus Titino. 
In quello stesso periodo di tempo i par¬ 
tigiani italiani si erano alleati con i 
Titini, uccidendo quegli stessi loro com¬ 
pagni che si rifiutavano atto schifoso 
tradimento; e la vicenda di Porzus, re¬ 
centemente analizzata atte assise di 
Lucca, documenta il drammatico epi¬ 
sodio. 

Quando la resa fu vicina, mentre la 
Decima ordinava ai suoi presidi di resi¬ 
stere il più possibile, netta speranza che 
truppe italiane dell’altro aoverno sa¬ 
rebbero giunte ad impedire una occu¬ 
pazione jugoslava , il Prefetto Coceani 
ed i suoi colleghi cercavano, da Trie¬ 
ste e dalle altre zone dove era ancóra 
possibile operare, di convincere i rap¬ 
presentanti dei C.L.N. ad un accordo 
che bloccasse l’avanzata slava. Gli uo¬ 
mini della Revubblica Sociale non chie¬ 
devano garanzie per loro, di nessuna 
sorte. 

La faziosità dei partiti antifascisti, t 
ubriacati in quel momento dal facile 
successo, ebbe purtroppo ragione di 
tutti i sentimenti di italianità che pure 
avrebbero dovuto albergare nei cuori 
di quegli uomini. 

Così, mentre le truppe neozelandesi 
si fermavano atte porte di Trieste, il 
Comitato di Liberazione Nazionale dette 
via libera agli slavi di Tito, e la città 
di San Giusto visse i suoi tremendi 
giorni d’occupazione. In tutto il resto 
detta Venezia Giulia, nette zone non oc¬ 
cupate dell’Istria, le truppe partigiane 
jugoslave calarono depredando e sac¬ 
cheggiando, uccidendo e distruggendo 
tutti i segni superstiti detta italianità 
di quelle regioni, deportando i cittadini 
che si rifiutavano di aderire al nuovo 
regime. Togliatti, allora amico di Tito , 
incitava i comunisti ad accoaliere come 
liberatori costoro : e gli angloamericani, 
oggi amici di Tito, assistevano impas¬ 
sibili a questa codificata ed autoriz¬ 


zata violazione di ogni principio di 
umana dignità e libertà. 

I presidi detta Decima MAS, e con 
loro i reparti dei Bersaolieri ”Musso- 
lini”, fedeli agli ordini ricevuti, rima¬ 
sero sul posto e si fecero uccidere senza 
cedere di un metro, vanamente atten¬ 
dendo che i soldati del governo del sud 
giungessero a rilevarli. Ma a Roma il 
governo dei C.L.N. pensava solo ai suoi 
giochi di equilibrio, a far contenti gli 
inglesi, che amavano Tito, ed a non 
inimicarsi i comunisti, che dominavano 
la piazza. L’Istria e la Venezia Giulia 
vennero così abbandonate all’invasione, 
senza che da Roma si facesse il sia 
pur minimo tentativo di ribellarsi al 
sopruso, come se l’immobilità e la non 


resistenza alla soperchieria potessero 
farci avvantaggiare in una situazione 
che era già, di per se stessa, disperata 
e senza vie d’uscita. Che cosa rischia¬ 
vano infatti gli uomini del C.L.N. in 
quel momento, a tentare di ribellarsi? 
Nulla. Peggio di così, la nostra situa¬ 
zione non avrebbe potuto essere, ed un 
gesto dell’Italia, anche se destinato 
all’insuccesso, sarebbe rimasto come 
il punto fermo dette nostre aspirazioni. 
Ma essi avrebbero giocato le loro per¬ 
sonali posizioni e soprattutto avreb¬ 
bero dovuto mettersi contro coloro che, 
per ormai lunga abitudine, considera¬ 
vano gli arbitri detta nostra politica 
estera. Così rimasero fermi, e cominciò 
il calvario dette provincie orientali. 


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12 Field Securlty Sectian 
B Dataehnent 
Carmons 


Carpa Valantari dalla Libertà.' 
Oaaanda Begianale Veneta. 
Infaraaziani. 


7 May 46 


\ In referenza alla vostra Ne. 303 in da$e 
16 / 4 / 1946 » il seguente 6 quanto risulta sulla con¬ 
tatta «arala a ai vile di PADOVAI? Giovanni fu Edoar¬ 
do a di Brindali» Lucia» nata a Carmens il 23/6/1909*- 

Giovanni TVidsvanj ealzalaie da Michele 
Sfililoi, Cormane, parti per la Francia nell 1 inverno 
del 1923* Ritornò nel 1Q32 con due anni di ritardo 
per’ presentarsi al servizio militare. In Francis, 
cerne si espresse cc.n i miei casiere! tiilitari, face¬ 
va il ocscaielo non .ja penda fare.altro. Presentate*! 
al aervizio milttrre, fu assegnato al 1* Granatieri 
a Rar»ia e preci sementa alla la Compagnia +* Compagnia 
di discipline. 

Con sentenza 6/5/1935 fu condannate dal 
Tribunale Spedale ad anni 16 di reclusione per or- 
gahizzaazieno sovversiva. Condonato la pena nel 1942. 

In qualità di partigiano divenne Ceirris- 
earle Politico della Brigata Garibaldi-Frluli e ' - e 
talp fu giudice a Gradina -’e? '"'Olio, firnsnde 
naia di sentenze di zno-te* 

Subite dopo il primo Gaggie 1943 non vsnn: 
a Cornane• s 

E credenza locale che si trovar a Lubia¬ 
na per ricevere la cediglie l’oro fugasi-va * eh. in 
quell‘occasione ebbia trattata la cessione L v ::- 
sciallo ?ite dei territori Italiani fina al in&l:-- 
mento, versa il compenso di due bilioni di lire, . 

Nei primi giorni di Maggio 1945 tenne 
discorsa in Piazza dell^nità a ^riezte chiedendc 
l # annessione della Venezia Giuli' '.Ila Replbblica 
Federativa Yugaslava. 










t 


■ sC' 




il 








Molti italiani, purtroppo, collaborarono con Tito e con le forze iugoslave contro la loro Patria. 
Il documento che pubblichiamo testimonia di un caso; U processo per i fatti di Porzus prova che 
questo stesso caso fu generalizzato dai comunisti. 




























38 

nudato e depredato di ogni suo avere. 1 vestiti. 

U denaro, gli oggetti preziosi vennero ripartiti 
fra i cinque sicari. 

Dopo tutto ciò, venne finito con alcuni colpi 
di arma da fuoco alla nuca e sotterrato. Sono 
stati arrestati quali autori del delitto Galassi 
Orfeo, Rinaldi Oscar, Ruspaggiani Fernando e 
Mantovani Alfonso, tutti partigiani e l’ultimo 
pregiudicato. Il quinto è da alcuni mesi già in 
carcere ad Imperia e si chiama Angelo Me¬ 
lloni. Quest’ultimo risulta autore di numerosi 
altri delitti. Del resto si vantava si avere ucciso 
centoventi persone... 

« ...Anche la famiglia del cap. Greco fu per¬ 
seguitata ed ebbe i mobili distrutti e gli indu¬ 
menti asportati. Nel 1947 furono lanciate nella 
casa da essa abitata alcune bombe». 

A Modena, la mattina del 28-4-1945, veniva 
assassinato sotto i portici del municipio il dot¬ 
tor ZERELLA Angelo, direttore delle carceri 
giudiziarie di Modena. Il dott. Zerella non, ri¬ 
sultava essere responsabile di atti che avessero 
esulato dalle sue mansioni di funzionario ed in 
tal senso si erano pronunciati gli esponenti del 
C. L. N. provinciale. Egli non era nemmeno sta¬ 
to arrestato o sottoposto a procedimento epu¬ 
ra tivo. Quella mattina venne improvvisamente 
bloccato da un gruppo di persone ed una donna 
si faceva largo tra la folla con in pugno una 
rivoltella. Giuntagli davanti esplodeva quattro 
colpi che uccidevano all’istante il dott. Zarella. 
Pare che la giustizia abbia raggiunto la colpe¬ 
vole: si tratterebbe di una tale Piccinini, arre¬ 
stata nel marzo 1949 a Macerata perchè re¬ 
sponsabile dell’uccisione di certo Morandi, di 
due meridionali e di due donne. La Piccinini 
avrebbe voluto sfogare contro il dott. Zerella un 
vecchio odio per coloro che l'avevano arrestata 
e detenuta in carcere per corruzione di mino¬ 
renni e meretricio clandestino. 

Stralciamo e riportiamo da Gazzettino Sera 
in data 10 marzo 1949. Il giornale, sotto il titolo 
ve il camion tragico non giunse a destinazione » 
scrive datando da Modena,-9 : « Sull’eccidio di 
sette persone, tra le quali due donne, avvenuto 
a Mirandola (Modena> nel maggio 1945, ha fatto 
luce in questi giorni la Questura di Modena, in 
seguito a laboriose indagini. Nel pomeriggio del 
9-5-1945 dalla ex caserma della G. N. R. di Mi¬ 
randola, partiva un camion con a bordo sette 
persone che dovevano essere condotte a Modena 
per ordine del C. L. N., dovendosi indagare sulla 
loro posizione politica. I sette erano: il maggiore 
TABACCHI Enrico, di anni 62, ex podestà di 
Mirandola, il di lui figlio Fernando, di anni 26. 
il dottor CECCHI Mario di anni 50, il dott. PAL- 
TRINIERI di anni 35, SPEZZANI Glauco, di 
anni 22, CASTELLINI Giulia, casalinga, di an¬ 
ni 40 e MALAGOLI Gina di anni 23. Essi erano 
accompagnati da cinque partigiani: Primo Luc- 
chi, Ermes Bignotti. Franco Bergonzoni, Loris 
Silvestri e Carlo Guasti, Il camion però non 
giunse mai a destinazione; all’altezza del paese 
di Bonporto sulla statale n. 12, l’automezzo de¬ 
viò per una via secondaria e i sette furono fatti 
scendere e uccisi a raffiche di mitra. 1 cinque 
della scorta sono tutti arrestati ». 

Il 25 aprile 1945 a Cavezzo di Modena venivano 
prelevati: NIVET Armando, LORENZINI Petro¬ 
nio ed il figlio LORENZINI Aldo, maestro, RE 
BECCHI Primo e Casto TELMOTI. Tutti, nella 
notte seguente venivano portati al cimitero dove 
furono obbligati a scavarsi la fossa. Vennero 
quindi uccisi a raffiche di mitra e sepolti nella 
fossa stessa. Risulta che Casto Telmoti venne 
anche torturato prima dell’uccisione. Prelevata 
ed uccisa venne pure la sorella di Nivet Ar¬ 
mando, NIVET Maria Grazia di anni 17. 

MORSELLI Alberto venne ucciso insieme alla 
sorella MORSELLI Tina che fu prima dell’ucci¬ 
sione, violata e seviziata. BELLENTANI Maria, 
interprete, venne prelevata da casa, pare che in 
un primo momento riuscisse a fuggire, ma poi 
non si ebbe di lei alcuna notizia. 

TASSI Nando il 25 aprile ’45 venne ucciso 
dopo essere stato orrendamente seviziato e dopo 
che gli furono cavati gli occhi. 


...ed i soldati U.S.A. ridevano soddisfatti. 


«W l’Italia libera», era scritto sui cartelli... 


Vittime pure dell’odio fratricida furono, sem¬ 
pre a Cavezzo: PAVARATTI Lario. BOSI Ma¬ 
ria, maestra, la famiglia REBECCHI composta 
della maestra Bianca con il marito e la figlia 
ventenne, la diciannovenne BALESTRI, il dot¬ 
tor BENNATI Enrico. E da tener presente che 
alcuni di questi uccisi non erano nemmeno 
iscritti al P. F. R. Non iscritto al P. F. R. era 
anche MARCHI Valter, grande invalido di guer¬ 
ra. privo di ambedue le gambe, la cui uccisione 
riveste un particolare carattere di bestiale fe¬ 
rocia. Prelevato a Cavezzo e portato in casa del 
contadino Pellicciali (Sufanciu* alle Due Ma¬ 
donne. sulla strada Verdetta tra Staggia e 
S. Pietro in Elda, venne « rovesciato » dalla sua 


carrozzella di invalido dentro il porcile e quivi 
lasciato dalle 10 alle 22, Venne quindi trucidato 
e sepolto in campagna. La salma, riesumata a 
cura degli straziati genitori, riposa alfine nel 
cimitero di Cavezzo. Aggiungiamo che la madre, 
visto l'assassino, da lei ben conosciuto, ma na¬ 
turalmente, a piede libero, gli gettava addosso 
l’acqua del secchio che stava portando, il vi¬ 
gliacco. fermatosi, la schiaffeggiava! 

A Sassuolo iModena» venne prelevato di not¬ 
te, alla fine d’aprile del '45 PRANDINI Battista 
fu Pio. impiegato al Municipio di Sassuolo. Non 
si ebbero più sue notizie nè si conosce il luogo 
della sua sepoltura. 

ZANTA Bruno tu Vittorio, nato a Carpi <Mo- 

































38 

nudato e depredato di ogni suo avere. 1 vestiti, 
li denaro, gli oggetti preziosi vennero ripartiti 
fra i cinque sicari. 

Dopo tutto ciò, venne finito con alcuni colpi 
di arma da fuoco alla nuca e sotterrato. Sono 
stati arrestati quali autori del delitto Galassi 
Òrfeo, Rinaldi Oscar, Ruspaggiani Fernando e 
Mantovani Alfonso, tutti partigiani e l’ultimo 
pregiudicato. Il quinto è da alcuni mesi già .in 
carcere ad Imperia e si chiama Angelo Me- 
noni. Quest’ultimo risulta autore di numerosi 
altri delitti. Del resto si vantava si avere ucciso 
centoventi persone... 

« ...Anche la famiglia del cap. Greco fu per¬ 
seguitata ed ebbe i mobili distrutti e gli indu¬ 
menti asportati. Nel 1947 furono lanciate nella 
casa da essa abitata alcune bombe». 

A Modena, la mattina del 28-4-1945, veniva 
assassinato sotto i portici del municipio il dot¬ 
tor ZERELLA Angelo, direttore delle carceri 
giudiziarie di Modena. 11 dott. Zerella non^ ri¬ 
sultava essere responsabile di atti che avessero 
esulato dalle sue mansioni di funzionario ed in 
tal senso si erano pronunciati gli esponenti del 
C. L. N. provinciale. Egli non era nemmeno sta¬ 
to arrestato o sottoposto a procedimento epu- 
rativo. Quella mattina venne improvvisamente 
bloccato da un gruppo di persone ed una donna 
si faceva largo tra la folla con in pugno una 
rivoltella. Giuntagli davanti esplodeva quattro 
colpi che uccidevano all’istante il dott. Zarella. 

Pare che la giustizia abbia raggiunto la colpe¬ 
vole: si tratterebbe di una tale Piccinini, arre¬ 
stata nel marzo 1949 a Macerata perchè re¬ 
sponsabile dell’uccisione di certo Morandi, di 
due meridionali e di due donne. La Piccinini 
avrebbe voluto sfogare contro il dott. Zerella un 
vecchio odio per coloro che l’avevano arrestata 
e detenuta in carcere per corruzione di mino¬ 
renni e meretricio clandestino. 

Stralciamo e riportiamo da Gazzettino Sera 
m data 10 marzo 1949. Il giornale, sotto il titolo 
« Il camion tragico non giunse a destinazione » 
scrive datando da Modena,-9: «Sull’eccidio di 
sette persone, tra le quali due donne, avvenuto 
a Mirandola (Modena) nel maggio 1945, ha fatto 
luce in questi giorni la Questura di Modena, in 
seguito a laboriose indagini. Nel pomeriggio del 
9-5-1945 dalla ex caserma della G. N. R. di Mi¬ 
randola, partiva un camion con a bordo sette 
persone che dovevano essere condotte a Modena 
per ordine del C. L. N., dovendosi indagare sulla 
loro posizione politica. I sette erano: il maggiore 
TABACCHI Enrico, di anni 62, ex podestà di 
Mirandola, il di lui figlio Fernando, di anni 26. 
il dottor CECCHI Mario di anni 50, il dott. PAL- 
TRINIERI di anni 35, SPEZZANI Glauco, di 
anni 22, CASTELLINI Giulia, casalinga, di an¬ 
ni 40 e MALAGOLI Gina di anni 23. Essi erano 
accompagnati da cinque partigiani: Primo Lue- 
chi, Ermes Bignotti, Franco Bergonzoni, Loris 
Silvestri e Carlo Guasti. Il camion però non 
giunse mai a destinazione; all’altezza del paese 
di Bonporto sulla statale n. 12. l’automezzo de¬ 
viò per una via secondaria e i sette furono fatti 
scendere e uccisi a raffiche di mitra. 1 cinque 
della scorta sono tutti arrestati». 

Il 25 aprile 1945 a Cavezzo di Modena venivano 
prelevati: NIVET Armando, LORENZINI Petro¬ 
nio ed il figlio LORENZINI Aldo, maestro, RE- 
BECCHI PTimo e Casto TELMOTI. Tutti, nella 
notte seguente venivano portati al cimitero dove 
furono obbligati a scavarsi la fossa. Vennero 
quindi uccisi a raffiche di mitra e sepolti nella 
fossa stessa. Risulta che Casto Telmoti venne 
anche torturato prima dell’uccisione. Prelevata 
ed uccisa venne pure la sorella di Nivet Ar¬ 
mando, NIVET Maria Grazia di anni VI. 

MORSELLI Alberto venne ucciso insieme alia 
sorella MORSELLI Tina che fu prima dell’ucci¬ 
sione, violata e seviziata. BELLENTANI Maria, 
interprete, venne prelevata da casa, pare che in 
un primo momento riuscisse a fuggire, ma poi 
non si ebbe di lei alcuna notizia. 

TASSI Nando il 25 aprile *45 venne ucciso 
dopo essere stato orrendamente seviziato e dopo 
che gli furono cavati gli occhi. 


«W ITtalia libera», era scritto sai cartelli. 


Vittime pure dell’odio fratricida furono, sem¬ 
pre a Cavezzo: PAVARATTI Lario. BOSI Ma¬ 
ria, maestra, la famiglia REBECCHI composta 
della maestra Bianca con il marito e la figlia 
ventenne, la diciannovenne BALESTRI, il dot¬ 
tor BENNATI Enrico. È da tener presente che 
alcuni di questi uccisi non erano nemmeno 
iscritti al P. P. R. Non iscritto al P. F. R. era 
anche MARCHI Valter, grande invalido di guer¬ 
ra. privo di ambedue le gambe, la cui uccisione 
riveste un particolare carattere di bestiale fe¬ 
rocia. Prelevato a Cavezzo e portato in casa del 
contadino Pellicciar! tSufanciu» alle Due Ma¬ 
donne. sulla strada Verdetta tra Staggia e 
S. Pietro in Elda, venne « rovesciato » dalla sua 


carrozzella di invalido dentro il porcile e quivi 
lasciato dalle 10 alle 22. Venne quindi trucidato 
e sepolto in campagna. La salma, riesumata a 
cura degli straziati genitori, riposa alfine nel 
cimitero di Cavezzo. Aggiungiamo che la madre, 
visto l’assassino, da lei ben conosciuto, ma na¬ 
turalmente, a piede libero, gli gettava addosso 
l’acqua del secchio che stava portando, il vi¬ 
gliacco. fermatosi, la schiaffeggiava! 

A Sassuolo (Modena) venne prelevato di not¬ 
te, alla fine d’aprile del ’45 PRANDINI Battista 
fu Pio. impiegato al Municipio di Sassuolo. Non 
si ebbero più sue notizie nè si conosce il luogo 
della sua sepoltura. 

ZANTA Bruno fu Vittorio, nato a Carpi >Mo- 


... ed i soldati U.S.A. ridevano soddisfatti. 

































dena) il 10-4-1897 appartenente alle B. N., ma¬ 
cellaio presso il Comune di Carpi, fermato da 
un gruppo di armati sulla strada tra Carpi e 
Modena alla fine di aprile 1945, venne quasi im¬ 
mediatamente fucilato e sepolto poi in luogo 
ignoto. 

BIANCONI Gaetano ispettore del Coproma, 
venne prelevato in pieno giorno alle porte di 
Modena 111-5-1945. Fu vana ogni ricerca per 
averne notizia nè se ne conosce il luogo di se¬ 
poltura. Si conoscono però coloro che lo hanno 
prelevato, ma invano la famiglia li ha più volte 
denunciati. 

Di stragi efferate fu campo il Comune di Me- 
dolla (Modena). ' > 

PALTRINIERI Rosalia, segretaria dei Fasci 
femminili, madre di tre .figli in tenera età, pre¬ 
levata il 25, o il 26 aprile 1945 venne seviziata 
e sepolta viva. La stessa sorte subì PIGNATTI 
Iolanda, arrestata insieme con la Paltrinieri. 

GRECO Angelo di anni 48, maresciallo delle 
B. N. e poi dell'Esercito repubblicano fu ucciso 
il 25-5-1946. Con lui. vennero uccisi la figlia 
GRECO Èva, di anni 23, ed il figlio GRECO 
Santino, di anni 17. I tre Greco vennero prele¬ 
vati nella loro abitazione ed ancora non se ne 
sono ritrovate le spoglie, nonostante le suppliche 
della sposa e madre inginocchiatasi persino da¬ 
vanti ai prelevatori perchè le indicassero al¬ 
meno il luogo della sepoltura dei suoi cari. 

Con i Greco vennero prelevati e subirono la 
stessa sorte il cap. mag. GEMMI Pasquale ed il 
milite delle B. N. NERI Renato. 

In un macero con pietre legate al collo ven¬ 
nero trovati i cadaveri dei militi delle B. N. 
LINCOLI (?) Giovanni e BELLONI Gisberto. 

Non è stato invece possibile rintracciare il 
cadavere del Maresciallo delle B. N. BIANCHI¬ 
NI Giuseppe, n^del caporale AGAZZANI Pietro, 
del .milite SIMONETTI Giuseppe e di PADO¬ 
VANI Amedeo. Sempre a Medolla risultano uc¬ 
cisi MICHELINI Enrico, ABORETTI Massimi¬ 
liano ed un certo BARBIERI. 

Riteniamo che questo tragico elenco di ben 
sedici uccisi — e purtroppo non sono tutti — 
in un piccolo centro come Medolla potrebbe ba¬ 
stare da solo a dare un quadro dell’immensa 
carneficina, avvenuta nella « primavera di san¬ 
gue» in tanta parte d’Italia. 

Sulle macerie della Prefettura di Comacchio 
venne trucidato, si dice da romagnoli, FAG- 
GIOLI Osvaldo, squadrista. Trucidato fu pure 
tale ROMANINI da Lagosanto. 

. FARINELLI Augusto, impiegato all’Ufficio 
anagrafe, padre di otto figli, venne prelevato 
da casa ed ucciso in località S. Pietro. 

A Codigoro, dove era sfollato, venne prelevato 
FERRARI Giuseppe fu Nazzareno da Comacchio 
e da allora non si ebbe di lui più alcuna notizia. 

Pure a Codigoro, dove era sfollato, venne pre¬ 
levato FABBRI Mario, appartenente alla G. 
N. JR., e neppure di lui si ebbero più notizie. 

A Cornandolo Ferrarese venne prelevato, in- 1 
sieme alla fidanzata VECCHIATTINI Cesarina, 
l’ardito del Btg. Tupin di Ferrara BIGHI Idalgo 
della classe 1912. I cadaveri dei due vennero 
ritrovati l’I-5-1945 in località Pescara di Fran¬ 
colino. 

Il 18-5-1945 a Gualdo, dove abitava, venne pre¬ 
levato MAESTRI Giulio fu Francesco, nato a 
Montesanto il 10-1-1900. Di lui non si ebbe più 
j^cuna notizia. 

CARLINI Tommaso di Giuseppe e FERRA- 
OUTI Margherita, nata il 5-9-1917, vennero pre¬ 
levati da casa e ritrovati uccisi il 5 maggio 1945 
a Pescara di Francolino. 

-PINI Giovanni di Giorgio, figlio del nostro 
eminente collaboratore, nato a Bologna il 16 
ottobre 1927, studente del Liceo Artistico, venne 
con ogni probabilità fermato ad un posto di 
blocco a Carpi il 22-5-1945. Trattenuto in un 
carcere senza alcun motivo per qualche giorno 
a Concordia di Modena come risulta da sicure 
testimonianze — venne poi ucciso in un giorno 
imprecisato —. Nonostante le ricerche, non fu 
possibile rintracciare il luogo di sepoltura. 



Due giovanissimi : Franco Aschieri e Gino 
Panicci, entrambi uccisi ingiustamente. 


Nessuna notizia fu più possibile avere anche 
del rag. BARTOLOZZl Walter di Alfredo, nato 
a Capparo (Ferrara) il 7-6-1904, capitano della 
B. N. Molto probabilmente si trovava sulla fa¬ 
mosa corriera Vaticana scomparsa con tutti i 
suoi passeggeri nei pressi di Modena. Insieme 
a lui si trovavano il cognato BARIANI Walter 
ed il capitano STABELLINI, pure scomparso. 
Si suppone che il luogo di sepoltura si trovi 
in località Malabbergo (Bologna). 

Sempre sulla famosa corriera si dubita si sia 
trovato PEDRAZZl Vittorio, appartenente alla 
3. Brigata Mobile di stanza nella caserma Ciro 
Menotti a Modena. Si ignorano il luogo della 
sua sepoltura ed i particolari della sua fine. 
Prendiamo occasione per ricordare come fu 
ancora l’antico Fracassa, Idea Nuova a denun¬ 
ciare, anni or sono, primo in Italia, il dramma 
di questa sparizione. Le indagini eseguite dal- 
l’Arma dei Carabinieri, hanno confermato pie¬ 
namente le nostre rivelazioni e gli assassini, 
tutti di Concordia di Modena come da noi af¬ 
fermato, raggiunti dalla Giustizia, stanno per 
scontare il loro orribile delitto. 

La sera del 14 maggio 1945 da sconosciuti in 
automobile veniva prelevato dalla sua abitazio¬ 
ne in Modena BARBIERI Gino di Alfredo, na¬ 
to il 3-6-1903, in servizio presso l’Azienda Elet¬ 


trica. Nop* se ne conosce il luogo di sepoltura 
nè se ne/ebbe più alcuna notizia, nonostante 
le ricerche e le denunzie fatte dalla famiglia. 

CLEONTE Conforti venne fucilato in via XX 
Settembre a Codigoro dopo essere stato basto¬ 
nato a sangue da una masnada inferocita. Il 
plotone di esecuzione era formato da partigiani 
provenienti dalla Romagna, Comacchio e La¬ 
gosanto e da qualche elemento locale. Il Con¬ 
forti, mutilato per la Rivoluzione, combattente 
in A.O.I. e volontario in Croazia, davanti al 
plotone di esecuzione gridò in faccia ai suoi 
assassini «Viva ITtalia! ». 

GENNARI Carlo Domenico, agricoltore, ven¬ 
ne prelevato dalle carceri di Codigoro con la 
sorella GENNARI Rosina ed il nipote SEME- 
GHINI Tonino. Condotti in località Meschina, 
poco lontano dal paese, venivano barbaramente 
trucidati. Dalla casa del Gennari venivano 
asportati gioielli, biancheria e denari per un 
valore complessivo di oltre tre milioni e mezzo. 

Il geometra TARRONI Edmondo ed il padre 
suo vennero fucilati da squadre di partigiani ro¬ 
magnoli in via Panbianco a Codigoro. I Tarroni 
non erano iscritti al P.F.R. 

AGNIARI Alfredo, appartenente alle B. N„ 
fu prelevato nelle carceri di Codigoro ed ucciso. 
La salma non venne mai ritrovata. 

Il fratello AGNIARI Salinguerra, milite scel¬ 
to della G. N. R., venne ucciso nei pressi di 
Codigoro e gettato, con sassi legati al collo, nel 
Po di Volano. Anche questa salma non fu mai 
recuperata. 

DE FAZIO Pasquale, maresciallo della Guardia 
di Finanza, fu ucciso a Codigoro nella sua abi¬ 
tazione il 18-51945 da certi Carli di Comacchio 
e Salomoni di Bologna, entrambi condannati 
per il predetto misfatto. Nell’abitazione dei De 
Fazio venivano rubati il denaro ed i gioielli 
mentre la moglie fu violentata dal Salomoni. 

CARLI Giuseppe da Comacchio, milite della 
G. N. R., prelevato nella sua abitazione a Co¬ 
digoro, dove era sfollato, da elementi partigiani 
romagnoli, veniva in seguito fucilato. 

La stessa sorte ebbe il milite della G. N. R. 
FABBRI Carlo da Comacchio. 

BIANCHI Vigilante da Mezzogoro di Codi¬ 
goro, brigadiere della G. N. R., prelevato nella 
propria abitazione, veniva condotto a S. Maria 
Codifiume ed ivi fucilato. 

PINOTTI, appartenente alla B. N., da Mez¬ 
zogoro, veniva fucilato a Mirandola di Modena. 

ROMA, detto Zambrini, da Mezzogoro, appar¬ 
tenente alla B. N. di Ferrara, venne ucciso a 
Mestre. 

A Bosco Mesola venivano catturati dai parti¬ 
giani romagnoli: SALADINI Gaetano, PIVA 
Filippo, BIGONI Sante e MEGATTI Giuseppe, 
tutti da Lagosanto. Gli sventurati, condotti in 
località Vallona, furono costretti a scavarsi la 
fossa e vennero poi trucidati con raffiche di 
mitra. 

NELLE TRE VENEZIE 
A TREVISO E PROVINCIE 

PESSET Angelo, appartenente alle B. N., ven¬ 
ne prelevato da casa a Treviso il 29 aprile 1945. 
Per molto tempo i famigliari non riuscirono a 
conoscere la sua sorte, ma vennero infine a 
sapere che era stato ucciso alla tristemente fa¬ 
mosa Cartiera di Mignagola. 

Anche alla Cartiera di Mignagola venne tru¬ 
cidato il sergente universitario, C. N. scelta, 
appartenente alla G.N.R. di Forli Btg. «Mus¬ 
solini», FRANCISCONI Pietro di Giovanni nato 
a Montenovo di Montiano il 9-4-1915. Fermato 
il 27-4-1945 ad un posto di blocco mentre era 
diretto in Romagna, venne condotto, assieme ad 
altri, alla Cartiera dove furono tutti assassinati. 

Ecco i nomi di 12 sventurati prelevati, e suc¬ 
cessivamente trucidati, dal cercere di Treviso, 
nella notte dal 29 al 30 aprile: TAVERNA Carla, 
CASADORO Oscar, CINOTTI Enrico, JOVI Do¬ 
lores, CUCINI Alberto, AVO Italo, CAROCCI 

f continua 































40 


Alberto, CALAVITTÀ Antonio, BATTAGLIA 
Domenico, SCIAMANNA Giorgio, CUCCURED- 
DTJ Giuseppe, LIZIERO Italo. 

Un altro nome dobbiamo aggiungere al già 
tanto lungo elenco dei trucidati a Mignagola 
(Treviso) alle Cartiere Burgo. FABBRI Cle¬ 
mente fu Alberto nato 11-3-1893 a Gaggio Mon¬ 
tano (Bologna), maresciallo capo del Btg. «Bo¬ 
logna », lasciò il 25 aprile la caserma «Sasa» 
di Treviso diretto a Oderzo. Da allora non * si 
ebbe di lui più alcuna notizia precisa, ma si 
ritiene con ogni probabilità sia stato ucciso alle 
Cartiere Burgo. La sua tomba è probabilmente 
quella n. 77 nel cimitero di Carbonera. 

E’ sepolto nel cimitero di Fregena (Vittorio 
Veneto) VALLESE Modestino di Riccardo, nato 
il 22-7-1930, ucciso da appartenenti a forma¬ 
zioni armate il 22-4-1943. Nel cimitero di San 
Fiore (Conegliano) è sepolto MEGON Bruno fu 
Leonardo, nato a Francis il 31-1-1927, apparte¬ 
nente alle B. N., assassinato da partigiani ga¬ 
ribaldini a S. Fiore nei giorni successivi alla 
cosiddetta liberazione. 

GUIDO Vocialta, sotto ten. della X Mas fu 
fermato da armati di Salgareda, suo paese di 
residenza, a 5 km. da detta località, il 2 mag¬ 
gio 1945. Da notizie apprese da gente del luogo 
si è venuti a conoscenza che egli fu unito ad 
un gruppo di altri fermati i quali, dopo essere 
stati seviziati, furono gettati, alcuni ancora vivi, 
con le mani legate, nel Piave. Ogni notizia fu 
negata dai locali caporioni alle disperate richie¬ 
ste della madre. 

A S. Lorenzo di Vittorio Veneto venne pre¬ 
levato ed assassinato da elementi del luogo la 
guardia municipale MANZONI Cristiano. 

Sul Corso di Vittorio Veneto giacque a lungo 
insepolto, con altri commilitoni, il milite della 
GN.R, MAGI Cesare, nato nel 1918. Dopo le 
necessarie trattative, essi avevano avuto assi¬ 
curazione di poter liberamente ritirarsi, ma, non 
appena in movimento, il 27 aprile 1945 vennero 
assaliti da tutte le parti e trucidati. Si ignora 
se le salme siano state successivamente sepolte 
e dove siano, eventualmente inumate. 

MIAN Rino fu Paolo, della GN.R., venne pre¬ 
levato il 12 maggio 1945 alle ore 23 nella pro¬ 
pria abitazione a Motta di Livenza. Condotto in 
località Albano, fu sottoposto ad un formale 
interrogatorio e quindi picchiato a morte. Poi¬ 
ché non poteva più camminare, fu portato di 
peso in luogo più lontano, per non lasciarlo sul 
posto, e quindi ucciso con una scarica di mitra. 

In merito ai noti fatti di Susegana (Treviso), 
del 1° maggio 1945. diamo qui di seguito i no¬ 
minativi dei trucidati: 

DE JURI Giovanni da Pola, della B. N. « Ca¬ 
vallini *; VERZELLORI o VERZELLOSA Um¬ 
berto da Faenza; BRUSCHI Francesco da Faen¬ 
za; FONTANA Giovanni da Faenza; BRUNAC¬ 
CI Romano da Faenza; CIMATTI Giuseppe da 
Faenza; PECORI da Ravenna; ASTONINO 
Ernesto da Cosenza; MARTINES Franco da Pa¬ 
lermo; MONDINI Ferruccio da Cesena; TI- 
MONCINI Augusto da Faenza; MONTENEGRO 
Nando da Tripoli; SERRI Giuseppe da Predap- 
pio, tutti della G.N.R. — BERTINI Pasquale da 
Dovadola; TULITO Giuseppe da...; BELLINI 
Armando da Padova; NANNI Giuseppe da...; 
BRINI Giacomo da Cesenatico; BERTINI Pie¬ 
tro da Dovadola; BRINI Mentore da Cesena¬ 
tico; tutti del Btg. Bologna. 

Sempre a Mignagola nelle Cartiere « Burgo » 
risultano trucidati centinaia e centinaia di pri¬ 
gionieri sbandati fra cui anche — a quanto si 
assicura — alcuni rimpatriati dai campi di con¬ 
centramento tedeschi ad opera del capo parti¬ 
giano «Falco». Ai nomi già pubblicati ed uc¬ 
cisi alle Cartiere Burgo, tanto tristemente fa¬ 
mose, aggiungiamo quello del maresciallo capo 
del Battaglione « Bologna » FABBRI Clemente 
fu Alberto, nato a Gaggio Montano (Bologna) 
il T marzo 1893. Nel «bus de la luna», baratro 
profondissimo del monte Consiglio (Vittorio Ve¬ 
neto) ad opera dei partigiani locali vennero 
precipitati centinaia di catturati della R.S.I. 
fra cui, in un solo giorno, circa 60 alpini del 
Battaglione di Conegliano Veneto. 

'[continua a pag. 42 



Saluti col pugno chiuso accolgono le truppe inglesi ed americane. Presto gli occidentali do vranno 
accorgersi del tragico errore commesso aiutando il comuniSmo e la Russia nella conquista dei 

due terzi d’Europa. 

























•V* 




« mare 


I diretti responsabili delle stragi: Togliatti, Ricci e, in basso, a fianco della bandiera_ del C.V.L., Walter 
sdallo » rosso, colui che pilotò a suo piacimento Cadorna per tutta la durata della 


Walter Audisio. Manca Longo, 
guerra civile. 

































Cadorna fra gli ufficiali inglesi e americani assiste a Milano alla stilata delle forze partigiane, che improvvisamente apparvero numerosissime, 

moltiplicate in maniera misteriose dalla vittoria. x 


A Fregona del Consiglio (Vittorio Veneto) è 
stata esumata una fossa con circa un centinaio 
di massacrati della R.SJ. Agli accertamenti pre¬ 
sero parte anche i Carabinieri di Vittorio Ve¬ 
neto. Pure di queste vittime vorremmo, se è 
stata possibile la loro identificazione, conoscere 
i nomi. 

Nel comune di Miane (Treviso), per testimo¬ 
nianza del Segretario comunale e del Parroco 
di, Miane, vennero esumate le seguenti fosse: 

In località Combai una fossa con oltre 40 
salme, irriconoscibili, di militari della R.S.I., 
prelevati dai partigiani a Semaglia della Batta¬ 
glia (Treviso) alla fine di aprile del 1945. indi 
portati a Valdobbiadene e poi a Combai dove 
vennero uccisi tra il 7 e l’8 maggio 1945. Ecce¬ 
zionalmente nell’esumazione venne identificato 
il figlio di S. E. il Generale GLORIA. 

In località Pianezze Basse venne esumata una 
fossa con numerose salme di militi delle B. N., 
catturati ITI agosto 1944 nei pressi di Pieve 
di Soligo (Treviso) ed ivi poi trucidati. 

Si assicura anche che nella zona di Vittorio 
Veneto siano stati trucidati migliaia di cat¬ 
turati della R.SJ. molti dei quali arresisi ih 
seguito a proposte, patti e promesse che non 
vennero poi rispettati. 

Il milite caporale della G.N.R., appartenente 
al Battaglione M. « 9 settembre » BARBIERI 
Erminio di Carlo, nato a Bolzano il 20 giu¬ 
gno 1926, si trovava il 27 aprile 1945 a S. Flo¬ 
riano di Vittorio Veneto (Treviso) con il reparto 
militare di guardia a quella Centrale Elettrica, 
la mattina del 28, con il suo reparto, ripiegò 
su Vittorio Veneto da dove, nel pomeriggio dello 
stesso giorno, unitamente al suo Battaglione, ad 
a'tri reparti militari della R.S.I. e ad una auto¬ 
colonna di reparti militari tedeschi al comando 
d3l generale Von Kamp, proseguì per Coneglia- 
no Veneto. Di qui, con gli stessi reparti, risulta 
partito il mattino del 29 maggio per Vittorio 
Veneto dove, dopo lo sgretolamento dell’auto¬ 
colonna, provocato dall’aviazione inglese a Colle 
Umberto, si arrese, insieme agli altri, in base 
agli accordi intervenuti fra i comandanti ita¬ 
liani e tedeschi ed i partigiani, con la precisa 


assicurazione di venire trattati come prigionieri 
di guerra. Il 30 aprile 1945 tutti venivano rin¬ 
chiusi nella Caserma Gotti di Vittorio Veneto. 
In base alle testimonianze dei pochi superstiti, 
nel pomeriggio del 1 maggio 1945 e nella notte 
successiva i prigionieri militari italiani — in 
numero di circa 150 — vennero portati fuori 
dalla caserma dal partigiano « Candela », ex 
sergente allievo ufficiale degli alpini a Bassano 
e studente universitario, e dai partigiani della 
brigata garibaldina « Tolot », con automezzi in 
quattro gruppi successivi. 

Il Barbieri venne prelevato una prima volta, 
con ciiya una sessantina di altri, verso le ore 15 
del 1 maggio e portato sul piazzale della ca¬ 
serma ove attendevano un’autoambulanza ed un 
autocarro. Con circa altri 30 venne caricato sul¬ 
l’autoambulanza mentre i rimanenti furono fatti 
salire sull’autocarro. Dopo circa 2 km., però, i 
due automezzi vennero fermati da alcuni mili¬ 
tari inglesi che sì trovavano su di una camio¬ 
netta e fatti rientrare in caserma. Dopo il rien¬ 
tro e la partenza degli inglesi, i partigiani se¬ 
pararono i due gruppi portando quello dell’au¬ 
toambulanza dietro alle baracche e quello del¬ 
l’autocarro dietro alle cucine in altra parte della 
caserma. Con quest’ultimo gruppo erano anche 
i militi: DI MUZIO Fernando, abitante in via 
Porta Napoli 24, Chieti, DI RENZO Francesco 
da S. Buceto (Chieti) ed il sergente NIGR ELLI 
Giuseppe da Reitano (Messina), i quali dichia¬ 
rarono che, durante la notte successiva, ven¬ 
nero portati con il loro gruppo nella scuola dì 
Tarzo (Treviso) ove gli altri, prelevati a gruppi 
di 7-8 alla volta, vennero uccisi, mentre essi 
furono miracolosamente salvati: il Di Muzio, 
sedicenne, dalla sorella di un partigiano e gli 
altri due dal Reverendo Don Luigi Chiarel da 
Revine Lago. Sul posto, per il momento, è stata 
trovata solo una fossa con 8 salme, ma la gente 
del luogo è convinta che nei dintorni se ne 
trovino 

Altri due gruppi, di circa 30-35 componenti 
l’uno, prelevati dagli stessi partigiani dalla Ca¬ 
serma Gotti, risultano portati: l’uno — del quale 
faceva parte il sedicenne PARRINI Gino di 


Francesco, trucidato — alla ex Casa del Fascio 
di Revine Lago (Treviso), dove tutti vennero 
uccisi con il solito sistema del prelevamento a 
gruppetti. Sul posto sono ktate esumate solo due 
fosse: una con 11 salme e l’altra con due. Si 
dice però che ve ne siano altre e che diverse 
salme siano sepolte sotto ad un dirupo fatto 
crollare su di Loro vicino alla strada oltre Re¬ 
vine Lago. L’altro gruppo venne portato a Lon- 
ghere (Vittorio Veneto) in una casa bianca iso¬ 
lata fra Longhere e Revine Lago. I componenti 
del gruppo vennero in parte fucilati, in parte 
inviati in campo di concentramento e alcuni, 
si dice, sarebbero riusciti a fuggire per poi es¬ 
sere catturati a Belluno e rinchiusi in quelle 
carceri. Sul posto risulta esumata una fossa con 
6 salme. 

Rimane del tutto oscura la sorte del gruppo 
che si trovava sull’autoambulanza e del quale 
faceva parte il Barbieri ed i Militi: DREGANI 
Benito da Chieti, morto il 4 giugno 1945 in un 
ospedale militare di Abano (Padova), ove era 
stato portato — non si sa dove e da chi — 
gravemente ferito; CLEMENTI Andrea da San 
Nicola di Caserta del quale la famiglia non ha 
più avuto notizie. 

Le indagini svolte dal padre del Barbieri lo 
hanno portato a rintracciare un milite di San 
Benedetto (Caserta), il quale afferma di essersi 
trovato prigioniero con il Barbieri e con altri 
italiani a Lubiana dove gli slavi, sparando al¬ 
l’impazzata sui prigionieri, avrebbero ferito il 
Barbieri stesso. Portati successivamente a Bel¬ 
grado, il Barbieri, per gli strapazzi del viaggio 
sarebbe deceduto. 

Potrebbero dare informazioni i seguenti: Cau- 
cian Alessandro « Maine », comandante della 
polizia partigiana di Vittorio Veneto in quel 
periodo; capitano Pesce Francesco (o Giovan¬ 
ni) «Milo» da Feltre (Belluno), comandante 
della divisione partigiana « Nannetti » dalla qua¬ 
le dipendeva la «Tolot» che, a quanto si dice 
(e siamo sempre disposti alla smentita), avrebbe 
impartiti gli ordini di eliminazione dei prigio¬ 
nieri; Bernardi Angelo «Donnola», comandan¬ 
te della Brigata «Tolot» da Revine Lago; il 

















vice comandante della stessa brigata, pure da 
Revine Lago, Tomis Giovanni « Libero » e Ber¬ 
nardi Giovanni «Bero»; i partigiani della me¬ 
desima brigata, tutti da Revine Lago: Chiarelli 
Giovanni « Luganega », Grava Beppino « Bon ». 
Piol Vittorino «Ciano», Battistella Augusto di 
Giuseppe, Fava Antonio « Cucca », Ravaioli 
Erio; il dott. Gandin, presidente del C.L.N. di 
Vittorio Veneto in quell’epoca. 

PASI Cesare della classe 1903, sergente* della 
G.NJR,., venne prelevato a Pescantina (Verona) 
da partigiani che si dissero di Ravenna, insieme 
ad altre venti persone, militi e non militi, fra 
le quali una donna. Di loro non si ebbe più 
alcuna notizia. 

NELLA PROVINCIA DI PADOVA 

A Codevigo (Padova) allorquando all’alba dei 
29 giugno 1945 giunsero i partigiani del coman¬ 
dante Bulow (al secolo on. Boldrin) con l’inca- 
rico di liberare la zona. Come primo atto tru¬ 
cidarono la maestra DOARDO Corinna che con 
la politica non aveva nulla a che vedere. Dopo 
inenarrabili sevizie finirono poi a colpi di mitra 
BROCCADELLO Fiore, MANFRIN Primo, MA- 
NOLI Gerardo e MINORELLO Gino. Verso il 
tramonto, dopo atti inumani e spaventosi, gli 
uomini del Boldrin facevano morire il giovane 
figlio dell'ex-podestà locale, BUBOLA Lodovico, 
CONTRI Silvio, MANELLO Antonio, CAPPEL- 
LATO Giovanni, CAPPELLATO Antonietta e 
FARINACCI Fontana. Tutti massacrati senza 
interrogatori di sorta. Nessuna colpa fu con¬ 
testata agli infelici. Per circa venti giorni durò 
la follìa partigiana e i « partesan » come ama¬ 
vano chiamarsi gli uomini di Bulow Boldrin, 
definirono Codevigo...: «L’ammasso delle Ca¬ 
micie nere d’Italia ». A Codevigo furono mas¬ 
sacrati ex-fascisti di Firenze, Como, Ravenna 
e Milano. È superfluo aggiungere che le rapine 
si susseguirono a ritmo accelerato e che i 
trucidati furono privati di ogni loro avere. Pa¬ 
recchie abitazioni furono razziate e incendiate 
ed altri cittadini resi irriconoscibili dalle per¬ 
cosse. Parecchi cadaveri di trucidati furono get¬ 
tati nei fiumi Brenta e Bacchigliene mentre un 
centinaio fu sepolto in una comune fossa nel 
cimitero di Codevigo. 

Salme che tuttora giacciono come quella del¬ 
la povera DUSSE Antonietta, moglie di un capi¬ 
tano di Finanza, che solamente perchè tale, 
venne una notte prelevata da un gruppo di 
partigiani fra cui tale Callisto Vinco da Ca- 
stagnè (Verona) e condotta nei pressi di Mo- 
ruri, dopo averla depredata di una rilevante 
somma in danaro e di oggetti preziosi. Nella 
località succitata il gruppo dei delinquenti 
scavò una fossa e dopo di avere crivellato a 
colpi di mitra il corpo dell’infelice, provvidero 
alla sepoltura a fior di terra della disgraziata 
Dusse. 

Sempre a Codevigo veniva assassinato il 
27-4-1945, dopo essere stato barbaramente sevi* 
ziato e mutilato, il sergente delle B. N. di Piave 
di Sacco (Padova) LUNARDI Giacomo. Gli 
uccisori e seviziatori appartenevano alla Brigata 
partigiana « Cremona » e tra essi è accertato il 
nome di certo Fiorenzi Bruno da Grosseto, at¬ 
tualmente detenuto per reato comune. 

Ancora in provincia di Padova. Nella notte 
del 10-5-1945, si verificò uno dei più terrificanti 
episodi di ferocia. Il segretario comunale di 
Salesino (Padova) DEL MESTRE Mario fu 
Lina, nato ad Udine l’l-6-1892, venne trucidato 
con una cassa irta di lunghi chiodi che gli si 
conficcarono nelle carni straziandolo sino alla 
morte. Poi venne gettato, insieme ad altri cin¬ 
que fascisti con lui trucidati, in un fosso di 
Carrara S. Giorgio. Le sei salme, recuperate 
dai famigliari, sono sepolte nel cimitero di Car¬ 
rara S. Giorgio. Gli uccisi furono, naturalmente, 
derubati di tutto, persino della giacca, del cap¬ 
pello e delle scarpe. La casa del segretario 
Del Mestre venne inoltre completamente sac¬ 
cheggiata. 



Umberto Bar de Ili, comandante del big. Bar- 
baxigo della X Mas, selvaggiamente ucciso 
in imboscata dai partigiani. 


Sempre in provincia di Padova risulta di¬ 
sperso, con un gruppo di 20 uomini, tra cui un 
ufficiale, DI FARTE Antonio di Cataldo, nato 
a Catania il 19-11-1927. Essi furono visti per 
l’ultima volta sulla strada fra Andria e Padova 
il 28-4-1945, in una zona di assoluto dominio 
delle bande partigiane. 

Ecco come avvenne l’efferata uccisione avve¬ 
nuta a Grantario (Padova) del comandante il 
locale Presidio B. N. BOSCOLO Luigi, volon¬ 
tario ed invalido della guerra 1915-1918. La 
sera del 25 aprile, non potendo raggiungere 
Milano, lasciò in libertà i suoi dipendenti, ri¬ 
manendo solo in Caserma. Alle sei del mattino 
successivo si presentarono degli uomini che, 
chiamatolo, non appena si presentò gli scari¬ 
carono addosso i mitra. Ferito, rimase a terra 
per quattro ore in agonia, mentre i suddetti 
svaligiarono la Caserma e depredavano il morto 
del portafoglio e deH’orologio. Avendo chiesto 
di vedere i familiari e di avere un sacerdote. 


43 

per tutta risposta, a furia di calci gli asporta¬ 
rono un occhio. 

Leggiamo sugli orrendi massacri di Codevigo 
di Padova: 

Sempre dai componenti delle Brigate Gari¬ 
baldi di Romagna, agli ordini di Boldrini Arrigo 
(comandante Bulow), venne prelevato a Can- 
diana (Padova) ed assassinato a Codevigo il 
2 maggio, insieme ad altri 200 Romagnoli, la 
G. N. R. VIRGILI Carlo. Delle salme di questi 
200, di cui al Tribunale di Padova si conser¬ 
vano le fotografie fatte dopo l’eccidio a cura 
del Pretore di Pieve di Sacco, molte sono irri¬ 
conoscibili, perchè sfigurate dalle feroci sevizie 
patite. Sappiamo che 3 o 4 di quei 200 riusci¬ 
rono a scampare alla strage. Ugualmente a 
Codevigo, dagli stessi elementi, veniva il 2 mag¬ 
gio trucidato la G. N. R. CANUTI Ugo fu Gioac¬ 
chino, nato a Faenza il 1-4-1905. Il Canuti, 
presentatosi con la moglie alla sede del Comune 
di Candiano (Padova) il 29 aprile, vi veniva 
trattenuto per tre giorni con altri 40 militi 
dello stesso presidio. Prelevati il 2 maggio dai 
partigiani garibaldini, vennero tutti trucidati 
a Codevigo e. poi sepolti in quel cimitero in 
una lunga fossa sovrastata da una croce in 
legno con la scritta « Sconosciuti ». Altre piccole 
fosse, pure anonime, l’attorniano ed in esse giac¬ 
ciono, l’una sopra l’altra, senza cassa, senza 
possibilità ormai di individuazione da parte dei 
parenti, le salme di tante altre vittime. 

Anche il tenente della G. N.'R. DELETTI 
Giuseppe di Angelo nato a S. Leo (Pesaro) ven¬ 
ne dagli stessi partigiani della Brigata Gari¬ 
baldi prelevato il 9-5-1945 a Pescantina (Ve¬ 
rona) presso la famiglia Zenarini, dove era 
ospitato, ed ucciso a Codevigo il giorno stesso. 

A Garinzia risulta disperso dopo il 27-5-1945 
l’agente di Pubblica Sicurezza PISCOPELLO 
Amleto, nato ad Allisto (Lecce). 

Siamo in grado di precisare, per informazioni 
ricevute dal suo attendente, che il S. Tenente 
DEL PRETE Giovanni della X Mas si trovava 
a Thiene (Vicenza) il 28-4-1945 quando fu pre¬ 
levato, insieme a tutti gli altri ufficiali, dagli 
appartenenti alla Brigata « Osoppo ». Parrebbe 
certo che egli sia stato eliminato, probabil¬ 
mente prima di raggiungere il comando della 
Brigata stessa. 

Del prelevamento avvenuto la sera del 10-5-*45 

I continua 



Il brevetto di benemerenza distribuito a firma di Alexander ai partigiani italiani. Coloro che lo 
accettarono in buona fede, debbono chiedersi oggi se e come il loro rischio abbia giovato 

alla Patria. 


























44 



Zerbino, l’ultimo ministro degli interni di Mussolini. 


dal carcere mandamentale di S. Donà di Piave 
del milite delle B. N. FASOLO Tommaso di 
Giuseppe e di altri tre camerati. Commissario 
Prefettizio MANCINI; militi delle B. N. BOZ¬ 
ZATO e STEFANI. Anche questi, come il Fa- 
solo, vennero uccisi e gettati nel Piave. 

Risulta che il giorno 15 maggio 1945 vennero 
prelevati dalle carceri di Chioggia alcuni appar¬ 
tenenti alle B. N. e ad altri Corpi e portati 
alle foci del Brenta per seppellire colà dei ca¬ 
merati assassinati che la corrente portava dal¬ 
l'alto Brenta. I cadaveri erano in numero di 
circa 20 e fra questi vi erano anche delle donne 
i cui corpi erano completamente nudi. 

A Trivignano Udinese venne trucidato 1T-12- 
1945 in presenza della madre e della moglie 
l’agricoltore BRUGNOLA Tullio fu Enrico. 

A Buia (Udine) il 1-5-1945 veniva fucilato, 
a quanto risulterebbe da elementi della Brigata 
Rosselli, SERA VALLI Leonardo fu Giovanni, 
nato a Gemona il 12 ottobre 1900, impiegato 
presso la Banca Popolare Cooperativa di Ge¬ 
mona del Friuli. 

Il 30 aprile 1945 le truppe cosidette «libera¬ 
trici » entrando in Pordenone dettero ordine di 
non procedere ad alcuna esecuzione senza il 
loro ordine. 

Contrariamente a queste disposizioni tre indi¬ 
vidui armati entrarono nel carcere giudiziario 
dove si trovavano in stato di arresto una ven¬ 
tina di fascisti o presunti tali, chiesero loro se 
avevano appartenuto alla B. N. e, senza atten¬ 
dere risposta, li portarono fuori e li fucilarono 
Caddero così 11 persone. 

IN PROVINCIA DI ROVIGO 

Un orribile crimine fu perpetrato nel Comune 
di Contarina in provincia di Rovigo nella per¬ 
sona di BOSELLO Italo ex Commissario prefet¬ 
tizio, ispettore didattico ed insegnante da oltre 
40 anni nel Basso Polesine. Il Bosello, che si 
era spontaneamente presentato al C. L. N. di 
Contarina venne sepolto vivo a Riva d*Ariano 
(Rovigo). Ad ogni palata di terra con cui lo 
andavano ricoprendo gli assassini gli intimavano 
di gridare «Viva la Russia» al che egli rispon¬ 
deva rantolando « Viva ITtalia ». Con questo 
ultimo grido d’amore per la Patria a cui aveva 
consacrato la sua vita retta, onesta, laboriosa 
egli chiudeva la sua esistenza terrena dando 
ancora con la sua morte nobilissimo insegna¬ 
mento di dignità, di coraggio, di amore alla 
terra natale. 

Il 27-4-1945 in Rosolina (Rovigo) veniva bar¬ 
baramente trucidato con altri 35 marinai — di 
cui preghiamo, se possibile, di farci avere ì 
nomi — il furiere della Marina militare VEN- 
TRELLA Carlo fu Michele, nato in Treviso il 
23-9-1924. Il parroco e gli abitanti del luogo 
composero le salme che vennero sepolte nel 
cimitero di Rosolina. 

È scomparso, dopo essere stato visto per l’ul- 
tima volta il 25-4-1945 a Quinto Val Pantena 
(Verona), e il milite della G.N. R. BIGNARDJ 
Serafino di Eugenio. Nonostante le indagini dei 
familiari, non è stato possibile ricostruirne la 
fine nè trovare il luogo dove, eventualmente, è 
sepolto. Risulta solo che un suo camerata, dello 
stesso paese (Robeeco d’Oglio - Cremona) è 
stato trovato a Verona nell’Adige, davanti alla 
Caserma dei Carabinieri, con il classico colpo 
alla nuca in data 7-5-1945. Il che fa presumere, 
anche per lui, una identica fine. 

A VICENZA E PROVINCIA 

In una caserma di Vicenza, il 3 maggio 1945, 
veniva fatto prigioniero il milite della G.N.R. 
OUVUCCI Pietro fu Luigi, nato nel 1902 a 
Terra del Sole (Forlì). Il suo capitano Sa varani 
Francesco di Davandola (Forlì), fatto con lui 
prigioniero, riuscì a fuggire: del milite Olivucci 
non si ebbero più notizie nè si conosce il luogo 
della sua sepoltura. 

«Disperso» è stato pure dichiarato dal Mini¬ 


stero della Difesa l’ing. dott. GALLERANI Fer¬ 
dinando fu Giov. Battista nato a Camerini 
l'8-ll-1893, invalido della prima guerra mon¬ 
diale e decorato al valore. Richiamato alle armi 
nell’aprile del 1940 al comando della Dicat di 
Napoli con il grado di colonnello, il 25 aprile ’45 
trova vasi a Vicenza quale Comandante il primo 
Gruppo di Art. Contraerea ed il locale Centro 
di Artiglieria. Da sicure testimonianze risulta 
che il 25 aprile egli si presentò al C. L. N. di 
Vicenza ed a quegli esponenti consegnò la cassa 
del Comando (contenente circa 7 milioni) depo¬ 
sitandoli, dietro regolare verbale, alla Banca 
d’Italia. Da quel momento più nulla si è saputo 
di lui. Noi non osiamo dichiarare infondata 
— alla luce di quanto si va giornalmente sco¬ 
prendo — la certezza dei famigliari che quel 
denaro sia stato la causa determinante della 
sua tragica fine. 

PEROTTI Luigi di Carlo, nato a Novi Ligure 
il 15-5-1927 e PARODI Giacomo di Bartolomeo, 
nato a Sulmona il 5-7-1927, entrambi apparte¬ 
nenti alla Divisione « Etna » venivano assassi¬ 
nati da un gruppo di partigiani nella cascina 
«Bertocche», sita nel Comune di Castabissara 
(Vicenza) il mattino del 28 aprile 1945. I due 
commilitoni, in ritirata dal fronte, avevano so¬ 
stato la notte precedente nella cascina ed i 
familiari, che ne hanno riesumato e traslato le 
salme, hanno appreso dai contadini del luogo 
le notizie sulla loro fine. 

A Schio vennero prelevati da casa il 29 aprile 
1945 RIZZELLO Giovanni, milite della B. N. ed 
il figlio RIZZELLO Teno, milite della strada, 
con l’interprete FIN Antonio. Condotti diretta- 
mente in Valletta dei frati (Schio) dietro l’O¬ 
spedale civile, vennero uccisi a colpi di mitra. 
La voce pubblica afferma inoltre che nelle cam¬ 
pagne di Magri di Schio si trovano le salme di 
quattro fascisti o presunti tali. 

Il milite delle B. N. MARCHIORO Domenico, 
l’agente di Polizia DAL ZOTTO Anseimo, il 
capo tecnico CANEDI e l’impiegato MIOU G. 
Antonio vennero prelevati dalle carceri di Schio 
dal partigiano «Randaggio» di professione for¬ 
naio, al secolo Cogallo Sandro, abitante a Schio, 
senza il permesso delle Autorità, e condotti ad 
Arsiero dove vennero presi in consegna dal te¬ 
nente dei partigiani Gramola Gino (Gin) e 
condotti a Fedescala (Schio). Quivi furono ob¬ 
bligati a scavarsi la fossa nel cimitero e quin¬ 


di, condotti in paese in camicia nera, vennero 
dalla teppaglia opportunamente aizzata così 
barbaramente linciati che furono asportati Loro 
persino brandelli di carne. Naturalmente i due 
ufficiali partigiani, eroi di quest’altra bella pa¬ 
gina della storia d’Italia, sono ora membri in¬ 
fluenti de P. C. di Schio. 

Nell’Ospedale civile di Schio, dove si trovava¬ 
no ricoverati, venivano uccisi verso la metà di 
maggio il Capitano della G.N.R. BUCCIANI ed 
il brigadiere PRESSANTO Mario. La voce pub¬ 
blica accusa autore di questo crimine un certo 
Spena, venditore ambulante di frutta, zoppo 
dalla gamba destra, che menava vanto di aver 
ucciso 70 fascisti. 

Nel campo di proprietà di tale Gavasso Fran¬ 
cesco a Magri di Schio veniva ucciso dai par¬ 
tigiani — fra i qual si presume fosse un certo 
Lana Sergio — uno sconosciuto, probabilmente 
siciliano. La salma venne fatta sparire — per 
ordine dell’ex sindaco Baron Domenico — dal 
proprietario del fondo che non desiderava avere 
morti nella sua proprietà. 

Sempre a Schio il giorno 29-4-1945 veniva 
prelevato nella sua casa il pensionato delle FF. 
SS., invalido di guerra, CELESTI Sebastiano fu 
Corrado nato a Busceni (Siracusa) il 3-1-1899. 
Fu portato con altri due, nella località detta 
«Valletta dei Frati» nei pressi di Schio, ed ivi 
tutti, dopo essere stati a lungo ferocemente tor¬ 
turati, vennero fucilati. 

LA STRAGE 

NELLE CARCERI DI SCHIO 

Rappresenta uno fra i più spaventosi episodi 
che caratterizzano la follia sanguinaria che ac¬ 
compagnò e seguì la cosidetta « liberazione » nel¬ 
la primavera del 1945. 

Nelle carceri di Schio il 7 luglio del 1945 pe¬ 
netravano senza trovare resistenza da parte del 
personale addetto alla custodia numerosi armati 
che, prelevato senza alcuna discriminazione tra 
i detenuti politici un numeroso gruppo di per 
sone, fra cui molte imprigionate in modo 
assolutamente arbitrario, senza che vi fosse a 
loro carico alcun capo di accusa, ne facevano nel 
carcere stesso bestiale e sommaria eliminazione, 
massacrandoli con una ferocia tale che la mente 

f continua a pag. 48 



















45 




(SANGUE SUL. LAGO) 

L a storia di quanto accadde il 25 aprile ì}ella provincia 
di Como, ritenuta la più calma e la più tranquilla 
d'Italia, racchiude tutta la gamma delle atrocità . 
delle ruberie, delle sevizie, dei delitti che insanguinarono 
le tragiche giornate di sangue della primavera del 1945. 

Dall'assassinio di Benito Mussolini alla fucilazione di 
Ministri, di Generali, di ufficiali e soldati di tutte le armi. 
fino ai delitti perpetrati nei confronti di donne e di inno¬ 
centi, colpevoli solo di avere visto in faccia gli assassini 
o di avere qualche gioiello in un cassetto, tutta la casi¬ 
stica di quanto di più obbrobrioso poteva essere fatto 
è compresa nei fatti accaduti a Como, nei "giorni fausti 
della Liberazione". Il destino ha voluto che Como, la 
ricca e serena provincia, potesse vantare, fra i tanti 
primati belli e nobili, anche questo sconcertante primato : 
quello di rappresentarci mia sintesi tragica. 

Ma non parleremo di Lui, della Sua fine nè delle vi¬ 
cende annesse e connesse ai fatti di Dongo. Ad altri que¬ 
sto compito. 

Noi parleremo degli "altri", dei gregari, dei fedeli e 
diremo cosa soffrirono e come morirono. 

Perchè tanti morirono: troppi. E il "merito" di tanti 
morti va attribuito per il 90 % ai "fieri partigiani" della 
52 a Divisione Garibaldina, quelli dell'oro di Dongo, quelli 
dei massacri che seguirono Dongo, quelli che sfilarono 
il 1° maggio del 1945 per Como recando alla testa un 
cartello dove, modestamente, si poteva leggere : ”52* Ga¬ 
ribaldina : 20 morti, 30 feriti, 70 seviziati"... dimenti¬ 
cando che il ruolino della Divisione, nei momenti di 
massimo affollamento dei quadri non aveva mai regi¬ 
strato più di venticinque nomi in tutto... 

Responsabile primo, alle dirette dipendenze del diri¬ 
gente regionale politico del Partito Comunista: Pietro 
Vergavi, "Fabio" fu ” Guglielmo", vale a dire il federale 
comunista di Como, Dante Gorreri. 

Era lui che dava gli ordini di tutte le soppressioni, e 
da lui dipendevano due organi: uno informativo-politico 
e uno esecutivo. Del primo facevano parte Michele Mo¬ 
retti ("Pietro Gatti") e Dionisio Gambaruto ("Nicola"), 
e l'altro era affidato a "Nado", il fantomatico e miste¬ 
rioso "Nodo" e al "Lince" (Dino Cassinelli). 

Moretti e Nicola procedevano agli arresti e agli inter¬ 
rogatori : in di il Gorreri stabiliva chi dovesse essere 
"eliminato", e passava l'ordine agli esecutori. 

Oggi sappiamo, per ammissione degli stessi comunisti, 
quanto segue: appena "liberata" Como, alcuni nomi di 
partigiani vennero cancellati dai ruolini della 52* Gari¬ 
baldina. Questi partigiani si trasferirono quindi in una 
casa presso Binago, che divenne la loro base. Essi erano : 
Colombini, detto "Pelat" per le chiazze di capelli man¬ 
canti, Aggio Enrico detto "Rico", Enni Andrea detto 
"Andrea", Mangivi Sandro detto "Sandro", Raserò Gio¬ 
vanni detto "Mitra", Maestrello Antonio detto "Mario". 
(A questa squadra aggiungiamo i nomi di Maurizio 
Bernasconi, di Dino Cassinelli e dei fratelli Negri, sicu¬ 
ramente componenti di una seconda squadra di esecutori 
che agiva a villa Tornaghi e nel centro lago). 

Questi gentiluomini disponevano di due macchine nere 
— ima 1.500 e una Aprilia — 
e di un Fiat 626. 

Su quel camion si presenta¬ 
vano in via Borgo vico e pre¬ 
levavano, liste alla mano, le 
vittime predestinate. 

Il camion era guidato da un 
maresciallo della polizia stra¬ 
dale: un genovese, certo Co¬ 
sta. 

Comandante della squadra, 
il "Nado": al secolo Dino Pa¬ 
squali, bolognese, ingegnere, 
già impiegato presso le Fer¬ 
rovie dello Stato. 

Avevano sistemato il coman¬ 
do in un albergo nel centro di 
Como: al "Posta", in via Ga¬ 
ribaldi. Un caseggiato segna¬ 
to col numero 1 di via Borgo- 
vico era stato attrezzato qua¬ 
le base operativa e carcere 
principale, mentre la Villa Tor¬ 
naghi in via Bellinzona funge¬ 
va da carcere sussidiario. In¬ 
fine il caffè Rebecchi rappre¬ 
sentava il circolo ricreativo dei 
partigiani e nel contempo a- 
dempiva alle funzioni di depo¬ 
sito dell'abbondante refurtiva 
frutto delle rapine che questi 
paladini della democrazia, tan¬ 
to per non perdere l'abitudine, 
commettevano ogni notte. 

Via Borgovico e Villa Tor¬ 
naghi: le anticamere del Piz¬ 
zo, il preludio di una morte 
che molte volte doveva arri¬ 
vare come una liberazione l'u¬ 
nica, vera liberazione, per tan¬ 
ti poveri esseri pesti e sfigu¬ 
rati da mille, inaudite torture. 

L'attività della 52* fu fre¬ 
netica. Completamente esauto— 

(continua) 


Il generale Zingales, che condusse l’inchiesta sui fatti di Dongo, inchiesta oggi 
insabbiata dal governo sotto la pressione del ricatto comunista. 


Cadorna e Walter Audisio fotografati dinanzi alle famose « Corone del Negus », presentate come prova della 
onestà partigiana, e rivelatesi poi volgari copie in metallo privo di valore. 

















46 


rato "Pedro” (Bellini delle Stelle) che Vave¬ 
va comandata nel periodo clandestino e che, 
non essendo affatto comunista, non dava affi¬ 
damento, Viniziativa passò nelle mani di ele¬ 
menti scelti fra la più autentica teppaglia 
rossa. 

E incominciò la strage. Gli arresti avve¬ 
nivano, come sempre, o su delazione o per 
iniziativa personale. 

Solitamente la prima tappa era il "Posta": 
lì imperavano "Pietro Gatti” (Michele Moret¬ 
ti) e ”Nicola” (Dionisio Gambaruto). 

Al ”Posta”, alla accoglienza a suon di le¬ 
gnate, seguiva l'interrogatorio e la spoglia¬ 
zione di ogni avere: figura di primo piano, ol¬ 
tre i citati ”Pietro” e ”Nicola” era anche un 
certo ”Aldo” (Erminio Gianatta) abitante a 
Como, in via Milano. 

Al Posta avveniva il primo smistamento: 
ben pochi venivano diretti in Questura. La 
maggior parte, finivano in Borgovico. 

Solo alcuni vennero trucidati al "Posta” e 
fra questi l'avv. Sopranzi, di Temi, arrestato 
alla mensa dell'Albergo 8 empiane. fi povero 
avvocato, un giovane fisicamente minorato, 
non uscì più vivo dalValbergo, 

Quanti sono passati per via Borgovico f 

Si può rispoixdere solo per approssimazione: 
circa 250-300 dei quali solo un 20 per cento 
è uscito vivo. 

Degli altri si sa che uscivano per andare al 


macello o, per usare il linguaggio degli aguz¬ 
zini, ”in Svizzera senza scarpe”. 

Ma quello era Vepilogo: il calvario inco¬ 
minciava in cantina. * 

”Su le mani! mettetevi contro U muro!” e 
nelle stanze gremite di prigionieri entrava 
Maurizio Bernasconi e la sua banda di Cer- 
nobbio: Valli, Della Mano, Ignazio Molteni e 
altri. Con i calci dei mitra giù mazzate sulle 
teste: i visi si fracassavano contro il muro e 
allora, una volta a terra, li pestavano con i 
tacchi degli scarponi: Maurizio Bernasconi: 
una notte al Pizzo portò quattordici uomini 
della Brigata Nera Fiorentina ”Manganiello”. 
Con lui erano anche Molteni e Della Mano che, 
in un momento di resipiscenza, davanti al ma¬ 
cello che si stava perpetrando, si rifiutarono 
di sparare e allora li ammazzò tutti lui con 
il suo ",Sten”... 

"Affacciatevi alla finestra: uno alla vol¬ 
ta!”: li piegavano sul davanzale e poi, con 
gambe di sedie, ra'ndellate a non finire fin¬ 
ché non si scoprivano le ossa della testa. 

Ma questo è ancora { oco: sentite cosa rac¬ 
conta un superstite: "il 19 maggio ci fecero 
salire su per le scale, in una ventina, fino in 
cima. Poi uno alla volta dovevamo scendere e 
passare per i ballatoi. Lì erano schierati par¬ 
tigiani venuti anche dalValto lago. Fu una va¬ 
langa di pug?ii, calci , randellate. Uno dei più 
feroci era 'Tigre'. Questo ci picchiava sul 


viso col calcio della pistola, e i denti salta¬ 
vano via...”. 

"Tigre”: Aggio Enrico di Salvatore, nato 
a Vercana di Domaso il 24 ottobre 1924. 

Dopo 24 ore di permanenza, i prigionieri di¬ 
ventavano tanti mascheroni irriconoscibili. Ma 
non bastava. Entravano ancora Natale e Na¬ 
poleone Negri, Angelo Vecchietto ”Angiullo”, 
Attilio Quarniolo, Adolfo Fentà, ”Nico”, "An¬ 
drea”, ”Nado”, e, dieci volte assassino, "Mi¬ 
tra”, al secolo Rosero Giovanni, nato a Bu¬ 
giano di Sorico. Tutte le notti, a turno, pugni 
e randellate. 

"Su, ridi, ridi, per Dio o ti sparo in bocca”: 
i superstiti se lo ricorderanno per tutta la vi¬ 
ta, il Colombini, un biondo dell'alto lago, con 
larghe chiazze di capelli mancanti sulla nu¬ 
ca. Introduceva la canna del mitra fra le lab¬ 
bra tumefatte di quei moribondi e aspettava 
urlando che una smorfia dolorosa gli desse a- 
gio di passare alla seconda parte della tra¬ 
gica farsa: ”Comet Ridif Hai ancora il co¬ 
raggio di ridere f Tieni, carile da sapone!” e 
giù... finché non svenivano. 

Lo stesso accadeva nella succursale di Villa 
Tomaghi, dove faceva il bello e cattivo tempo 
il ”capitano” Lince (Dino Cassinelli ), la cui 
impresa più rinomata fu il furto di quaranta- 
mila metri di stoffa che portò alla scoperta di 
tutta una serie di rapine e che gli fruttò 25 
anni di galera. Con lui agivano i fratelli Maz¬ 
zoleni e una certa Amalia Rebecchi amante di 


Maurizio Bernasconi, e proprietaria del bar 
già citato. 

Intanto il massacro era in atto. 

Fra i primi a morire furono i coniugi Corti, 
Carlo e Angela, insieme alla commessa del 
lord negozio Ines Santambrogio. Vennero pre¬ 
levati da Maurizio Bernasconi e Napoleone 
Negri il 5 maggio. 1 Corti erano fascisti, ma 
soprattutto avevano uìta pasticceria ben for¬ 
nita di liquori e dolci che finirono regolar¬ 
mente nei locali del surricordato caffè Re¬ 
becchi. I Corti finirono assassiìiati in Val Fre¬ 
sca, sotto San Fermo, e li furono trovati VS 
maggio. 

Sempre VS maggio, al quadrivio della Cap- 
pelletta presso Bernate, si fermò un camion 
Fiat 626. A bordo 5 partigiani e sette prigio¬ 
nieri. Un contadino che si stava avvicinalo 
alla zona fu allontanato sotto la minaccia 
delle armi. Nessuno, così, vide nulla. Ma i 
contadini che udirono le raffiche e accorsero 
sul posto, fecero in tempo a vedere il ca¬ 
mion che filava via e quei delinquenti sopra 
che cantavano a squarciagola. Sette cadaveri 
a terra. Gli assassini erano "Nculo" ”Rico” 
”Andrea” ”Mitra ” e il Maestrelli che il 28 mag¬ 
gio tornò nella zona a "far fuori” Ulisse Fi- 
gini di Lomazzo. Un'altra testimonianza sulle 
atrocità commesse dalla banda del "Nado” ci 
è dato dal racconto di un superstite , che tra¬ 
scriviamo. 


”Ero prigioniero da due giorni in via Bor¬ 
govico. Con me, più pestato di me, era un ca¬ 
posquadra della Milizia, un certo Villani. Nel¬ 
la notte fra il 10 e l'il maaaio fummo fatti 
uscire dalla cantina. Ci tolsero le scarpe e 
quanto ancora di qualche valore avevamo ad¬ 
dosso. Poi ci legarono le mani e ci fecero sa¬ 
lire su un camion. Davanti, viciìio all'autista, 
un partigiano alto e moro (sembra si tratti di 
"Nado” N.d.R.), con noi "Mitra”, "Andrea”. 
"Rico”. Villani mi disse che per noi era fini¬ 
ta, ma io non potevo crederci perchè-di me 
non sapevano nulla. Intanto il camion filava 
su per la varesina. Dopo Olgiate piegò a destra 
per una strada di campagna che con giunge 
la varesina con la statale proveniente da San 
Fermo. 

Ci fermammo in piena campagna e ci fe¬ 
cero scendere. Ppi, tutto avvenne come in un 
incubo. Villani era alla mia destra: poche pa¬ 
role fra gli assassini e "Mitra”, calmissimo, 
fulminò Villani con una raffica. Poi si rivol¬ 
se a me. Fu allora che ebbi Vistinto di ribel¬ 
larmi: 'perchè volete uccidermi? Non sapete 
neppure come mi chiamo! Informatevi alme¬ 
no...'. Il capo di quella banda mi urlò di ta¬ 
cere, ma io replicai nuovamente. Discutemmo 
ancora un po' alla luce a elida dei fari, vicino 
al cadavere di Villani. Poi decisero di ripor¬ 
tarmi al comando per sapere chi ero. Villani 
lo scaraventarono nel fossato accanto, e ri¬ 
partimmo... Non poterono imputarmi nulla :; E 
rosi mi sono salvato”. 

Nella tragica storia del 25 aprile, il nome 
del Maestrelli torna spesso. Infatti il 13 mag¬ 
gio. Maestri e Corbetta si recano al 67" fan¬ 
teria dove si era consegnato Mario Figini, di 
Camerlata, e lo portano in via Borgovico. Ma 
non sono loro ad assassinarlo. Ci pensa Mau¬ 
rizio Bernasconi al Pizzo, nella notte del 18 : 
la fine di Figini fu straziante. Quando si ac¬ 
corse che Bernasconi stava per tirargli la raf¬ 
fica si buttò in acqua. Era buio pesto. Berna¬ 
sconi allora, aiutato da altri salì su una barca 
e a lume di torce elettriche lo cercò a lungo: 

10 ritrovò aggrappato a una roccia a fior d'ac¬ 
qua: pochi colpi e Figini fu inghiottito dal- 
lago. 

Quella notte toccò anche a Mario Faletti, 
pure di Camerlata, arrestato VII maggio se¬ 
ra dai soliti Maestrello e Corbetta. La strada 
che lo portò alla morte fu la medesima: Bor- 
yoiHco, Moltrasio, Pizzo. 

14 maggio, ore 19 circa: due della "banda”, 
uno bioìido con barba -e uno piccolo bruno; 
si presentano in via Pessina al numero undicv. 
Cercano il capitano Alfredo Veronelli e, tro¬ 
vatolo, lo portano via. Di lui non si è più 
trovato nemmeno il cadavere, per cui solo 

11 Pizzo è in grado di dare una risposta 
a chi, ancora oggi, lo cerca. Ma altre pagine 
incalzano. 17 màggio 1945, in quell'ineffabile 
foglio che è il Popolo Comasco si leggeva 
icorpo 8, fra la cronaca dei farfarelli e gli 
spettacoli cinematografici) : "Ieri, fra Gaggi- 
no e Ronago, sono stati rinvenuti i cadaveri 
di una decina di persone. Data l'assenza di 
documenti, sono in corso le indagini per la 
identificazione”. Non ci voleva davvero molto: 
Erano Vittorio Mauri. Antonio Forni, Mario 
Melis, Elisa Nessi detta "Bettina”, Gatti, Vac- 
caro. Carabello, Penati, e Morini. Chi li ave¬ 
va arrestati ? Forni, Melis e la 'Bettina ' era¬ 
no stati prelevati a Maslianico dai fratelli 
Mazzoleni insieme al solito Bernasconi; gli 
altri non sappiamo, se si eccettua il Mauri. 

Quest'ultimo abitava a Camerlata: fu VII 
sera che in coso sua fecero irruzione il Mae¬ 
strelli e altri quattro manigoldi. Minacciarono 
con le armi alla gola la figlia del Mauri, Egx- 
dia, perchè dicesse dove era il padre, in quel 
momento fuori di casa. Poi lo cercarono per 
tutta la notte lo trovarono finalmente all'al¬ 
ba. Passando sotto la casa di Corbetta, il Mae¬ 
strelli gridò: "Abbiamo preso il merlo!”: al 
che quel suo degno compare, affacciatosi alla 
finestra, rispose sghignazzando: ”Portatelo al 
macello, chè faremo fuori anche lui". 

E al macello li portarono tutti. Quanti era¬ 
no gli esecutori, quella mattina, fra Gaggina 
e Ronago f Maestrelli lo sa con assoluta sicu¬ 
rezza: fu lui infatti che tornò presso il cu¬ 
mulo di cadaveri sul quale si levava Vittorio 
Mauri, ferito solo leggermente; fu lui che al¬ 
lontanò brutalmente una donna del posto che 
lo supplicava di risparmiare almeno quel po¬ 
veretto: fu lui, che gli tirò a freddo una re¬ 
volverata alla testa e una alla gola... Vittorio 
Mauri lasciava quattro figli, e Mario Melis 
sette. 

Ma il delitto che may.qigrme.ut e impvessiaiuL 
Vopinione pubblica è quello che falciò l'esi¬ 
stenza dell'avvocato Achille Cetti , vice pode¬ 
stà di Como, e della sua sposa Noemi Cetti, 

Già il giorno 17 maggio i partigiani si era¬ 
no messi alla ricerca ilelVavv. Cetti. In casa 



Rodolfo Graziasti, prigioniero degli angloamericani in Tunisia, fotografato da giornalisti alleati. 

























47 



Il gruppo degli ufficiali del 2° R.A.U., pochi giorni prima della uccisione in massa, avvenuta al 

Santuario di Graglia. 


non c'era e allora si recarono presso l'abita¬ 
zione di sua cognata, la sorella della signora 
Ceffi, Neanche lì lo trovarono ma, durante 
la rituale "perquisizione" da essi effettuata, 
vennero osservati a lungo dalla moglie dél- 
Vavvacato, che alla perquisizione presenziava. 

Il più notato di tutti era stato il Colombini, 
la cui capigliatura bionda e chiazzata dava 
particolarmente nell'occhio. 

Il 18 sera tornarono in casa Cetti, e trova¬ 
rono l'avvocato. 

La scena del suo arresto si concluse con una 
frase che la signora pronunciò chiara e netta: 

"Trattate bene mio marito, perchè vi ho già 
visti e vi conosco...". 

Erano le 18 e tre quarti. Alle 21,30 torna¬ 
rono, ad ogni bvfoyi conto, e prelevarono an¬ 
che la signora Cetti: così come si trovava, ve¬ 
stita da casa. Poi non si seppe più nulla; se 
non che era stata portata via con la stessa 
" Aprilia" nera sulla quale era stato fatto sa¬ 
lire il marito e che nell'intervallo dalle 18,45 
alle 21,30 la povera signora aveva fatto in 
tempo a correre dalVavv. Rebuschini di Como, 
al quale aveva raccontato l'accaduto, e a tele¬ 
fonare alla sorella alla quale aveva detto 
"...Uno di loro l'ho visto in casa tua". 

Trascorsero giorni di disperata ricerca: do¬ 
ve li avevano portati ? Si seppe che l'avvocato 
era stato condotto dapprima in via Borgovico, 
quindi alle scuole di via Perti, adattate a car¬ 
cere. e, subito dopo, via anche di lì. Le tracce 
si perdevano a questo punto... Fu identificato 
a stento nel cadavere irriconoscibile di un uo¬ 
mo trovato alla salita della Madruzza sfigu¬ 
rato da una raffica di almeno venti colpi sca¬ 
ricatagli interamente in pieno viso. Gli ave¬ 
vano portato via tutto, anche le scarpe. Dopo 
il rinvenimento dell'avvocato, Vatroce dubbio 
che la sua sposa avesse fatto la stessa fine 
divenne certezza. Infatti la riconobbero nella 
fotografia del cadavere di una donna trovata 
assassinata la notte del 18 maggio in località 
" Bersagliere". presso Cantù: sembrava invec¬ 
chiata di vant'anni, col viso stravolto dal 
terrore. 

Non ci volle molto a ricostruire il duplice 
misfatto: si accertò che l'avvocato era stato 
assassinato non appena portato via dalle 
scuole di via Perti: fu VAprilia nera a por¬ 
tarlo fino alla Madruzza. La sua morte av¬ 
venne verso le ore 20,30. Ma quei sudici delin¬ 
quenti che Vavevano massacrato non erano 
tranquilli. Evidentemente la fraée della signora 
Cetti risuonava implacabile nelle loro orec¬ 
chie e allora pensarono bene di ”farla tacere" 
per sempre, e tornarono indietro a prendere • 
anche lei. 

Col passare degli anni si venne a sapere 
che comandava la spedizione "Nado", che gui¬ 
dava il Maestrelli, e che sparò anche il TTo- 
lombini. Si seppe che la denuncia era partita 
dai fratelli Negri per vendetta personale, si 
sa infine che, tornati dall'aver compiuto il 
delitto, il Colombini e il Maestrelli avevano get¬ 
tato sul tavolo del Comando di via Borgovico 
‘ il portafogli dell'avvocato ucciso. 

Ma a Como il "25 aprile" durò a lungo. Si 
era a metà giugno e continuava a durare... 

Ancora a Camerlata: lì abitava la famiglia 
di un giovane di 17 anni: Giuseppe Ferraro¬ 
ni, già in servizio presso la Questura repub¬ 
blicana di Como. 

Ferraroni, obbediente al bando dei C.L.N., 
consegnò le sue armi e se stesso al luogo 
di raccolta, e finì in via Borgovico. 

La sua fu una sorte strana: bastonato, mal¬ 
trattato, non lo fecero tuttavia fuori. Lo adi¬ 
birono alla cucina, gli fecero fare l'atteyidente 
al "Pierino" ( Dell'Era) e, pochi giorni dopo 
l’arresto , sua madre se lo vide arrivare a 
casa, scortato da un partigiano, in una specie 
di permesso. 

Una sera sua madre gli chiese decisamente 
delle notizie: "Non mi domandare nulla — 
rispose — se parlo mi fanno fuori". 

Un'altra volta la sorella lo interrogò per 
sapere di un loro amico, pure diciassettenne e 
della Polizia, Enrico Bizzanelli, sparito dalla 
circolazione il 1° maggio e che si sapeva finito 
nelle maledette cantine di via Borgovico. Giu¬ 
seppe Ferraroni scoppiò a piangere: "Non 
chiedermi più di quello lì" disse , guardando 
timoroso il partigiano che quella sera lo scor¬ 
tava: "Bizzanelli — fece allora quello, rispon¬ 
dendo alla muta domanda — chi èt quello 
che ho picchiato ieri sera?" — "Si" — rispose 
Ferraroni, e tutto finì in un gelido silenzio. - 
Il partigiano era "Tigre" (U già citato Enrico 
Aggio) e di Bizzanelli non si seppe più nulla. 

Si sa solo che fu arrestato, insieme con altri 
nove suoi camerati, in una costruzione all'ini¬ 
zio della via per San Fermo, e che i resti dei 
suoi camerati : Melandrone, Ferrari, Berini. 
Ceccarelli. Banchieri , Colzani, Carego, Bian¬ 


chi e Fontana, assassinati fra Gera e Grave- 
dona, sono oggi sepolti nel cimitero di Gera. 

Ferraroni continuò così ad andare a casa 
il sabato per tutto il mese di maggio. Ogni 
volta aveva in tasca un biglietto di permesso 
firmato dal "comandante Pierino". 

Si arrivò così al 13 giugno: Giuseppe Fer¬ 
raroni tornò a casa annunaiaìido che era libero. 

16 sera : quando la madre di Ferraroni ne 
parla, guarda la porta che dà sul ballatoio, 
come se temesse di sentir ancora i passi di 
Maestrelli... 

"Entrò dentro di colpo, e ci guardò un mo¬ 
mento in silenzio. Noi eravamo tutti seduti 
intorno al tavolo. Poi si rivolse al mio ra¬ 
gazzo e fece: Giuseppe, vieni con me, siamo 
venuti per ucciderti". Mi sembrò che tutto si 
oscurasse e trovai la forza di reagire. Allora 
Maestrelli cambiò tono : "Ma no, scherzavo, 
abbiamo bisogno di lui per un confronto. 
Fra due ore lo riporto a casa io. Dai. Giu¬ 
seppe, sbrigati". Se lo portò via mentre io 
cercavo qualcosa da mettermi indosso per se¬ 
guirli. Feci in tempo solo a vedere che lo cari¬ 
cavano in bicicletta e si allontanavano giù per 
la Napoleona, verso Como" 

Non tornò più a casa. Giuseppe Ferraroni. 



Lo ritrovarono, il giorno dopo, in Valfresca, 
orribilmente seviziato: e aveva una pallottola 
nella testa e una nel cuore. 

Quanti ancora gli assassinati nel comasco? 
Centinaia. Ma l'elenco resterà per sempre in¬ 
compiuto. Possiamo ricordare per ora Mom¬ 
bretti e Gregori, assassinati vigliaccamente 
in un corridoio della caserma dei caràfiinieti 
di Erba, il Colonnello Mereu. seviziato nel 
giardino di Villa Tornaghi e poi trucidato al 
Pizzo, il Sindacalista Bottella e il giovane To¬ 
maini "fatti fuori" presso Gravedona e an¬ 
cora: il Colonnello Sallusti, condannato a 
morte da un pseudo tribunale militare. E 
l'elenco continua : a Beverate il padre del cor¬ 
ridore ciclista Tino Ausenda, a Merate il sot¬ 
tufficiale della G.N.R. Annibaie Radaelli, a 
Brivio il Maresciallo dei Carabinieri, a Rova- 
gnate il maresciallo della G.N.R. Ciceri, a 
Cantù il Capitano delle SS italiane Gallina 
mentre il 28 aprile dall’ospedale del paese ve¬ 
niva prelevato il Tenente Luigi Ippolito, sem¬ 
pre delle SS - italiane, che, portato a Meda 
veniva lì bestialmente trucidato. A Brienno 
veniva assassinato il S. Ten. della G.N.R. Lu¬ 
ciano Marzi e a Carenate il S. Ten. delle S_S 
italiane Gherardo Lemuth. 

Ma un altro , tragico assassinio in massa 
doveva insanguinare la provincia di Como : 
catturati mentre tentavano di aprirsi il varco 
verso la Valtellina, di fronte alla minaccia 
di vedere massacrati i loro legionari, volon¬ 
tariamente e superbamente si offrirono in olo¬ 
causto i sedici ufficiali, e sottufficiali del 
Btg. "Perugia" della G.N.R. Chiunque si sa¬ 
rebbe tolto il cappello davanti a simile gesto. 
Ma i partigiani di Lecco non erano in grado 
di capire certi atti sublimi. E li trucidarono 
tutti e sedici nel campo sportivo. 

Morirono quattro alla volta abbracciandosi 
e gridando "Viva l'Italia!". 

Anche a Como risuonò quel grido, la mat¬ 
tina del 23 maggio, nel piazzale antistante il 
Monumento ai Caduti. Lì, dopo una burletta 
di processo, davanti a un tribunale militare 
riconosciuto poi illegale dalla Cassazione, ven¬ 
nero fucilati Lorenzo Pozzoli^ decorato, com¬ 
battente appartenente ad una famiglia che 
alla Patria aveva già dato cinque compo¬ 
nenti, questore di Como della R.8.I., Dome¬ 
nico Saletta, commissario di P. S. e gli agenti 
Guido Borghi e Antonio Giussani. 

Pozzoli fu fino all'ultimo fedéle a se stesso. 
Fece coraggio ai suoi uomini, li sostenne con la 
grande forza del suo grande cuore. E quando 
furono giunti in vista del lago, là davanti al 
Monumento, dove alla presenza di una folla 
muta si era già schierato il plotone di esecu¬ 
zione, si sedette tranquillamente a cavalcioni 
della sedia e con la testa alta, le mani appog¬ 
giate sui fianchi attese la raffica. Fischiarono 
rabbiose le pallottole sui bersagli viventi, ma 
più alto delle detonazioni salì il grido di fede 
che Pozzoli, Saletta, Borghi e Giussani lan¬ 
ciarono al cielo. 

Quel grido è rimasto : vibra ancora nell'uria. 
Raccogliamolo noi, per tutti loro eh* sono 
Caduti. 































4» 

quasi si rifiuta di ammettere in esseri umani. 
Nell’orrendo eccidio persero la vita 56 persone 
ed altre quattro moriremo successivamente per 
le molteplici ferite riportate. 

Fra gli assassinati figura il prof. ARLOTTA 
Michele, chirurgo nell'Ospedale di Schio. Egli 
era stato arbitrariamente arrestato il 21 maggio: 
la sua attività precedente era stata tanto pri¬ 
va di ogni colore politico e dedita solo all'esple¬ 
tamento della sua missione, che gli stessi parti¬ 
giani avevano affidato a lui i loro feriti senza 
alcun controllo della sua opera. 

Egli venne arrestato all'Ospedale, al suo po¬ 
sto di lavoro. 

Sembra sia successivamente risultato che nel¬ 
lo stesso giorno avrebbe dovuto essere arrestato 
anche il segretario d'amministrazione, ma che 
persona autorevole del locale C.L.N., si sia 
opposta alla cattura di quest'ultimo, addu- 
cendo la scusa della consegna della con¬ 
tabilità. La scarcerazione del prof. Arlotta, 
nulla essendo risultato a suo carico, avrebbe 
dovuto avvenire parecchi giorni prima dell’ecci¬ 
dio, ma l’ordine relativo restò chiuso nel cas¬ 
setto di una scrivania. Nella popolazione di 
Schio è ancor vivo il rimpianto per l’opera illu¬ 
minata ed umanitaria compiuta per 12 anni, 
con assoluto disinteresse e grande perizia dal 
prof. Arlotta. 

Ricordiamo trucidati con lui nel medesimo ef¬ 
ferato massacro: ROSSI Leonetto, appartenente 
alla milizia stradale, decorato di medaglia d'ar¬ 
gento e di bronzo al V. M., guadagnate a bordo- 
dei C. T. « Corazziere ». DAL SANTO Antonio 
fu Pietro cap. magg. della G.N.R., CECCATO 
Livio di Luigi, nato a Schio il 27-8-1907, briga¬ 
diere della G.N.R. al Comando Provinciale di 
Vicenza, ed il milite ventenne della Polizia stra¬ 
dale BICCI trucidato, senza alcuna imputazione, 
dopo 67 giorni di detenzione nelle carceri. Ci 
scrive la sua mamma: «la mattina del 7 luglio» 
andai a portargli da mangiare e lo trovai cri¬ 
vellato di colpi di mitra ». 

Il padre di Bicci, BICCI Guido, milite delle 
B. N risulta disperso in località imprecisata,, 
tra Vicenza e Vittorio Veneto, sempre nei gior¬ 
ni successivi alla cosiddetta «liberazione». 

Ecco i nomi di altri trucidati: PENNA Gio¬ 
vanni civile, TANTI Luigi, commerciante, TOM- 
MASI Sante, capitano degli Alpini, MARCHIA- 
RO dott. Darino, tenente. PONZO Zito, com¬ 
merciante, SLIVAR Antonio, capo ufficio SEL¬ 
LA ANTONIO, dottore, VESCOVI dott. Giulio, 
oodestà di Schio, TRENTIN Francesco, civile, 
ZINZOLINI Oddone, civile, GAVANI Silvio, bri¬ 
gadiere B.N., DE MUNARI Arturo, brigadiere, 
BETONI Umberto, alpino, FAGGIAN Mari 0, 
nneraio PERAZZOLO Alfredo, operaio, FAR¬ 
DELLO Luigi, brigadiere G.NR., MANTOVANI 
ra^ Roberto, civile mutilato, RIZZOLI avv. 
Ruggero, maggiore. PLELANI Mario, capitano, 
CALVI Ettore, operaio, FADIN Settimio capi¬ 
tano, LAVTSE Oddone, perito edile, LAVISE 
ANGELA, sorella del precedente, LAVISE Bion¬ 
dina, ausiliaria, sorella dei precedenti, SANDO- 
NA’ Carlo, barbiere, TADIELLO Carl °v5* Te ' 
nente, MIAZZON rag. Egidio, ZIGLIOTTO rag. 
Giulio, podestà del Comune di S. Vito, BAI Gio¬ 
vanni, commerciante, PAZZOLO Giuseppe, 
ROSSI, FISTAROLO Giuseppe, maggiore, STE¬ 
FANI Giuseppe, podestà di Velo d’Astrico, FAS- 
SON Severino, milite della G.N.R. MIGNANI G. 
Battista, civile, DE LAI Francesco, civile, DAL 
COLLO Mario, civile, PANCRAZIO Giovannina, 
DAL CUCCO Giovanna, BERNARDI Quinta, 
BERNARDI Anita, sorella della precedente, BO- 
NERA Stella Elisa, RINOCCHIA Giselda, TI- 
SATO Rosa, FRANCHIN Fernanda, OMEDIO 
Teresina, ALCARO Ubaldina, BALDI Irma, 
DALDOSSO Emma, MAGNABOSCO Lidia. 

AL CONFINE ORIENTALE 

Nella Venezia Giulia e nelVIstria siamo dolo¬ 
rosamente certi che, se tutta la verità si po¬ 
tesse sapere — e forse non si saprà mai per 
intero — sui tremendi massacri di Italiani che 
vennero compiuti in queste regioni dove, per il 
ben noto e feroce odio degli slavi contro tutto 
ciò che è italiano, fu doppiamente criminosa 
l’azione di chi si mise ai servizio di tali stra¬ 
nieri contro i propri connazionali, siamo dunque 
dolosamente certi che, se si potesse dare un 
quadro esatto di tutto quanto è avvenuto in que¬ 
ste disgraviate regioni, non ci sarebbe italiano, 
ancor degiK di questo nome, che non freme- 


Vera Roll, una «soubrette» colpevole di aver recitato per la “«P^bUca ^Sociale, venne anche 
lei sottoposta ai soliti oltraggi da parte dei coraggiosissimi assalitori di donne dell aprile 1945. 


rebbe d’orrore. Ma difficile è avere notizie e 
dati che riguardano quelle regioni ormai in 
gran parte avulse dal corpo dolorante della Pa¬ 
tria. Preghiamo dunque particolarmente chi ne 
fosse in grado di non mancare di fornircele 
perchè il sacrificio di tanti e tanti nostri fra¬ 
telli non debba rimanere sconosciuto, perchè 
non sia detto che chi ne occultò nelle tombe i 
corpi martoriati sia riuscito anche a cancellar¬ 
ne i nomi, a distruggerne il ricordo che deve 
invece per il nostro popolo rappresentare il 
certo pegno di un sicuro riscatto. 

VALENTE Guido, agente di Pubblica Sicu¬ 
rezza, veniva catturato a Fiume, ove prestava 
servizio, il 5-5-1945, dalle orde di Tito ed in se¬ 
guito a verdetto del tribunale del popolo jugo¬ 
slavo veniva fucilato il 13-6-1945 e gettato in 
una delle tante foibfe. 

A Pola venne prelevato il sergente della X 
Mas NOCCI Carlo, nato ad Abbadia San Sal¬ 
vatore il 2-7-1920. Condotto a Sebenico venne 
fucilato il 17-5-1945 insieme a numerosi suoi 
commilitoni. 

Magg. ALFANO Antonino fu Basilio, nato il 
5-5-1893 appartenente al 2. Regg. M.D.T. pre¬ 
levato a Pìrano (Istria) dalla Guardia del Po¬ 
polo di quel O.F. su istigazione di alcuni ìndi- 
vidui di S. Canciano d’Isonzo milite ZORZETTI 
Romano di Pierìs, appartenente al 1. Regg. 
M.D.T. I Comp. prelevato ad opera dei comitati 
filoslavi nel maggio 1945 e successivamente 
scomparso; Brig. CAVAZZINI, ex carabiniere, 
appartenente al 1. Regg. MJD.T. I Comp., cat¬ 
turato ad opera dei comitati filoslavi nel mag¬ 
gio 1945 a Ronchi dei Legionari. Inviato alle 
carceri di Monfalcone, scomparve nella notte del 


20-5-1945; milite CRASNIG da S. Canciano d’I- 
sonzo, appartenente al 1. Regg. M.D.T. preleva¬ 
to a Villa Decani (Pola) dal Comitato O. F. 
nel maggio 1945; Tenente D’ACERNO Federico, 
arrestato dalla Guardia Popolare O.F. di Mon¬ 
falcone, scompariva dalle carceri di detta loca¬ 
lità ..nella notte del 20-5-1945; capitano BAMBI 
Aldo da Pergine (Trento), appartenente al 1. 
Regg. M.D.T., 2. Btg., 6. Comp., venne arre¬ 
stato insieme al cap. ARCERI, pure apparte¬ 
nente al 1. Regg. M.D.T., 2. Btg., 6. Comp., dal 
Comitato O.F. di Pieris (Trieste). Trasportati a 
Monfalcone furono deportati, verso gli ultimi di 
maggio, in Jugoslavia; Brig. DE CICCO, appar¬ 
tenente al 1. Regg. M.D.T., 2. Btg., plotone co¬ 
mando. Arrestato dall’O.F. di Pieris e tradotto a 
Monfalcone, scomparve con i capitani su men¬ 
zionati. Pare sia stato visto più tardi a Vipacco, 
dalle cui carceri venne prelevato di notte, nè si 
ebbero più notizie; carabiniere AUGHER Luigi, 
residente a Milano, appartenente al 1. Regg. 
M.D.T., 2. Btg., arrestato daH'O.F. di Monfal¬ 
cone, e deportato per ignota destinazione; Brig. 
SAFFA Carmine, classe 1887, appartenente al 
1. Reg. M.D.T., 4. Comp., arrestato a Pieris dal- 
l’O.F. e trasportato a Monfalcone nella ex ca¬ 
serma dei carabinieri. Scomparve la notte del 
20-5-1945; Milite PUCCI Vasco da Massa Ma- 
, rittima, appartenente al 1. Regg. M.D.T., 4. 
Comp., scomparso da Monfalcone nei primi del 
maggio 1945; Brig. AFLISIO, calabrese, 1. Regg. 
MD.T., 4. Comp., arrestato dal Comitato O.F. 
di S. Canciano d’Isonzo (Trieste) e tradotto 
in Istria. Sembra sia stato fucilato dopo atroci 
sevizie. 

Ausiliaria BENAGCLIA Lucinda, appartenente 























4i> 


alla P.L.A.C., d’anni 22, arrestata dall’O.F. di 
Villaraspa (Trieste) e tradotta nella ex caser¬ 
ma dei carabinieri di Monfalcone, seviziata. 
Scomparve il 20-5-1945. 

MANRUTTO Nella, dattilografa alla Comp. 
di Ponte Pieris (Trieste), arrestata dal Comi¬ 
tato OF. di Pieris e tradotta a Trieste. Rila¬ 
sciata dai comandi slavi di questa città venne 
arrestata una seconda volta su ordine dell'O.F. 
di Pieris e portata a Monfalcone, donde scom¬ 
parve nella notte del 20-5-1945. » 

SPANGHERO Ermanno fu Antonio, nato a 
Turriaco CTrieste) il 30-3-1887, cassiere presso il 
CJELD.A. di Monfalcone. Arrestato dal Comitato 
del Fronte di Liberazione di Turriaco (Trieste) 
Tl-5-1945, il 7 dello stesso mese fu trasportato 
a Monfalcone. scomparve la notte del 20-5 1945. 
Era stato negli ultimi tempi podestà di Turriaco. 

ROSSI Angelo di Pieris, prelevato dall’O.F 
di Pieris nei primi del maggio 1945 e trasportato 
a Monfalcone. Da questa località scomparve 
nella notte del 20-5-1945 insieme ad altre 80 
persone che non diedero più notizie di sè. 

TOSSUT Claudio di Mansueto, classe 1925, 
appartenente al I Battaglione Bersaglieri, mu¬ 
tilato di guerra, ucciso in prigionia a Borow- 
nica (Jugoslavia) il 9 settembre 1945. 

MOLINAR Ettore di Pietro, classe 1924, al¬ 
lievo ufficiale, ucciso a Cervignano del Friuli 
verso la fine dell'aprile 1945. La salma si tro¬ 
va in luogo sconosciuto. Apparteneva al I Bat¬ 
taglione Bersaglieri di stanza in Slovenia. Era 
studente universitario e risiedeva in Aosta. 

GUAITA Zenone Candido, classe 1924, allievo 
ufficiale, studente universitario, appartenente 
al I Battaglione Bersaglieri, ucciso a Cervi¬ 
gnano del Friuli verso la fine dell’aprile 1945. 
La sama si trova in luogo sconosciuto. Appar¬ 
tenente al Distretto di Aosta. 

LA STRAGE DI RECOARO... 

Troppo nota per essere nuovamente narrata, 
diamo qui appresso alcuni nominativi delle per¬ 
sone che furono trucidate a Recoaro Terme. 

Colonnello MAESTRINI Angelo da Scartino 
(Grosseto). 

Maggiore VIAGGI Emanuele da Catania. 

Cap. medico GIULIANI Alfonso da Napoli. 
Tenente MEOZZi Aldo da Albarese (Gros¬ 
seto) . 

Allievo Uff. PASQUALI Pierino da Veggiano 
(Padova). 

Capitano FASANO. 

Milite NADAL. 

Caporal maggiore STEFANINI da Gavorana 
(Grosseto) attendente del Colonnello Maestrini. 

Ampie deposizioni dell’accaduto furono rese 
presso la Questura di Vicenza nel giugno 1945 
da alcuni familiari dei Caduti che si trovavano 
a Recoaro, ma in quel tempo era questore di 
Vicenza il dott. Luigi Follieri, ex partigiano, il 
quale non faceva nulla per agevolare le inda¬ 
gini, anzi spesso e volentieri fu di intralcio al 
cap. Baker comandante la polizia alleata di 
Vicenza che si interessò delle indagini. 

Il 15 ottobre 1945 il Follieri fu ucciso in un 
incidente automobilistico mentre con il capi¬ 
tano Baker si recava a Recoaro. Per desiderio 
di quest’ultimo, cominciarono seriamente le in¬ 
dagini per le stragi che avevano reso tristemen¬ 
te famosa la zona. t 

Il giorno dei Morti mentre la vedova del Mag¬ 
gior Viaggio si trovava a pregare sulla tomba 
del marito nel cimitero di Recoaro (il magg. 
Viaggio fu ucciso in Recoaro mettendo in scena 
un tentativo di fuga, e non con gli altri sulle 
pendici del monte Civilina), fu minacciata dal 
partigiano « Tempesta » (Dino Gaspari della 
contrada Calisarda assieme a «Barba». La 
stessa sera il « Tempesta » si vantava con un 
gruppo di amici di questa sua azione e di a- 
verle detto in viso «Sono proprio io che ho uc- 
cuso tuo marito! ». 

Questa forse fu solo una vanteria ma le mi¬ 
nacce con i mitra puntati furono fatte per 
molto tempo contro i familiari delle vittime 
anche per ordine del capo «Marco» (Giuseppe 
D’Ambros). 

Nel mese di settembre 1945 nella prigione 
«Caserma Chinotti» di Vicenza il cap. Baker 
effettuò dei confronti tra il cap. Benso e il 
partigiano Mario Zanella da S. Quirico di Val- 
dagno e le vedove del Magg. Viaggio, del Co- 
lonn. Maestrini e del Cap. Magg. Stefanini. 
Le uniche parole di conforto queste ultime le 
ebbero dal Cap. Baker, uno straniero! 


Tutti documenti relativi alla strage sino al 
15 novembre 1945 si trovavano nelle mani del 
questore di Vicenza comm. Langella che su¬ 
bentrò nella carica dopo la morte del questore 
Follieri. L’incartamento era raccolto in una 
cartella rossa e su quell’incartamento spiccava 
una fotografia di quattro o cinque persone, rac¬ 
colte in gruppo su una sfondo di campagna 
invernale, in abiti borghesi alquanto trascurati. 
Di chi era quella fotografia? 

Quando il D’Ambros capo dei partigiani di 
Recoaro venne arrestato dal Cap. Baker per le 
prove emerse a suo carico, il questore Follieri 
gli lasciò ampia libertà nei locali della que¬ 
stura. Fu trasferito alle carceri solo quando la 
signora Viaggio incontrandolo in un corridoio 
protestò vivacemente. 

Un giorno la madre dell’all. uff. Pasquali Pie¬ 
rino giunse a piedi a Vicenza da Recoaro dove 
si trovava e andò alle carceri per vedere il 
D’Ambros, con in cuore un filo di speranza, e 
gli si gettò ai piedi con il viso inondato di la¬ 
crime gridando : «Dimmi dov’è mio figlio! ». Era 
un ragazzo di 19 anni l’ultimo dì tre fratelli. I 
due maggiori si trovavano prigionieri in Africa 
e in India. 

Ma la strage del 21 maggio 1945 nella quale 
persero la vita quelle diciotto persone non è 
la sola di cui sono responsabili «Marco» e i 
suoi. Nella primavera del 1944 rapirono ed uc¬ 
cisero il locale segretario del Fascio MALTAU- 
RO Arturo e Io seppellirono sulle pendici del 
Monte Civilina; nell’ottobre successivo uccisero 
il suo successore PICCOLI Attilio, il 1' mag¬ 
gio 1945 l’ing BAROSIO e il figlio ventenne di 
cui si sono scoperte le salme denudate e sevi¬ 
ziate alla Fonte Lelia, senza ricordare i soprusi 
e le violenze subite dalle donne, per cui una 
di queste fu ricoverata al Tubercolosario in con¬ 
seguenza dei colpi ricevuti. 

Ma quanto successe a Recoaro non è tutto 
qui. Altri episodi altrettanto sanguinari e vio¬ 
lenti esistono. 

Nel piccolo paese veneto di Grantorto alla 
fine d’aprile 1945 transitarono truppe tedesche 
e italiane che si ritiravano di fronte all’avan¬ 
zata alleata. Appena le ultime retroguardie ab¬ 
bandonarono il Paese le forze partigiane si im¬ 
possessarono di Grantorto e assediarono la ca¬ 
serma delle Brigate Nere uccidendo il coman¬ 
dante BOSCOLO e la maggior parte dei suoi 
uomini. Altri vennero fatti prigionieri. Fin qui 
un fatto d'arme. Ma quello che ne seguì, la 
sorte toccata al milite sardo ATZENI e al pa¬ 
dovano DI LEO, fu uno degli episodi più tra¬ 
gici della guerra civile. 

La notte tra il 25 e il 26 aprile il Di Leo e 
l’Atzeni vennero prelevati da un gruppo di 
italioti e legati dorso contro dorso vennero tra¬ 
scinati sulle rive del Brenta e bastonati a san¬ 
gue. Nella sabbia della riva fu scavata una buca 
e i due? vennero interrati. Solo le loro teste 
affioravano dal suolo. E su quelle teste alcuni 
criminali si esercitarono al tiro a segno tra 
sghignazzate e insulti atroci. Le urla dei due 
disgraziati non ebbero altro effetto che quello 
di divertire i loro carnefici. Poi gli spasimi dei 


due ormai moribondi vennero coperti da palate 
di terra con le quali si ricoprirono le loro teste. 

Poi il Brenta si ingrossò, rimosse la sabbia 
e restituì alla luce i due volti deformati. I cani 
randagi banchettarono quel giorno con i miseri 
resti e brandelli di carne umana vennero dis¬ 
seminati lungo la riva dalle bestie fameliche. 
Poi gli «eroi» tornarono e cosparso quello che 
rimaneva dei due cadaveri di benzina vi ap¬ 
piccarono il fuoco. 

Così molti anni or sono usavano disfarsi dei 
loro nemici le tribù più retrograde d’Africa, 
così hanno massacrato i loro fratelli gli eroici 
italioti della Primavera di Sangue. 

...E QUELLA DI ODERZO 
(TREVISO) 

Il 30 aprile 1945, strage in cui caddero 55 mi¬ 
liti di una compagnia del Batt.ne «Bologna» 
della G.N.R. Nello stesso giorno venivano fuci¬ 
lati ad Oderzo, sul Ponte della Priula, i 117 al¬ 
lievi ufficiali della G.NR. del collegio Brando¬ 
lini. I 55 militi erano tutti bolognesi o della 
provincia e furono, una volta caduti in mano 
dei partigiani, non solo spogliati di ogni loro 
avere, ma fatti segno a percosse e ad ogni ge¬ 
nere di insulti. Erano fra loro uomini maturi, 
padri di famiglia, combattenti di più guerre, 
ma nella grande maggioranza erano giovani di¬ 
ciottenni, giovanissimi appena sedicenni. Se di¬ 
verse erano le età, uguale fu però la fermezza 
di fronte alla morte, uguale l’impeto con cui 
tutti risposero « No » alla proposta — e dob¬ 
biamo oggi chiederci se sincera — di aver salva 
la vita, se avessero rinnegato la loro fede. Ma 
ancora un'altra proposta, abietta nella sua ri¬ 
posta perfidia, venne formulata da chi non po¬ 
teva comprendere il clima spirituale in cui i 
55 condannati alle soglie della morte, vivevano 
l’ora più intensa della loro vita. Propose dun¬ 
que, chi ne aveva l’autorità, che tutti i 55 aves¬ 
sero salva la vita, se uno solo fra loro avesse 
rinnegato la sua fede. Si trovavano nel gruppo, 
come l’elenco documenta, padri con i propri 
figli, fratelli: forse, nella speranza di salvare 
la vita dei loro cari — vero, affiliati del colon¬ 
nello Bulow? — forse qualcuno avrebbe dato 
a voi modo di affermare che la paura era stata 
più forte della fede. Ma non potevano nell’ora 
suprema — pur nell’illusione di salvarli — i 
padri tradire i figli, i figli il padre, i fratelli 
i fratelli. Così solo uno sguardo passò fra i 55 
del Battaglione «Bologna» e, nel più assoluto 
dei silenzi, ciascuno sottascrisse la condanna. 
Poco dopo, sul Ponte di Priula, i padri strin¬ 
gendosi accanto i figli, i fratelli i fratelli, ca¬ 
devano, con un ultimo grido d’amore e di de¬ 
vozione per la Patria. 

Ecco i nomi dei 55 fucilati: 

CORTESI Carlo; CORTESI Giuseppe, padre 
del precedente; LORENZONI Fernando; LO- 
RENZONI Umberto, fratello del precedente; 
SARTI Adelmo; TRENTINI Secondo; MAZ¬ 
ZONI Ettore; FINI Araldo: PIZZIRANI Pietro. 

I continua 












tutti da Castel D’Argile; CALZA Riccardo da 
Castelmaggiore; PEDRINI Cesare; MELEGA 
Flavio; SASSATELLI Alessandro, tutti da San¬ 
t’Agata Bolognese; BARALDI Marino; GOVONI 
Giacomo, tutti e due da Pieve di Cento; FER¬ 
RARI Umberto; GALLI Giovanni, tutti e due 
da S. Giorgio di Piano; GHEDINI Mario da 
Medicina; MACCAFERRI Aldo da Pieve di Cen¬ 
to; BORGIA Martino da Vergato; FERNIONI 
Corrado; RODOLFI Benvenuto; NOTTOLINI An¬ 
tonio; NOTOLINI Giovanni, fratello del, pre¬ 
cedente; COTTONI Francesco; VECCHI Mario, 
tutti da Casalecchio di Reno; BOTTONELLI 
Vittorio da Molinella; MONARI Cesare; MO- 
NARI Giordano, figlio del precedente; MONARI 
Raffaele, fratello del precedente, tutti e tre da 
Sala Bolognese; ACCORSI Giuseppe da Creval- 
core; ROTTA Luigi; ROTTA Oliviero, fratello 
del precedente, tutti e due da Borgo Tossignano; 
BARBETTI Nello da Porretta Terme; MOR- 
GANI Mario da Castel Bolognese; Sabbioni Sil¬ 
vio; RUBINI Antonio, tutti e due da Sasso Mar¬ 
coni; BAGNI Ennio da Porretta Terme; GAL¬ 
LI ANI Aldo da Mezolara di Budrio; GAMBET¬ 
TI Tommaso da Imola; LENZI Primo da Gag¬ 
gio Montano; MELLONI Pio; TONELLI Luigi; 
BARTOLINI Italia; PIOLI Giacomo; TASSI¬ 
NARI Luigi; RABBI Agostino; CANELLI An¬ 
tonio; BANZI Angelo; SABBADINI Gilberto, 
tutti da Bologna; ATTI Giancarlo da Porto¬ 
maggiore; ADORNO Gaetano da Lavino di 
Mezzo; MERLO Antonio; BARBIERI Giuseppe, 
tutti e due da S. Pietro in Casale, 

Ai nomi dei trucidati ad Oderzo dobbiamo 
aggiungere quelli di BRINI Mentore e BRINI 
Giacomo di Cesenatico, appartenenti alla Bri¬ 
gata «Romagna», reparto Comando, prelevati 
la notte del 1“ maggio con altri 97 camerati, 
portati a Greve del Piave, trucidati e sepolti 
in una fossa comune da dove furono riesumati 
nel mese di gennaio 1946. 

Irriconoscibili, i 99 sventurati vennero sepolti 
parte nel cimitero di Colfusco (Conegliano) e 
parte in quello di Susegana (Conegliano). Pure 
ad Oderzo venne trucidato sulle rive del fiume 
e poi gettato nelle acque il 30 aprile 1945 il 
milite delle B. N. ZANUZZO Adolfo di Fran¬ 
cesco, nato ad Oderzo il 29 gennaio 1905. La 
salma, recuperata dopo lo giorni, è sepolta nel 
cimitero del paese. 

Il seguente episodio è avvenuto a Cento (Fer¬ 
rara) . 

Una povera vecchia quasi settantenne, Gam- 
berini Caterina, sposata Govoni, abitante col 
marito settantaduenne, Cesare, è stata vittima 
di una ignobile violenza da parte di due donne, 
madre e figlia, rispettivamente, di un noto co¬ 
munista del luogo. La Gamberini molto più vec¬ 
chia e debole di quanto i suoi anni comportino 
è fiaccata anzitempo dall’inconsolabile dolore di 
avere perduto, nel maggio del 1945, i suoi sette 
figli : Dino, Marino, Emo, Giuseppe, Augusto, 
Frimo e Ida, prelevati una sera tutti assieme 
dalla casa paterna da un gruppo di partigiani. 
Da quattro anni non fa che piangere e chie¬ 
dere inutilmente a coloro che una risposta po¬ 
trebbero darle: «Dove sono i miei figli?». La 
poveretta, che ha passato un dolore come dif¬ 
fìcile immaginare, dà naturalmente, con i suoi 
lamenti, fastidio a molta gente che preferireb¬ 
be. non avere spesso dinanzi agli occhi quella 
vivente testimonianza di un dramma atroce ed 
ingiusto. Mentre la Gamberini con alcuni suoi 
nipotini rientrava da Cento dove era stata a 
pregare la Madonna della Rocca, si imbatteva 
con certi Romano Cavicchi, Giuseppe Lanzoni 
e altri due individui. Il Lanzoni, comunista fa¬ 
natico, nel vedere la vecchietta prendeva a de¬ 
riderla e a rivolgerle frasi di questo genere : 

' vuole un buon cane da tartufi per trovare 
tuoi figli!». E: «I vili stanno bene sepolti!». 
/.! che la Gamberini, esasperata, rispondeva gri¬ 
dando sempre più forte: «Dove avete messo i 
r .iei figli? ». il Lanzoni non contento di avere 
r nnovato e deriso il dolore della povera madre, 
c 1 un certo momento chiamava la moglie Edra 
e la figlia incitandole contro la Gamberini. Le 
c’ue donne (giovani e robuste) rincorrevano al- 
ra la vecchietta e raggiuntala in Piazza di 
Pieve di Cento le sferravano alcuni pugni al 
v so abbattendola. Fortunatamente in difesa 
ci 11’aggredita, a terra sanguinante al naso, in¬ 
terveniva la nuora. Le due energumene, dopo 
la loro bravata si allontanavano velocemente. 
Galla triste sorte dei sette fratelli trucidati 
fquattro dei quali hanno lasciato moglie e figli 
e la Ida il marito e una figlia), sappiamo che 
solo due di essi, e precisamente Dino e Marino, 


erano fascisti mentre gli altri cinque non ave¬ 
vano mai avuto a che fare con la politica. 

E la catena di sangue continuava implaca¬ 
bilmente! 

A TORINO E NELLE PROVINCIE 
PIEMONTESI 

LEGORI Emilio di Giuseppe, nato il 7 lu¬ 
glio 1929 a Casalmorano (Cremona), studente, 
appartenente al Gruppo Carri « Leonessa » ven¬ 
ne ucciso a Torino nei pressi di Palazzo Reale 
il 27-4-1945 da partigiani che attaccarono la 
colonna che lo aveva prelevato all’ospedale ove 
trovavasi degente per ferite. Fu ritrovato in 
una fossa comune con altri 470 sconosciuti. Nel 
cimitero di Settimo Ticinese è sepolto LONOCE 
Giuseppe di Raffaele, classe 1902, falegname. 
Chiamato, su denunzia, dal CL.N. locale, non 
risultando nulla a suo carico, venne rilasciato. 
Ma ugualmente coloro che lo avevano denun¬ 
ziato, partigiani improvvisati, lo trucidarono 
alle ore 11,30 dell’11-5-1945. All’ospedale mili¬ 
tare di Torino decedeva per ferite riportate RIC¬ 
CIARELLI Vittorio di Martignano, classe 1926, 
appartenente al Battaglione « Bir el Gobi». 

La sera del 27 dicembre 1945 si presentavano 
in casa CAMITONI a Torino due individui, 
spacciandosi per agenti di polizia e chiedendo 
del figlio Enzo, già rilasciato, dopo un periodo 
di detenzione e maltrattamenti, perchè nulla 
era risultato a suo carico. Invitato a seguirli al 
vicino Commissariato, il 
giovane si avviava ac¬ 
compagnato dal padre, 
ma, appena giunto fuo¬ 
ri il portone, uno degli 
assassini gli esplodeva 
contro tre colpi di pi¬ 
stola freddandolo sotto 
gli occhi terrorizzati del 
padre. Alla madre, ac¬ 
corsa agii spari, si pre¬ 
sentò il tragico quadro 
del figlio riverso in una 
pozza di sangue. 

Nel cimitero di Tori¬ 
no fra centinaia di tom¬ 
be senza nome e nella 
quasi impossibilità di 
essere ormai identifica¬ 
ti, poiché la ferocia de¬ 
gli assassini, privando le 
sepolture di un qualsiasi 
segno di riconoscimento 
e distruggendo gli elen¬ 
chi dei nomi che in un 
primo tempo esistevano 
presso gli Uffici del Cimitero, ha voluto togliere 
al doloìre dei familiari anche il conforto di pre¬ 
gare sui miseri resti dei loro congiunti e di of¬ 
frir loro quei tributi di affetto che rappresen¬ 
tano nella storia dell’uomo uno dei più remoti 
ed universali segni di civiltà, nel Cimitero dun¬ 
que di Torino fra tanti e tanti « Sconosciuti » 
il dolorante amore di un padre, aiutato dalla 
pietà di chi ancora non ha rinunciato a consi¬ 
derarsi uomo tra tante belve, è riuscito ad iden¬ 
tificare, fianco a fianco con quelle di due com¬ 
militoni, la tomba del figlio, il sergente aspirante 
della 12. Comp. della « Monterosa » MAROJA 
Annunzio di Francesco, nato a Lugano il 18 ago¬ 
sto 1918. Il 25 aprile del ’45 dalle nevi del Mon- 
ginevro dove era a difesa di una ridotta d’avam¬ 
posto, ascoltando l’appello lanciato dal C. L. N. 
per l’Alta Italia, appoggiato dall’invocazione dei 
sacerdoti perchè non fosse sparso altro sangue 
fraterno, il Maroja discese a Torino e depose le 
armi. Trattenuto alla Caserma Cernaia, con la 
promessa prima della libertà e poi del campo 
di concentramento come prigioniero di guerra, 
il 3 maggio veniva prelevato con altri due ser¬ 
genti, tra cui un Silvestri da Venezia, a quanto 
sembra, da elementi della 13. Brigata « Garibal¬ 
di » e trucidato a raffiche di mitra. 

A CUNEO 

Il 2-5-1945 veniva fucilato a Saluzzo (Cuneo) 
insieme ad altri ufficiali, dopo essere stato som¬ 
mariamente giudicato e condannato a morte da 
un «tribunale del popolo» il tenente degli Al¬ 
pini della « Monterosa » ADAMI Adriamo, nato 
a Perugia 111-9-1921, dottore in legge. I suoi 
carnefici non poterono non ammirarne il co¬ 


raggio e acconsentirono a quella che fu la sua 
unica richiesta: essere fucilato al petto. Coman¬ 
dò da sè il plotone di esecuzione e cadde con 
un’ultima invocazione alITtalia. 

Il 28-4-1945 a Bra (Cuneo) in Villa Milano, 
in località Zizzola, veniva fucilato, insieme ad 
altre nove persone, il s. ten. della G. N. R. 
FERRATO G. Battista, di Chiappredo nato a 
Lucca il 23-6-1923. La famiglia ne ha riesumato 
la salma che è sepolta a Sanfronte. 

A Sommariva di Perno (Bra) veniva fucilato 
il 30-4-1945 il milite della 3* Leg. M.VBN. di 
Cuneo ARENA Francesco di Ferdinando, nato 
a Tripoli il 9-12-1926, che, profugo dalPAfrica, 
si era arruolato il 22-7-1943 nella M.VJS.N. 

Anche la famiglia del sergente FESTA Seba¬ 
stiano di Sebastiano, nato a Fioridia (Sira¬ 
cusa) il 9-8-1910, reduce dall'A.O.1. e della cam¬ 
pagna di Grecia, trucidato a Mondovi (Cuneo) 
nella «primavera di sangue» chiede, a chi 
fosse in grado di fornirle, ulteriori notizie sulla 
fine del congiunto. Indirizzare a rag. Giuseppe 
Moncada, piazza S. Giuseppe 7, Siracusa. 

A Saluzzo (Cuneo) veniva fucilato il 2-5-’45 
l’alpino della «Monterosa» LANZA Guglielmo 
di Cesare, nato a Savona l’8-ll-1921, studente. 
Uniche sue colpe il suo grande amore alla Pa¬ 
tria e l’attaccamento alla sua divisa di Alpino 
della quale non volle disfarsi. Insieme con lui 
vennero fucilati numerosi altri Alpini della 
«Monterosa» non ancora identificati. 

Fra i tanti atti di ardimento di cui va glorioso 
l’esercito partigiano, dobbiamo annoverare la 


morte del maggiore BERNABÈ Leone di Caval- 
lermaggiore, appartenente alla divisione « Lit¬ 
torio», assassinato nel novembre 1944, col clas¬ 
sico colpo alla schiena, in quel di Cuneo, senza 
per questo trascurare che, in quei giorni, erano 
pure caduti, vittime dell’odio bestiale di fra¬ 
telli degeneri, i fascisti repubblicani RAINA 
Amalio a Fossano, DEGIOVANNI Albertina a 
Robilante e DIEZ Salvatore nella zona di Sa¬ 
luzzo. Queste autentiche belve travestite da 
uomini e per i qua$ il patriottismo serviva solo 
da pretesto per compiere le loro rapine o sod¬ 
disfare la loro sete di sangue, sapevano bene 
che, a questi atti di viltà, per legge di guerra 
comune a tutti i paesi civili, si rispondeva con 
la rappresaglia, eppure non hanno esitato a far 
sacrificare degli innocenti alle loro paure e alla 
loro pellaccia, alla stessa guisa dei vari Benti- 
vegna, Calamandrei e soci primi responsabili 
delle Fosse Ardeatine di tragica memoria e at¬ 
tualmente cittadini onorati e decorati di questa 
Repubblica dove gli articoli « 16 » fanno da mi¬ 
nistri, gli avanzi di galera, non importa per 
quale crimine, fanno da senatori di diritto men¬ 
tre gli assassini di strada maestra siedono in 
Parlamento. 

Sempre a Cuneo, nei giorni che seguirono la 
liberazione, un sedicente tribunale straordina¬ 
rio di guerra ha giudicato, per direttissima 
(senza possibilità quindi di difesa o di appello) 
condannadoli alla pena capitale mediante fuci¬ 
lazione alla schiena e colle motivazioni più ba¬ 
lorde, le seguenti persone: 

BARALE Giovanni di Bartolomeo, residente 
a Cuneo, via Nizza 18. Imputazione: furto in 
qualità di partigiano contro formazioni par- 
tigiane. 

BARALE Maria di Bartolomeo, sorella dei 



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Bellini delle Stelle, un altro del grappo che catturò Mussolini a Dongo 






















51 


precedente. Imputata di spionaggio contro for¬ 
mazioni partigiane, istruzioni a spie e terrori¬ 
sti nemici. 

BRUNETTI Carlo fu Carlo, residente a Cu¬ 
neo, via Frat. Ramorino 8, imputato di appar¬ 
tenenza alla Brigata Nera « Lidonnici ». 

BORRATI Maria ved. Bongiovanni, residente 
a Cuneo, Largo Garibaldi 19, imputata di essere 
iscritta al Partito Fascista Repubblicano ed es¬ 
sere stata collaboratrice dell’Ufficio Assistenza 
dei Fasci Femminili. 

COLAMASSI Giuseppe di Luigi, residente a 
Poggibonsi, imputato di appartenenza alla Bri¬ 
gata Nera. 

CALVO Marco fu Giovanni, residente a San 
Vittore, imputato di denunzia di partigiani e 
di aver dato indicazioni su due magazzini di 
pertinenza partigiana. 

CHIAVAZZA Maria di Federico, residente a 
Cuneo, via Boves 5, imputata di spionaggio. 

CARLINO Antonietta di Vincenzo, residente 
a Torino, via Caboto 29, imputata di essere 
iscritta al Partito fascista repubblicano e di es¬ 
sere inquadrata nelle formazioni ausiliarie. 

CONTE Adelina, residente a Cuneo, imputata 
d’essere una ausiliaria e di aver collaborato 
col marito Vice Commissario Prefettizio di Cu¬ 
neo. Essa al momento della fucilazione, era in 
istato di avanzata gravidanza. 

CERA Teresa, residente a Cuneo, via Pascal 1, 
imputata d’appartenenza al P.F.R. 

CERA Luisa, sorella della precedente, stessa 
imputazione. 

DALMASSO Giuseppe di Sebastiano, residen¬ 
te a Cuneo, via Tettocavavllo 4. imputato di 
aver partecipato all’azione di Mollana del 5 
aprile 1945. 

DALMASSO Casimiro fu Bartolomeo, resi¬ 
dente a Cuneo, via Saluzzo 28, imputato di ap¬ 
parenza alla B. N. « Lidonnici 

FONTANA Arturo di Giovanni, residente a 
Fossano, via Sauro 28, imputato d’appartenenza 
in borghese alla G. N. R. 

FERRANTE Elia di Costantino, residente a 
Cuneo, via Ospedale 8, imputato di spionaggio 
a danno di formazioni partigiane. 

GIRA UDO Bianca di Carlo, residente a Bo¬ 
ves, piazza Vittorio 13, imputata d’aver parte¬ 
cipato alla cattura dell’ufficiale partigiano Fede 
ed alla mancata cattura dell’ufficiale Marco. 

GIOVANNINETTI Vittorio di Romolo, resi¬ 
dente a Mirandola, via Marsala 13, imputato 
d'aver diretto azioni di rastrellamento. 


GISMONDI Emilio fu Michele residente a 
Caraglio, viva Brofferio 22, imputato di spio¬ 
naggio. 

LAURENTI Antonio fu Luigi, residente a 
Cuneo, via S. Grandis 18, imputato d’essere 
fascista antemarcia, d'essere inscritto al PF.R. 
e d’aver partecipato attivamente alla politica 
fascista. 

MEINARDI Luigi di Andrea, residente a Cen- 
tallo, via Torino 12. imputato di appartenenza 
alla G. N. R. 

MARENGO Francesco di Giuseppe, residente 
a Centailo, via Marengo 12. imputato di spio¬ 
naggio. 

MUSSO Biagio fu Biagio, residente a Roc- 
cavione, via Cuneo 27, imputato di spionaggio 

MESCA GIURI Leonardo di Francesco, resi¬ 
dente a Monduno, imputato di appartenenza 
alla G. N. R. e d’aver fatto parte di plotone 
d’esecuzione. 

OLIVIERI Fanny fu Angelo, residente a 
Cuneo, via Chiusa Pesio 2, imputata d’iscri¬ 
zione al P.F.R. e di appartenenza a formazioni 
ausiliarie femminili. 

PELLEGRINO Giovanni di Giuseppe, resi¬ 
dente a Boves, via Parrocchia 4. imputato di 
spionaggio. 

TESSADA Giorgio fu Giovanni, residente a 
Cuneo, Ronchi, imputato di iscrizione al P.F.R 

TERRAMO Alfonso di Pietro, residente a Vi¬ 
cenza, via Vittorio Veneto 3, imputato di ap¬ 
partenenza alla Brigata Nera e di spionaggio. 

VITALE Luigi di Carmine, residente a Cu¬ 
neo, corso Nizza, imputato d'essere iscritto al P. 
F. R. e d’aver ricoperto posti di alta respon¬ 
sabilità. 

A MONDOVI 

Nell’eccidio di Mondovì vennero trucidati nel¬ 
la notte del 5 maggii 1945 il milite BONACCOR¬ 
SI Romano Marcello da Butignano (Grosseto) 
di anni 18, il milite BIANCHINI Giulio di Gino 
da Grosseto pure di anni 18. il ten. FARINA 
di Roma ed una ausiliaria di nome EMMA, non 
meglio identificata. 

I quattro fucilati, appartenenti alla forma¬ 
zione « Cacciatori delle Alpi », si trovavano al 
sopraggiungere della cosidetta « liberazione » di¬ 
staccati a Mondovì con altri 10 militi: erano 
quasi tutti sui 18 anni. Caduta la città in mano 
ai partigiani, essi erano ormai saliti tutti a 
bordo di un autocarro per .rientrare alla loro 
sede a Cuneo, quando un tenente partigiano li 


dissuase dall’intraprendere il viaggio assicuran¬ 
doli che se fossero rimasti, nessuno avrebbe fatto 
loro del male. Ridiscesi dall'autocarro, furono 
accompagnati come prigionieri in una vecchia 
torre del luogo e, dopo qualche giorno, furono 
trasferiti al carcere vero e proprio dove rima¬ 
sero 17 giorni. Il trattamento loro usato in quei 
diciassette giorni si può riassumere con queste 
parole: sevizie, percosse, cibo innaffiato con uri¬ 
na, spogliazioni. 

Era ormai imminente la loro partenza per 
Cuneo quando un altro tenente partigiano, rien¬ 
trato in quei giorni a Mondovì dalla montagna 
— la voce pubblica afferma trattarsi di tale 
Cesali — non ancora sazio per i tanti delitti 
già commessi, si recava in piena notte al car¬ 
cere con altri suoi accoliti e. di fronte al secon¬ 
dini, impotenti a reagire, apriva a caso la pri¬ 
ma cella, prelevava i quattro rinchiusi, li tra¬ 
sportava seminudi, perchè di quasi tutto erano 
stati spogliati, nella piazza di Mondovì e li 
assassinava con alcune raffiche di mitra da lui 
stesso sparate stando comodamente seduto nella 
sua auto. 

Gli altri dieci prigionieri furono poi salvati 
dal sopraggiungere delle truppe di occupazione. 
Prima che il piombo fraterno troncasse le loro 
giovani vite, il Bianchini ebbe la forza di get¬ 
tare per tre volte in faccia ai suoi carnefici il 
grido della sua fede: «Viva l’Italia ! ». Le salme 
furono lasciate sulla piazza sino al mattino ed 
anche delle povere quattro tombe che successi¬ 
vamente le accolsero vennero strappate le rozze 
croci di legno che la superstite pietà di qualche 
buono aveva posto. 

Sempre secondo la voce pubblica, il Cesali 
avrebbe lasciato da tempo l’Italia per la Fran¬ 
cia: forse gli scottava sotto i piedi il suolo 
patrio dove aveva versato tanto innocente san¬ 
gue fraterno. 

IN PROVINCIA DI ASTI 

Ecco la narrazione dell’eccidio avvenuto a 
Vallunga a qualche chilometro da Piea d’Asti di 
dodici Alpini della Div. « Monterasa ». Nella not¬ 
te tra il 24 e 25 aprile 1945, ventidue Alpini, 
che prestavano servizio al Comando del 2* Rgt. 
di stanza a Lanzo Torinese, partirono da Lanzo 
con la speranza di trovare qualche mezzo per 
raggiungere Milano, essendo tutti lombardi. 
Giunti a Torino, trovando ormai tutte le vie 
bloccate e teatro di continue sparatorie, si rifu- 

f continua 
















52 

giarono in un caseggiato dove trascorsero parte 
del giorno e la notte in cantina. All’alba del 26, 
individui armati, probabilmente avvertiti da 
qualche inquilino, si presentarono a prelevare 
gli alpini, cinque dei quali riuscivano a fuggire 
mentre gli altri diciassette venivano catturati e 
condotti con un camion a Piea d’Asti dove ven¬ 
nero rinchiusi in un locale e lasciati per tre 
giorni senza alcun alimento. Nel pomeriggio del 
29, uomini armati, con la scusa dell’interroga¬ 
torio, vennero a prelevare i primi quattro ' Al¬ 
pini che, scalzi, furono condotti in una valle, 
chiamata appunto Vailunga e, sull’orlo di una 
fossa, furono finiti a colpi di mitra. Venne poi il 
turno di altri quattro e poi di altri quattro an¬ 
cora finché, sopraggiunta la sera, venne riman¬ 
data all’indomani l’esecuzione dei cinque rima¬ 
sti. Ma questi, intuita la fine toccata ai loro 
camerati, per mezzo di qualche buona donna, 
mandarono a chiamare il sacerdote che potè 
salvar loro la vita. 

Solo al ritorno di questi scampati dal campo 
di Coltano le famiglie degli uccisi vennero a 
conoscenza della triste sorte toccata ai loro Cari. 

Ecco le generalità dei dodici Alpini trucidati 
in Vailunga : GHIONI Virginio di Guido, nato 
a Cormano (Milano) il 23-11-1925, sergente, 
ELENA Paolo di Angelo, abitante a Mademo 
sul Garda (Brescia) ; FIACCARDI Paride di 
Francesco, abitante a Bondeno di Gonzaga (Mo¬ 
dena) ; SARTI Luigi, residente a Venegano In¬ 
feriore (Varese); FIORENDI Angelo, residente 
a Stezzano (Bergamo) ; MORLINI Andrea, resi¬ 
dente a Endine Piangaiano (Bergamo), sergente 
PRADERIO Franco residente a Vinago di Mo- 
rungo (Varese), FALETTI Donato, abitante a 
Corna d’Arfo (Brescia), FERRARI Oreste, resi¬ 
dente a Castagnino di Castelverde; sergente T&I- 
LESI Domenico, abitante a Tremosine (Bre¬ 
scia) ; TANFOGLIO Giorgio, abitante a Magno 
Gardone (Brescia) ; TOGNAZZI Attilio, abitante 
a Botticino Serra (Brescia). 

IN PROVINCIA DI NOVARA... 

Ad Arona (Novara) veniva prelevato il 24-5-’45 
THIELLA Renato, nato ad Arona il 2-19-1919, 
impiegato civile. Nononostante che lo stesso C. L. 
N. locale abbia testificato che non esistevano 
denunce a suo carico, il giorno successivo venne 
trucidato. La salma fu ritrovata da familiari 
dopo ventidue giorni di ricerche, alla Cascina 
Bindelina. 

Catturati dai partigiani della Brigata « Moro » 
sei appartenenti alla Legione « E. Muti » Com¬ 
pagnia presidiarla di stanza a Novara, mentre 
altri quattro loro camerati venivano trovati uc¬ 
cisi, dieci militi erano diretti al mulino sito tra 
Romagnano e Caltignaga. Intavolate trattative 
per lo scambio dei militi con altrettanti parti¬ 
giani catturati, il giorno 24 aprile i partigiani 
venivano restituiti, ma i militi non ritornavano. 



Il col, Carallo com.te in II la Divisione F.M. 
della X Mas, ucciso dai titini durante la bat¬ 
taglia per Gorizia, 


Interrogato il sacerdote che aveva condotto le 
trattative e che risponde al nome di don Tito 
Santamaria di Caltignaga di Novara si ebbe la 
risposta che i mìliti erano stati fucilati, ma non 
si potè conoscere nè il luogo dell’esecuzione nè 
quello della sepoltura. 

Tra i militi uccisi si trovano VIEL Luigi e 
MORIUNDO Sereno fu Giovanni, nato a Biella 
il 27-9-1921. Ora le Mamme dei fucilati pregano 
chiunque possa dare qualche indicazione sul luo¬ 
go di sepoltura dei loro figlioli di ascoltare que¬ 
sto loro grido di dolore, supplicano di dare al¬ 
meno loro il supremo conforto di ricomporre 
le salme dei loro Scomparsi, di poter pregare 
sulla Loro tomba. Indirizzare le eventuali noti¬ 
zie a Moriundo Marcellina, via S. Faustino 1, 
Milano. 

Nel cimitero di Pinerolo riposa la salma del 
S. Ten. di Vascello in SPJE. PESCARMONA 
Luciano di Alberto, nato a Pinerolo ITI maggio 
1922, appartenente al Btg. « Scirè » della X Mas. 
catturato il 30 marzo 1945 mentre su un camion 
di fortuna rientrava a casa per una breve licen¬ 
za, dalla banda della « Pizio Creta». Il giorno 
dopo venne trucidato e sepolto nudo, senza alcun 
conforto religioso, a Agrate Conturbia (Novara). 

A Malpaga, Comune di Lizzano (Novara) ve¬ 
niva fucilato BRIVIO Giuseppe fu Alessandro 
di anni 47, appartenente alle B. N. «Alfieri» 
di Pavia. Con lui venne fucilato il nipote MA¬ 
DAMA Ubaldo di Alcide, di anni 15, studente. 


che si trovava casualmente presso lo zio perchè 
sinistrato e sfollato da Milano. Vennero prele¬ 
vati nell’abitazione dello zio in Robbio Lomel- 
lina (Pavia) a quanto risulterebbe da appar¬ 
tenenti alle bande di Moscatelli. 

A Fara Novarese, il 16 marzo 1945, venne cat¬ 
turato, con alcuni suoi militi, il S. Ten. della 
G. N: R. BASTIANELLI Raniero di Angelo, 
nato a Foligno 1T-8-1924. Il 25 aprile, sempre a 
Fara Novarese, egli veniva trucidato. 

Prelevato da Cremona, dove fu visto il 2 no¬ 
vembre 1945, sarebbe stato ucciso successivamen¬ 
te ad Intra (Novara) il caposquadra della G. N. 

R. DE CRISTO Domenico fu Antonio, nato a 
Castellammare del Golfo (Trapani) il 9 maggio 
1892. La famiglia, residente a Bagnocavallo (Ra¬ 
venna), piazza della Libertà 1, sarebbe grata a 
chi potesse darle più precise notizie. 

In altre località del Piemonte Stampa Sera, 
nel numero del 3 dicembre u. s., dava notizia 
della riesumazione avvenuta nel cimitero di Mo¬ 
rano Po (Casale) della salma del colonnello to¬ 
rinese CASANOVA Carlo, ucciso la sera del 14 
maggio 1945 nei pressi di Morano Po. La salma 
era stata rinvenuta ed identificata nell’ottobre 
del 1948. 

Risulta disperso con altri due colleghi tra il 
5 ed il 6 maggio il nocchiere all. uff. TANFANI 
Alberto di Ezio, nato a Montecatini Terme il 
7-9-1921, appartenente al Comando Operativo 
Marina della X Mas-Genova. Il Tanfani partì, 
con i due colleghi e con un lasciapassare del 
parroco, dal paese di Strambino Romano (Ao¬ 
sta) il 6-5-1945 e da allora non si seppe più 
nulla di lui. I familiari, residenti a Montecatini 
Terme, viale Boselli 4, sarebbero grati a chi 
facesse pervenire loro qualche precisa notizia 
sulla sorte del loro congiunto. 

A Nichelino è sepolto il milite della 40;i B. N. 
«V. Ricciarelli» GASTALDI Agostino fu Ago¬ 
stino, prelevato, seviziato, trucidato 1T-5-1945 e 
gettato poi in una fossa comune donde fu fatto 
isolare dalla moglie. 

...£ DI ALESSANDRIA 

Nel cimitero di Castellazzo Bormida (Alessan¬ 
dria) è stata da poco tempo ritrovata la salma 
di FERRARI Carlo fu Nicola, milite della G. N. 
R. Si trovava gettata con quelle di altri due 
sventurati, di cui si ignorano i nomi, in una 
fossa comune. 

Il Ferrari fu visto dalla moglie, prima di ve¬ 
nire ucciso, a Castellazzo Bormida, ridotto in 
condizioni pietose per le percosse ricevute. 

Un duplice omicidio a cui manca ogni . ele¬ 
mento per potersi definire politico, che ha gran¬ 
demente impressionato l’opinione pubblica e di 
cui si è ampiamente occupato in data 10 dicem¬ 
bre 1948 il giornale Popolo Nuovo è quello av¬ 
venuto ad Ovada (Alessandria) il 9-5-1945. In 
detto giorno, alle ore 19, in corso della Libertà, 
venivano uccisi il prof. PERNIGOTTI Carlo ed 
il di lui figlio ventiseienne Attilio. I Pernigotti, 
proprietari di cotonifici nell’Ovadese, si erano 
recati al Comando-piazza perchè in quei giorni 
era stata loro sequestrata una ingente partita 
di stoffa. Appena usciti dai suddetti uffici, fu¬ 
rono trucidati da raffiche di mitra sparate da 
alcuni individui mascherati. Poco prima dell’ec¬ 
cidio in una villa del Pernigotti, sita in regione 
Lercaro, era stato consumato un furto per l’am¬ 
montare di oltre dieci milioni. L’autorità giu¬ 
diziaria spiccò mandato di cattura arrestando 
tali Marengo Carlo, di anni 22, Barigione Mau¬ 
rilio di anni 21, Cavanna Giuseppe di anni 21, 
tutti da Ovada, mentre tale Ferraudo Giacomo 
di anni 24, pure implicato nel delitto, si è reso 
latitante. 

Scrive a questo proposito il Popolo Nuovo 
sempre in data 10 dicembre 1948: «Sembra che 
per conto degli arrestati e di altri individui ade¬ 
renti ai partiti di sinistra, nei quali ricoprono 
cariche, siano stati effettuati dei passi presso le 
rispettive Direzioni politiche centrali: l’altro ieri 
sono state notate in Ovada personalità del par¬ 
tito comunista, fra le quali pare sia stato rico¬ 
nosciuto il sen. Terracini al quale si pone sen¬ 
z’altro la candidatura per la presidenza del col- 
legig di difesa degli imputati ». 

Di un altro fosco delitto di cui fu unico e bas¬ 
so movente la rapina, mentre invano gli assas¬ 
sini oggi si sforzano di dare alla loro gesta uh 
colore politico, si occupa sempre Popolo Nuovo 
nel suo numero del 2 dicembre 1948. Riteniamo 
di poter derogare una volta tanto, dal princi¬ 
pio da noi osservato di non esporre se non epl- 














53 


sodi avvenuti dopo la cosidetta « liberazione » 
°; comunque, dopo la cessazione delle ostilità, 
sia per l’essere il truce assassinio avvenuto in 
epoca di assai poco precedente, sia perchè, es¬ 
sendosi le armi omicide rivolte contro un vec¬ 
chio sacerdote paralitico ed un’anziana signora, 
esso presenta gli stessi caratteri di viltà e di 
ferocia che caratterizzano i massacri della « pri¬ 
mavera di sangue». A Buttigliera di Asti, nella 
notte dal 2 al 3 aprile 1945, quattro armajti pe¬ 
netrarono nella parrocchia e richiesero a don 
Luigi SOLARO, parroco di Buttigliera, parali¬ 
tico, ed alla signora Francesca BOSELLI, vedova 
Money, che, sfollata da Torino, aveva avuta 
ospitalità in parrocchia, di versare loro imme¬ 
diatamente, per non avere noie, la somma di 
100.000 lire. Essendosi il sacerdote rifiutato al 
versamento, i quattro si diedero a perquisire la 
casa, requisendo titoli, argenteria, preziosi, ecc., 
per un valore ingente : prima di andarsene, ucci¬ 
sero con il classico colpo alla nuca il parroco e la 
sua ospite. Sono stati arrestati Maggiorino Ge¬ 
nero detto Rebus, Felice Andriano, Francesco 
Olivieri ed altri ex partigiani della zona impu¬ 
tati il primo di aver organizzato e gli altri di 
aver concorso nella soppressione del parroco e 
della signora. Il Genero si difende affermando 
di aver compiuto un delitto politico in quanto 
« don Luigi era fascista arrabbiato come lo 
era la Boselli». «Non gli riuscirà tanto facile 
— scrive il Popolo Nuovo — dimostrare che an¬ 
che i asoldi e i titoli rubati erano f ascisti ». 

A VERCELLI 

Il fatto più tragico e più impressionante av¬ 
venne neirintemo dell’Ospedale Psichiatrico di 
Vercelli all’alba del 14 maggio 1945, allorquando 
l’on. Moranino, Remo Colombo (Attila), e pare 
anche il loro degno compare «Spartano», sep¬ 
pero che il giorno seguente l’autorità alleata 
avrebbe assunto il comando della Piazza e con¬ 
seguentemente sarebbe venuto a cessare il loro 
compito di beccai. Bisognava quindi rapidamente 
chiudere in «bellezza» la sanguinosa attività. 

Nel campo sportivo di Novara, caduti nelle 
mani dell’attuale senatore Moscatelli, erano sta¬ 
ti rinchiusi un centinaio di ex appartenenti a 
formazioni militari fasciste del vercellese. Una 
colonna motorizzata della « 182 » brigata gari¬ 
baldina partì per Novara allo scopo di prele¬ 
vare per « competenza » tutti i detenuti e « farli 
fuori». Moscatelli tergiversò sui nomi dei ge¬ 
rarchi, perchè desiderava imbastire nei loro 
confronti un grandioso... processo, ed ebbe un 
concitatissimo colloquio telefonico con l’on. Mo¬ 
ranino; ma per non disgustare i compagni par¬ 
tigiani che si erano recati da lui, consegnò 75 
giovani già seviziati (in maggioranza apparte¬ 
nenti alle « Fiamme Bianche » dell’Opera Ba¬ 
lilla) e tenne per sè i maggiori esponenti dell'ex 
fascismo vercellese. I 75 prelevati furono tra¬ 
sportati a Vercelli, tra insulti percosse e nuove 
sevizie. 

Rinchiusi nell’ospedale psichiatrico, la peg¬ 
giore feccia del partigianesimo locale, divise du¬ 
rante la notte in gruppetti di sei o sette gli in¬ 
felici e senza processo alcuno, e contestazione 
di sorta, li eliminò con sistemi talmente barbari 
da sollevare raccapriccio e dolore in tutta la 
popolazione quando apprese il massacro. 

I condannati furono, in parte, schiacciati sotto 
le ruote di pesanti autocarri messi in moto h 
guisa di rulli compressori, altri impalati sulle 
canne delle armi da fuoco, ed altri ammazzati 
r piattonate sulla testa. Don Manzo, cappellano 
dell’ospedale, accorso per portare l’estremo con¬ 
forto ai moribondi, fu cacciato ignominiosa- 
mente ed alle suore che volevano portare aiuto 
p chi invocava pietà fu proibito intervenire pe¬ 
na la morte. 

Cinquantuno esalarono l’ultimo respiro tra 
?troci sofferenze; 24, gravemente feriti, scampa¬ 
rono alla carneficina. Solo undici salme venne¬ 
ro più tardi recuperate a Lavizza te (a tre chi¬ 
lometri dall’ospedale psichiatrico). Erano tutte 
deformate dalle ruote degli automezzi ed ave¬ 
vano tutte la spina dorsale spezzata. 

Fra i maggiori responsabili di tanta barbarie, 
c tre ai già nominati risultarono essere tali Ni¬ 
no Casolaro, Nino Baltaro, Ogo Anseimo, Cava- 
g.laro di Vercelli ed una trentina di giannizzeri 
p ù o meno noti e dai precedenti penali molto 
discutibili. 

« Spartano », che all’epoca era comandante 
la locale polizia partigiana, dopo assidue « pre¬ 
mure e attenzioni», sposò la ricca ereditiera di 
un industriale risiero, Rina Viazzo, detenuta per¬ 
chè comandante delle Ausiliarie della R.S.I. 


A Muzzano il 3-5-1945 vennero uccisi: 

Ausiliaria signora GIRARDI NICOLETTI Ita¬ 
la da Levico (Trento); Ausiliaria sconosciuta 
(di Aosta?); un ufficiale superiore medico tede¬ 
sco; 2 soldati della R.S.I. 

Di queste uccisioni la voce pubblica accusa 
quali responsabili : Gremmo Francesco (Scala- 
brino) di Occhieppo Superiore; Crosa Ercole 
(Ercole) ex sindaco comunista a Muzzano; Bodo 
Ada, staffetta partigiana, di Muzzano, impie¬ 
gata al Comune; geometra Lepora, segretario 
comunale; Nicolò Francesco di Muzzano; Nicolò 
Rosellina, di Muzzano (fraz. Costigliè), che sem¬ 
bra abbia orinato sui cadaveri. 

A Mongrando il 5-5-1945 vennero trucidati: 

Cap. magg. RENZI Luigi di Alberto: PICCIO¬ 
NI Rodolfo. 

Di questi omicidi la voce pubblica accusa: 
Lotti Riccio (Riccio) comandante il distacca¬ 
mento di Mongrando; Sandra Grida (Tappo) di 
Mongrando. 

Sulla nota strage all’ospedale psichiatrico di 
Vercelli, riportiamo lettura di uno degli undici 
sopravvissuti, senza alcun commento: 

« Ci trovavamo da tredici giorni prigionieri 
nel campo di Novara, arresici solo perchè il no¬ 
stro Comandante Colonnello Fracassa, dopo 
aspri combattimenti, saputa la caduta della 


R.S.I.,-,per evitare di mettere a repentaglio inu¬ 
tilmente la vita di altri giovani, accettò la resa 
che comprendeva fra le clausole oltre che l’ono¬ 
re delle armi, la vita salva a tutti. 

Senonchè ancora prima del giorno 12, furono 
effettuati altri due prelevamenti. I primi per lo 
più ufficiali, e tra questi il Tenente Cecora, fu¬ 
rono portati a Vallemossa e lì uccisi, i secondi 
sembra furono portati ad Albano e seguirono la 
sorte dei primi. 

Il giorno 12 prelevarono 75 di noi, tutti appar¬ 
tenenti alle forze armate della R.S.I. (e solo 
per precisione non vi era nessuno delle Fiamme 
Bianche). 

Già da quando ci caricarono sui camion inco¬ 
minciarono i primi maltrattamenti. Cito il caso 
del Tenente Raviglioni che ebbe le mani legate 
con fil di ferro e poi percosso a sangue; a un 
altro con un colpo di «sthen» gli frantuma¬ 
rono la testa. 

Giunti a Vercelli, a molti di noi ci fecero 
alzare in piedi e i partigiani di scorta grida¬ 
vano: «Questa è carne che va al macello». 
Entrati nell’ospedale trovammo il resto della 
brigata partigiana e lì tutti gridavano per la 
gioia di avere nelle mani il Tenente Raviglioni. 
Scesi dal camion la prima cosa che fecero ci 
tolsero di tutto il nostro avere (portafogli, zai¬ 
netto. valige, ecc.) ; qualcuno fu anche quasi del 
tutto spogliato dagli abiti personali. 

Messoci in fila per uno, iniziammo a salire 
una scala fra due file di partigiani che coi mo¬ 
schetti girati verso il calcio, o con nodosi ba¬ 
stoni incominciarono a massacrarci di botte. 
Tanto ci picchiavano con ira, essendo la scala 
un po’ stretta, alcuni partigiani si ferirono fra 
di loro. 

Arrivati su. ci fecero entrare in cinque o sei 
per ogni cameretta (gli ammalati erano stati 


precedentemente tolti) e lì continuarono le se¬ 
vizie. 

Entravano gruppi di partigiani e presoci uno 
la volta ci massacravano di botte, dicendo di 
riconoscerci perchè avevamo dato loro la caccia 
per catturarli. 

Uno fu addirittura ucciso; con la canna del 
fucile 91 gli fracassarono il cranio. 

In un secondo momento ci riunirono tutti in 
un grande camerone, ben presto il bianco pa¬ 
vimento di marmo diventò rosso del nostro 
sangue. 

Il Raviglioni fu preso e portato via da solo; 
dopo poco sentivamo forti gridi di dolore, un 
partigiano lì presente ci disse che lo stavano 
tagliando a pezzi; non avendolo visto perso¬ 
nalmente non so se ciò risulta a verità. Una cosa 
certa è che fu ucciso. 

Da un capo partigiano ci fu comunicata la 
condanna a morte. Dopo poco ci fecero venire 
il prete che come credo apparteneva allo stesso 
Ospedale. 

Il Cappellano ci disse che nulla era stato pos¬ 
sibile per salvarci, e che non avendo il tempo 
per Comunicarci ci impartì la Santa Bene¬ 
dizione. 

Altri furono quasi uccisi a botte, uno di que¬ 
sti della mia età, cioè del 1927, mentre lo fuci¬ 


lavano riuscì abilmente a scappare e benché 
fefito ad un piede in seguito alle raffiche spa¬ 
rategli appresso riuscì a raggiungere il nostro 
distaccamento e mettersi in salvo. 

Dopo qualche altro episodio incominciarono 
a chiamarci a sei la volta, e i chiamati venivano 
portati giù. 

Non mi risulta che questi venissero uccisi 
sotto le ruote del camion, come hanno descritto 
pure altri giornali, anzi credo sia inesatto per¬ 
chè in lontananza nel silenzio della notte si 
sentivano le raffiche dei mitra. 

Tengo ancora a precisare che quelli che re¬ 
stavano su continuavano ad essere percossi. 

Venuta finalmente l’alba, mentre ancora con¬ 
tinuavano le esecuzioni, per miracoloso inter¬ 
vento degli alleati, scampammo dalla morte. 

Questo è il racconto esatto di ciò che avvenne 
quella notte. Apprendemmo in seguito che i 
chiamati venivano man mano uccisi e gettati 
nel canale Cavour poco distante di lì ». 

Su questo episodio, il comunista Longo così si 
esprimeva alla Camera : 

«A Vercelli è stato iniziato il procedimento 
giudiziario contro alcuni partigiani colpevoli jii 
aver giustiziato numerosi banditi fascisti nel- * 
l'ospedale psichiatrico di quella città. La fucila¬ 
zione di questi banditi fascisti è stata conforme 
alle direttive emanate dal comando generale 
C.V.L. in data 4 aprile 1945. E’ evidente che 
le autorità, le quali hanno iniziato procedimento 
giudiziario contro quei partigiani che hanno 
agito contro simili criminali fascisti, non hanno 
tenuto nessun conto del fatto che queste esecu¬ 
zioni furono compiute conformemente alle di¬ 
rettive insurrezionali del C.V.L. ». 

Sempre a Vercelli il 2-5-1945 veniva fucilato 
il Capo della Provincia e Console della Milizia 

I continua 



Caccia all’uomo sui tetti di Milano. 


















54 



MORESO Michele, combattente volontario della 
guerra T5-T8, della guerra d’Africa, di Spagna, 
della guerra ’40-'45, decorato di due med. d ar¬ 
gento, tre croci di guerra, tre promozioni per 
merito di guerra. Parrebbe che sia stato sevi¬ 
ziato prima dell'esecuzione. 

Sempre in provincia di Vercelli nei pressi di 
Caspignano Sesia veniva catturato il 25-4-1945 
BELLINI Angelo, di anni 45, appartenente alle 
B. N. Il Bellini venne portato nelle carceri di 
Varallo Sesia e, dopo essere stato ripetutamente 
torturato, venne ucciso il 17-5-1945 a Valmag- 
gia nei pressi di Varallo dopo essere stato co¬ 
stretto a scavarsi la fossa. 

Subirono la sua stessa sorte altre dieci per¬ 
sone, che sono state sepolte con Lem nel cimi¬ 
tero di Valmaggia. Fra queste salme sono state 
riconosciute quelle di tali: BOTTA. MAROLA, 
SPAUDO, BIANCHINI. Le altre rimangono an¬ 
cora non identificate. 

Una figlia del Bellini, BELLINI Maria Laura 
di anni 16 era stata prelevata il 14-1-1945 da 
una vettura della tTamvìa Biella-Oropa, uccisa 
a colpi di rivoltella e lasciata sul luogo del 

delitto. WT . A , 

E’ il caso di parlare di responsabilità. 


« Gemisto », al secolo on. Moranino, in quin- 
dici giorni che ebbe in mano le sortì deUa prò- , 
vincia di Vercelli lece funzionare da mane a 
sera ininterrottamente, i « tribunali del popolo » 
creando un mattatoio ovunque ci fosse un ag¬ 
glomerato di case. Le sentenze di morte furono 
migliaia e nella maggioranza dei casi esse fu¬ 
rono eseguite in circostanze orripilanti e senza 
riguardo neppure per quei due o tre casi in cui 
la vittima era assolutamente fuori causa. A 
Vercelli tutti ricordano il caso di Ermenegildo 
Ferrano, parrucchiere, rimesso in libertà perchè 
estraneo ad ogni attività politica, veniva a po¬ 
che ore di distanza prelevato nella propria abi¬ 
tazione, trascinato sulla pubblica via e barba¬ 
ramente seviziato e trucidato. Eguale sorte tocco 
al giovane VERBO, comparso davanti al fami¬ 
gerato « tribunale del popolo • perche ritenuto 
il podestà del luogo; veniva accertato trattarsi 
viceversa del fratello e pertanto posto in liberta, 
Ma taluni assassini non condivisero la deci¬ 
sione dei giudici b e dopo di aver affermato 
che il vero responsabile sarebbe stato rintrac¬ 
ciato più tardi... uccidevano intanto senza pietà 
il povero Verro che era completamente estraneo 
all’attività del fratello. (Da Fracassa >. 


LA STRAGE 
DEL S ANTUARIO 
DI GRAGLIA 

Il 30 gennaio 1945 il cosidetto Comando Mi¬ 
litare Regionale Partigiano Piemontese ema¬ 
nava la seguente ordinanza n. 250 a firma del 
Generale di Corpo d’Armata Alessandro Tra¬ 
bucchi, del Generale dell’Aeronautica Carlo 
Drago e del comunista on. Francesco Scotti: 

« ...b) Nei riguardi di coloro che hanno por¬ 
tato armi a favore dello straniero contro le 
forze armate legittime (sic!), sarà sufficiente 
stabilire l’appartenenza dell’imputato — dopo 
1*8 settembre 1943 — a qualsiasi formazione vo¬ 
lontaria di parte (Brigate Nere, Formazione 
Muti, Decima Mas, «Cacciatori delle Alpi e 
degli Appennini », SS Italiane, Milizie Speciali 
indossanti la Camicia Nera, RA.P., R.A.U.), 
per pronunciare condanna alla esecuzione ca¬ 
pitale che dovrà avere immediata esecuzione 
senza diritto ad inoltrare domanda di gra¬ 
zia...) ». 

Con tale ordine a guerra finita, decine di 
migliaia di prigionieri vennero in Piemonte as¬ 
sassinati bestialmente e con loro centinaia dì 

Ausiliarie. , 

E nello spirito e nella lettera di tale ordine 
fu eseguito uno degli atroci episodi della «li¬ 
berazione»: il massacro del Santuario di Gra¬ 
ffi la storia del 2. Reparto Arditi Ufficiali. 

È storia del Calvario di 24 ufficiali, cinque Au¬ 
siliarie e due giovani spose. 

La tragedia ebbe inizio a Cigliano, P re ^£ 
l’autostrada Milano-Torino. In questa località 
verso la metà di aprile del 1945 era giunto il 
rinforzo al presidio di Arditi Fanti comandati 
da un certo Tenente Mancuso, il 2. R-A.U. al 
al comando del Maggiore Filippo Galamini, 
figlio del Generale. I R.A.U. erano reparti spe¬ 
ciali composti di soli ufficiali, quasi tutti sotto- 
tenenti, usciti dalla scuola della GNR ed m 
attesa di destinazione. 

Gli uomini del 2. RAU si sistemarono rapi¬ 
damente nel paese. Galamini pose il comando 
e la radio che lo collegava con Tonno nella 
casa del Comune, mentre i suoi uomini si col¬ 
locarono a brevissima distanza nei locali del¬ 
l'Albergo «Cavallino Bianco». Si arrivò cosi 
fino al 26 aprile. Pochi disturbi da parte dei 
partigiani, e uniche note liete, gli arrivi delle 
giovani mogli del capitano Toppi e del tenente 
Della Nave in visita ai mariti. 

Il 24 aprile era pure giunto al reparto il 
Maggiore Marcello Invrea, inviato in ispezione 
dal Colonnello Ruta, comandante dei RAU. 

Fu nelle prime ore del pomeriggio del 26 che 
il maggiore Galamini ricevette via radio l’or¬ 
dine di resistere a tutti i costi per tenere 
sgombra la strada alla colonna italo-tedesca 
che il giorno dopo sarebbe uscita da Tonno 
per raggiungere in Lombardia le forze fasciste 
ripieganti verso la Valtellina. Galamini orga¬ 
nizzò subito la difesa e attese con i suoi uo¬ 
mini l’attacco dei fuori legge, fatti ormai co¬ 
raggiosi dalla avanzante valanga corazzata 
anglo-americana. 

L'attesa non fu lunga: alle cinque del mat¬ 
tino del 27 aprile, dopo una richiesta di resa 
immediatamente respinta, si inizio l’attacco 
dei partigiani. Quattordici ore durò il combat¬ 
timento, quattordici ore durante le quali tren¬ 
ta valorosi uomini e donne, tennero duro nella 
speranza sempre più vana di veder comparire 
all’orizzonte i carri armati della colonna fasci¬ 
sta. Il grosso dei difensori si era asseragliato 
nell’albergo mentre tre ufficiali dall’alto del 
campanile bersagliavano gli attaccanti. Il 
giore Galamini invece rimasto con altri due uffi¬ 
ciali e alcune ausiliarie dirigeva col megafono 
la resistenza dalla casa comunale e combatteva 
strenuamente esponendosi senza riserve. Altri 
due ufficiali infine, i sottotenenti Alfieri e Condo- 
relli rimasti isolati al momento dell’attacco; si e- 
rano rifugiati in una casa privata e di lì ave¬ 
vano fatto fuoco, finché una raffica aveva tron¬ 
cato la vita di Condorelli, mentre Alfieri, esau¬ 
rite le munizioni, era stato catturato vivo. Ma 
se Condorelli, unico fortunato, si può ben dirlo, 
era caduto col viso al nemico e con l’arma in 
pugno, diversa sorte doveva toccare poco dopo 




















55 


al Comandante del 2. R.A.U. Infatti, mentre 
dal primo piano della casa comunale il Maggio¬ 
re Galamini galvanizzava la resistenza, nei sot¬ 
terranei, un gruppo di militari addetti ai ser¬ 
vizi del 2. R.A.U., capeggiati da un certo Cop- 
pani, romano, radiotelegrafista del reparto, pen¬ 
sarono di eliminare il Comandante e di far ces¬ 
sare la difesa. 

Per prima cosa il Coppani fece sapere al mag¬ 
giore Galamini che l’antenna della radio era 
rotta e che perciò ogni collegamento con Tori¬ 
no era ormai impossibile, e poco dopo, sempre 
con la scusa della radio, chiamò il maggiore 
perchè scendesse negli scantinati. Ma Galamini, 
impegnato nel combattimento non si mosse e 
mandò uno dei due ufficiali che era con lui. 
Non sappiamo chi sia stato l’ufficiale che si 
portò nello scantinato : sappiamo però che il 
Coppani l’assalì alle spalle, aiutato in questo da 
altri traditori, e poi si portò di nuovo sulle scale 
a chiamare il comandante Galamini; questi, in¬ 
sospettito si affacciò sul pianerottolo, ma una 
raffica di mitra lo colse in pieno. Non morì su¬ 
bito. Mentre l’altro ufficiale e le ausiliarie tene¬ 
vano a bada Tassasino e i suoi complici chiusi 
nella cantina, il maggiore Galamini continuò 
a dirigere le operazioni di difesa, finché dopo 
quattordici ore di lotta, cessato il fuoco e pas¬ 
sato il comando del reparto al maggiore Invrea. 
si accasciò privo di sensi. 

Al momento della resa il maggiore Galamini, 
ancora in vita, fu dagli stessi partigiani traspor¬ 
tato all’ospedale di Livorno Ferraris e lì morì 
dopo poche ore, pronunciando parole di perdono 
e di fedeltà alla Patria. 

La resa avvenne, come abbiamo già detto, alla 
sera del 27. Fece da intermediario il vice par¬ 
roco di Cigliano, Don Pasino, che, a nome del 
venticinquenne « generale Gandi », al secolo 
Piero Germano, comandante la divisione Maffei 
chè comprendeva la 75. e la 76. brigata gari¬ 
baldina, assicurò che tutti sarebbero stati trat¬ 
tati secondo le leggi di guerra. L’atto di resa fu 
così firmato dal maggiore Invrea e dal «Gandi». 

La prima notte di prigionia la trascorsero 
nell’albergo che li aveva ospitati. 

Ma la mattina del 28, un ordine improvviso 
li fece salire su degli automezzi. La colonna 
italo-tedesca che doveva transitare il giorno pri¬ 
ma era stata avvistata e i partigiani sgombra¬ 
vano la zona. 

Li portarono a Dozzano: lì incominciarono le 
ruberie e le offese che continuarono più accen¬ 
tuate ad Arai Grande dove li trasportarono il 
29 aprile. 

E il martirio proseguì il 1. maggio: già de¬ 
rubati di tutti i bagagli, disarmati compieta- 
mente, con le donne in condizioni pietose, li 
condussero a piedi da Arai Grande al Santuario 
di Graglia (Biella). Fu una marcia atroce: in¬ 
sultati, bastonati, sfiniti dai patimenti, si videro 
rifiutare anche un goccio d’acqua per la moglie 
ventenne del tenente Della Nave che, sorretta 
dal marito, si stava avviando con lui sulla vetta 
del Calvario: aspettava un bimbo la bionda e 
gentile Carla Della Nave e certo anche una 
bestia avrebbe sentito della pietà per lei; ma 
quando una donna del popolo le si avvicinò per 
darle da bere, l’allontanarono malamente. 

Restarono ammassati in una stanza dell’al¬ 
bergo tutta la notte: per cibo una broda, per 
letto il pavimento. * 

Arrivò così l'alba del 2 maggio e rapidamente 
si fece giorno pieno: si contarono allora per 
l’ultima volta. Ricordiamoli tutti anche noi: 

Maggiore Marcello Invrea, Maggiore Armando 
Casini, Capitano Mario Andriulli, Capitano 
Dante Gili, Cap. Guido Toppi, Ten. Conte Ema¬ 
nuele Visconti di Modrone, Ten. Giuseppe Della 
Nave, S. Ten. Dante Corti, S. Ten. Giuseppe 
Giacconi, S. Ten. Giovanni Papiani, S. Ten. 
Luigi Puccinelli, S. Ten. Romano Tosi, S. Ten. 
Lauro Briganti, S. Ten. Gelsomino Colucci, S. 
Ten. Ottavio Cottalorda, S. Ten. Bruno Fossa¬ 
ti, S. Ten. Paolo Giovannetti, S. Ten. Giorgio 
Gobbi, S. Ten. Cairo Mattarese, S. Ten. Luigi 
Petrucci, S. Ten. Benedetto Canepa, S. Ten. Al¬ 
do Scalseggi, S. Ten. Guerrino Toscano, Ausilia- 
ria S. Ten. Lucia Rocchietti, Ausiliaria Itala Gi¬ 
rardi, Ausiliaria Rina Chandre, due Ausiliarie 
rimaste sconosciute e le signore Antonietta Mi¬ 
lesi in Toppi e Carla Paolucci in Della Nave. 

Ma fu solo verso le ore 13 che la strage ebbe 
inizio. 

I prigionieri, rinchiusi in uno stanzone del¬ 
l’albergo « Belvedere » vennero prelevati a grup¬ 


pi di sei e condotti in luoghi diversi l’uno dal¬ 
l’altro, ma tutti nei pressi del Santuario. 

Il primo gruppo fu massacrato presso il ru¬ 
scello che divide il comune di Graglia da quello 
di Netro e comprendeva il maggiore Casini, il 
capitano Gili, il sottotenente Tosi e altri tre 
ufficiali che non è stato più possibile riconoscere 
al momento dell'esumazione delle Salme. 

Gli ufficiali del secondo gruppo furono invece 
condotti dietro il Cimitero, in località Pairette: 
dei sei Martiri vennero riconosciuti solamente i 
resti del capitano Toppi e del tenente conte 
Visconti di Modrone. Molto probabilmente di 
questo gruppo faceva parte anche il sottotenente 
Dante Corti. Infatti, da testimonianze raccolte, 
sembra accertato che Visconti di Modrone e 
Dante corti, molto religiosi entrambi, venissero 
notati dagli asassini per il fervore col quale 
serenamente pregavano avviandosi verso il mar¬ 
tirio, e che ciò li abbia portati a cadere per 
ultimi, insieme. 

Il terzo gruppo di ufficiali fu condotto a circa 
15 minuti dal Santuario, alla Cascina Quara: lì 
caddero assassinati il maggiore INVREA Mar¬ 
cello, il capitano ANDRIULLI Mario e altri 
quattro non identificati. 

Quelli dell’ultimo gruppo furono trucidati in 
località Partioli: di essi, solo i sottotenenti 
GIACCONI e PAPIANI, poterono essere rico¬ 
nosciuti: gli altri quattro, no. 

Come avvennero i prelievi? Furono simulta¬ 
nei o successivi l’uno all’altro? Questo ancora 
non lo sappiamo. Sappiamo però che ultime 
restarono le donne: tre Ausiliarie e due mogli 
di ufficiali. Nessuna legge di guerra, poteva giu¬ 
stificare il loro assassinio, se non la matta be¬ 
stialità di quelle jene armate di mitra. 

Fatto sta che andarono a prenderle: e nes¬ 
suno si oppose, nemmeno il geometra Borione 
Filippo, primo sindaco di Graglia « liberata » 
'che fu presente e che può raccontare come quel¬ 
le povere creature furono spinte sul luogo del¬ 
l’eccidio, subito dietro il Cimitero, e come la 
signora DELLA NAVE implorasse che la lascias¬ 
sero vivere, lei che avevano privata del marito 
e che aspettava un bambino... 

Carla Della Nave fu buttata a terra con una 
spinta e freddata con una scarica di mitra. 

Delle cinque donne solo la signora Della Nave, 
la signora Toppi e l’Ausiliaria Lucia Rocchetti 
sono state riconosciute, delle altre due ancora 
oggi ignoriamo l’identità... 

Toccò alla giovane sorella di Giorgio Gobbi, 
recatasi a metà maggio a Cigliano per cercare 
il fratello che non aveva dato più notizie, la 
terribile sorte di scoprire che lo avevano assas¬ 
sinato con tutti i suoi camerari, le occorsero 
molti giorni perchè l’atroce sospetto divenisse 
certezza, molti giorni trascorsi passando di paese 


in paese, di comando in comando, di parrocchia 
in parrocchia, perchè nessuno sapeva nulla, 
perchè nessuno li aveva avuti in consegna per 
ultimo, perchè nessuno aveva il coraggio di 
guardare negli occhi la povera ragazza e dire 
che il fratello glielo avevano accoppato. Così 
il vice-parroco di Cigliano, Don Pasino, la man¬ 
dò da «Gandi» («quel sant’uomo del mio com¬ 
paesano» come ebbe il coraggio di definirlo!) il 
quale a sua volta si scaricò di ogni responsabi¬ 
lità asserendo di aver consegnato i prigionieri 
al comandante della 75. Brigata, Amorino Salza 
detto « Mastrilli », maestro di scuola e residente 
a Graglia. Il Salza naturalmente, non sapeva 
nulla, e allora la signorina Gobbi si rivolse al 
Rettore del Santuario il quale davanti alle do¬ 
mande disperate della ragazza si trincerò in un 
mistico mutismo insistendo solamente nel vo¬ 
lerle dare la benedizione... La signorina Gobbi 
tornò allora dal Salza, che alla fine esplose, ur¬ 
lando che li avevano fatti fuori tutti, che li 
avevano sepolti come cani in mezzo ai prati 
perchè non erano nemmeno degni, quei « cri¬ 
minali » di « contaminare con le loro carogne 
la terra consacrata del cimitero di Graglia »... 

Fu così, con le livide parole del «resistente» 
Amorino Salza, che ebbe inizio l’inchiesta con¬ 
dotta dai familiari dei Caduti per rintracciare le 
Salme e fare luce completa. 

Ed ecco quanto si venne ancora a sapere. 

Finita la strage, gli assassini sì divisero quan¬ 
to trovato addosso alle vittime: denaro, bagagli, 
vestiti, tutto fu coscienziosamente spartito, qua¬ 
le premio al valore dimostrato nell’uccidere degli 
inermi. 

Eroi di tutta questa impresa, oltre al « Gandi » 
e al « Mastrilli » già citati, risultarono alla fine : 
il vice Comandante della 5. «divisione» comu¬ 
nista Enzo Pezzati «Ferrara», il Capo di S. M. 
Marchisio « Ulisse », il commissario politico Giu¬ 
seppe Rosso « Pesca », e i seguenti « patrioti » 
della 75. «brigata»: Bernardo De Stefanis det¬ 
to « Lucifero », Franco Vercelli detto « Tarzan », 
Sergio Buzzo: «Tris», Valcauda Enrico: «Vol¬ 
pe» e Guerrino Palmieri: «Guerino». 

Ma non basta: altre due Ausiliarie del 2. R. 
A.U., la Itala Girardi e la Rina Chandrè, che 
erano rimaste a Muzzano, costrette a servire i 
partigiani, furono ventiquattr'ore dopo prelevate 
e assassinate presso il cimitero di Muzzano dai 
seguenti individui: Francesco Gemmo: « Scala - 
brino». Ercole Grosa: «Ercole», Ada Bodo staf¬ 
fetta partigiana, Francesco Nicolò e una certa 
Rosellina Nicolò che sembra abbia orinato sui 
cadaveri. 

Ecco la storia di quanto avvenne presso il 
Santuario di Graglia. Come a Oderzo, come a 
Schio, come a Ferrara, come in Valtellina, come 
in mille e mille altre località. 

[continua 



I soldati tedeschi, dopo la resa, attendono di essere consegnati agli angloamericani. 

















56 


IL DRAMMA 
DELLA VALTELLINA 

Aprile 1945: anche sulla limpida vallata che 
va da Colico allo Stelvio passò una ventata di 
morte e oggi, là dove doveva stringersi il qua¬ 
drato attorno al Duce, in ima ultima, dispe¬ 
rata battagliò, dormono il sonno eterno sei¬ 
cento dei suoi soldati più fedeli... 

La tragedia si delineò il 27 sera: durante 
tutta la giornata la battaglia era divampata a 
Morbégno, a Bormio, a Sondrio, a Tirano. E 
mentre nel capoluogo tremila uomini perfetta¬ 
mente armati si preparavano a resistere per 
lungo tempo, a Tirano, la colonna comandata 
dal Maggiore Vanna e proveniente, in fase di 
ripiegamento da Grosio, Grosotto e Mazzo, si 
trincerava nel grosso borgo valtellinese dopo 
aver tentatoMnutilmente di rompere raccerchia- 
mento e di raggiungere Sondrio. 

Intanto, alle ore 15 del 27, si arrendeva Bor¬ 
mio e il Maresciallo, dei Carabinieri Jozzelli 
pagava subito con la'-'vita la sua fedeltà al¬ 
l’onore della Patria... 

Ore 18: l’aria si era fatta stagnante in tutta 
la vallata e il silenzio che gravitava ovunque* 
rendeva ancora più tetra l’atmosfera, mentre 
nuvole basse affrettavano il crepuscolo. A quel¬ 
l'ora il Maggiore Vanna convocò i suoi uffi¬ 
ciali nei locali degli uffici dell’Autorimessa Pe- 
rego di Tirano: «Siamo circondati, ogni colle¬ 
gamento è interrotto. Non sappiamo cosa sta 
succedendo a Sondrio, non sappiamo soprattutto 
cosa sia successo al Duce... L'ultimo ordine che 
ho ricevuto era di marciare verso gU sbocchi 
della Vallata. Questa notte io uscirò Sa Tirano. 
Verrà con me chi vorrà venire. Ma a costp di 
arrivare solo, raggiungerò il Duce... ». 

Cosi disse Vanna agli ufficiali, e così ripetè 
ai Legionari schierati, poco dopo. « Sono dispen¬ 
sati gli ammogliati, sono dispensati gli addetti 
alle armi pesanti, e coloro che non si sentono 
fisicamente in grado di darsi eventualmente 
alla macchia... ». Delle centinaia di uomini, 
quasi tutti, che* chiedono di andare con Vanna 
vengono scelti 21 ufficiali e 250 uomini di tutti 
i reparti... 

E’ notte, quando la colonna esce dal paese 
e si pone lungo il viottolo che costeggia la riva 
sinistra dell'Adda sfruttando il poco spazio 
libero che resta tra il fiume è la montagna che 
scende ripidissima. In testa sono gii « M » della 
guardia del Duce comandati dal sottotenente 
J. di Pesari. Poi c'è il Maggiore Vanna e il ca¬ 
pitano Martino Cazzola della brigata Nera 
«S. Gatti»: gli altri 18 ufficiali sono tutti te¬ 
nenti e sottotenenti. 

Evidentemente i partigiani non fanno buona 
guardia, perchè nessuno sbarra il passo alla co¬ 
lonna Vanna, ma a Stazzona, presso il ponte 
che i Legionari intendono superare per por¬ 
tarsi sulla strada nazionale alla destra del 
fiume, i partigiani in agguato aprono il fuoco. 
Breve e intenso è lo scontro. Il rombo del fiume 
in piena attutisce il fragore delle esplosioni 
delle bombe a mano che lanciate contro le po¬ 
stazioni partigiane preludono all’assalto all’arma 
bianca che spazza rapidamente ogni velleità di 
resistenza partigiana. Avanti ancorai II tenente 
Canova prende il comando della avanguardia 
e marcia verso Tresenda: sembra una colonna 
di fantasmi quella lunga fila di soldati silen¬ 
ziosi decisi a tutto... 

A Tresenda non si trova più il presidio fa¬ 
scista: la caserma è vuota e devastata; le case 
sbarrate, il paese deserto e immerso nel buio 
non^ invitano a fermarsi, nemmeno un minuto. 
E’ l'alba quando la colonna è in vista di ponte 
San Giacomo, dove un pugno di SS tedesche, 
appostate nelle fortificazioni ai lati della strada 
dà l’« alt » ai mi liti del Maggiore Vanna. Breve 
sosta nel paese: mentre i legionari si buttano 
per terra e cercano di riposare un poco, Vanna 
e il capitano tedesco si consigliano. 

Sembra che Sondrio si sia arresa, così almeno 
dicono quelli del posto: e Vanna decide di rag¬ 
giungere Sondrio e di assalire la città nel caso 
fossé già nelle mani partigiane: può contare su 
circa trecento uomini, tutti dotati di armi auto¬ 
matiche. 

Si riprende la marcia che è già giorno fatto. 
Si sente il nemico, lo si indovina nascosto nei 
boschi che costeggiano la strada, ma non si 
vede nessuno. Alle dieci, in vista al Ponte Vai- 
tellina, Vanna decide di fare tappa nel paese 
dove dovrebbe esserci ancora il comando della 
terza Legione Confinaria. Il Comando c'è, in¬ 


fatti, e resiste rinchiuso nella caserma, col paese 
già in mano ai partigiani. 

Così, mentre Vanna e i suoi uomini si fer¬ 
mano a Ponte Valtellina, in Sondrio, che an¬ 
cora resiste, si sta compiendo l’ultimo atto della 
tragedia. 

Già dal giorno prima, il 27, alcuni signori, 
notoriamente conosciuti come persone per bene, 
avevano costretto la signora Panneggiarli, mo¬ 
glie del Federale e sfollata a Chiesa Val Ma- 
lenco a lasciare i suoi bambini nel paese e a 
scendere in città per dire al marito che se le 
forze fasciste non si fossero arrese, la rappre¬ 
saglia si sarebbe sfogata contro le famiglie dei 
fascisti disseminate numerosissime in tutta la 
Vallata. 

La minaccia non aveva scalfito la volontà di 
resistenza: ma più tardi era giunta, portata 
chissà da chi, la notizia della cattura del Duce... 

Passa tutta la notte fra il 27 e il 28 nell'at¬ 
tesa e nella speranza che ciò non sia vero, ma 
nella mattina del 28 la radio conferma il fatto: 
poco dopo Don Giovanni Tirinzoni, Arciprete di 
Sondrio, si fa intermediario presso il nostro co¬ 
mando delle proposte di resa partigiana: « onore 
delle armi, libertà per tutti entro tre giorni, 
salvo che per coloro che, uccidendo, rubando e 
saccheggiando non siano venuti meno alle leggi 
dell’onore militare». Questi i patti di resa che 
conosciuti subito dalle truppe provocano fer¬ 
mento e reazione: I giovani non intendono ar¬ 
rendersi. Gli « M » della Guardia del Duce vo¬ 
gliono rompere l’accerchiamento e si ribellano 
all’eventualità della resa incolpando i comandi 
di tradimento... Altri reparti della G.N.R. si 
portano al Castello perchè intendono resistere 
a tutti i costi. 

Ma alle 12 viene emanato l’ordine di resa: 
dopo, nel carcere o nei campi di concentra¬ 
mento, si incolperanno i comandanti fascisti di 
essersi arresi quando ancora si poteva resistere, 
ma bisogna riconoscere che nulla ormai poteva 
giustificare una resistenza che avrebbe condotto 
solo a delle rappresaglie sulle famiglie. 

Con la ingenuità degli onesti, fu fatta rego¬ 
lare consegna al C.L.N. di tutta la cassa della 
G.N.R., ammontante a L. 732.626,70, e in più 
furono consegnate, con tutti gli incartamenti, 
anche le buste-paga del mese di aprile già con¬ 
fezionate, per gli ufficiali e per i militi dei pre¬ 
sidi fuori Sondrio perchè fossero loro recapitate... 

I partigiani sapevano che a Tirano e a Ponte 
Valtellina c’erano ancora centinaia di uomini 
in armi e non osavano andare oltre le normali 
« gesta». 

E’ verso sera che, per far capitolare quelli 
di Ponte, una macchina con a bordo il Gene¬ 
rale Onori, il Federale Parmeggiani e un tipo 
magro, livido e dagli occhi cattivi, raggiunge 
il paese dove Vanna e i suoi uomini, di nuovo 
circondati, respingono da alcune ore tutte le 
intimazioni di resa. 

Onori ordina di deporre le armi, e ogni ten¬ 
tativo di ribellione è vano. 

II tenente Canova viene subito portato via 
dai partigiani, mentre un tipo barbuto, vestito 
con una giubba tedesca giunge in motocicletta 


urlando che Mussolini è stato « giustiziato » 
poche ore prima... 

È la sera del 28 aprile: con Sondrio e Ponte 
Valtellina anche Morbégno si è arresa. 

Quello di Tirano, fu l'ultimo presidio ad ar¬ 
rendersi. Partito il Maggiore Vanna con i suoi 
uomini, le forze restanti si divisero fra l’edi¬ 
ficio detto Torre Torelli, la Caserma del Btg. 
«Tirano» e le Scuole. Lì rinchiusi, resistettero 
fino alla sera del 29 aprile. 

L’attacco partigiano fu sferrato alle ore 4,10 
del 28, dopo una intimazione di resa respinta 
dal nostro comando, e seguitò con brevi inter¬ 
valli per quasi 36 ore, senza che nessuno dei tre 
capisaldi fascisti venisse sopraffatto. Mentre in¬ 
furiava il combattimento per le vie di Tirano 
si iniziava la caccia all'uomo. Cadeva per primo 
il comandante della B. N. di Grosio, tenente 
Tedeschi, assassinato da una bomba a mano 
tiratagli mentre cercava di raggiungere la sua 
famiglia: fu colpito sotto gli occhi dei suoi, ed 
anche il figlio, che si era precipitato in soc¬ 
corso del padre, fu preso di mira e ferito. 

Fine ancora più tragica toccò al sergente 
Corti, invalido e decorato del 3° Bersaglieri : cat¬ 
turato presso la moglie che stava per dare alla 
luce un bambino, fu colpito a morte davanti 
a lei e gettato quindi sull'impiantito di una 
stanza vicina. Rinvenuto durante la notte se¬ 
guente, cercò di salvarsi trascinandosi fuori 
di casa, ma venne finito a revolverate. 

Pomeriggio del 29: Tirano si arrende; per le 
strade si scatena subito la delinquenza: primis¬ 
simi a fare olocausto della vita sono il tenente 
Tarchi, di Viareggio, due volte medaglia d’ar¬ 
gento, mutilato di una gamba, il Maggiore 
Clara della B. N. « Sergio Gatti » ; e la stessa 
fine tocca al Segretario Comunale di Tirano. 
Pontiggia, padre di sei figli. 

Non esistono capi d’accusa contro questi Ita¬ 
liani rei soltanto di essere tali, e, sopraffatto 
dal dolore dinnanzi a tanta ferocia, a tanta 
degenerazione, li segue nella morte il fascista 
Bordono, cognato del Maggiore Clara, gettan¬ 
dosi da una finestra del Seminario. 

Siamo agli inizi della spaventosa strage che 
insanguinerà tutta la Valtellina. Mentre a Ti¬ 
rano si sparano gli ultimi colpi, i legionari di 
Ponte Valtellina vengono trasferiti a Sondrio. 
Sono le 13 del 28 aprile: divisa per plotoni, su 
due file marcianti ai bordi della strada, con gli 
ufficiali in testa ai reparti, la colonna Vanna 
inizia la sua ultima marcia. Il passo cadenzato 
dei legionari solleva un denso polverone visibile 
da molto lontano e lungo la strada si affolla la 
teppa urlante. Marciano in silenzio, i legionari 
di Vanna, sono tutti in grigioverde e in Camicia 
Nera. 

Marcia la colonna dei vinti con passo caden¬ 
zato verso Sondrio, e davanti a tutti, circon¬ 
dato dai suoi subalterni e dalle ausiliarie che 
spavaldamente si sono tolte le giacche e mar¬ 
ciano in camicia nera, è la Penna Bianca del 
Maggiore Vanna. Sta salendo il suo Calvario e 
con lui lo sta salendo Ramoino, Cazzola e tanti 
altri, che a testa alta stanno marciando sotto 
gli insulti della canaglia in armi. 


















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* 


7 . 

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Ricordatela sempre, legionari della colonna 
Vanna, quella interminabile marcia verso Son¬ 
drio: voi eravate gli infami, voi i delinquenti, 
atoì i*-traditori, voi i ladri, voi che la sera prece¬ 
dente, appena deposte le armi, eravate stati 
massacrati di legnate, e spogliati di («ni vostro 
misero avere, voi che marciavate ancora disci¬ 
plinati come ad una rivista, portando indosso 
le insegne della Patria che non avevate voluto 
rinnegare... Ricordatele quelle ore maledette, ri¬ 
cordatele ai vostri figli, e ai figli dei vostri figli... 
Ricordate e raccontate della Penna Bianca del 
Maggiore Vanna, che spiccava in testa alla co¬ 
lonna avviandosi verso la cima del Calvario, 
ricordate e raccontate il sapore di queUa pol¬ 
vere che vi entrava in bocca e vi bruciava gli 
occhi, il gusto di quelle lacrime che vi scende¬ 
vano sulle labbra assieme ai rivoli di sangue 
che vi colavano dalle ferite... Ricordate e rac¬ 
contate tutta l’incredibile vigUaccheria della 
teppa rossa, bianca e di ogni altro colore, che 
vi insultava, vi lanciava sassate e sputi ma an¬ 
cora non osava scaricarvi le armi addosso per¬ 
chè sapeva che a Tirano un pugno di disperati 
eroi teneva duro, e poteva essere pericoloso, 
perdio, azzardarsi ad uccidere, perchè quei dia¬ 
voli neri di Tirano, in barba ai carri armati 
americani che già. li circondavano, potevano 
essere ancora capaci di arrivare fin lì, ed allora... 

Ma anche Tirano si doveva arrendere e fu a 
questo punto, non prima, che si iniziò la strage. 

Perchè perderci a parlare dei secoli di galera 
distribuiti con signorile larghezza dalla cosid¬ 
detta Corte d'Assise Straordinaria, se non per 
ricordare la condanna a morte faziosamente 
inflitta a De Angelis e Pirazzini? 

Primi a morire sono i giovanissimi sottote¬ 
nenti Paganella e Canova. Li vengono a pre¬ 
levare di notte dal carcere di via Oaimi, e li 
portano al Tribunale del Popolo che è stato 
piazzato sul palcoscenico del teatro della Casa 
del Balilla. La procedura è spicciativa: il pre¬ 
sidente si rivolge al pubblico e chiede: « Lo 
volete vivo o lo volete morto? ». La teppa non 
chiede neppure chi sia l’imputato; è un fasci¬ 
sta, è carne da macello: «A morte!...», e al 
mattino seguente, il 3 maggio, sereni, tranquilli, 
Canova e Paganella, vanno a morire per ITtalia, 
mentre nel cortile del carcere i 160 loro came¬ 
rati e il padre di Paganella, pure lui detenuto 
e pietrificato dal dolore ascoltano sull’attenti il 
rumore del camion che li porta via. 

Lo stesso giorno vengono fucilati i Capitani 
Cattaneo e Marchetti. Poi la strage prosegue 
a ritmo accelerato. 5 maggio: viene ordinato il 
prelievo del Federale Rodolfo Panneggiarli, di 
Gustavo Poletti, direttore del Popolo Vditelli- 
jiese,~A i- Gianforaoni, giornalista, della profes¬ 
soressa Angela Maria Tarn, del pluridecorato e 
mutilato Colonnello Vaccaro, del comandante la 
3* Legione confinaria Marino Fattori, del mag¬ 
giore -Carlo Lantieri, tre volte medaglia d’ar¬ 
gento, di Emilio Muttoni, di Cesare Berrà, ad¬ 
detto, all’alimentazione, del vice Federale Zop- 
pis, dei fratelli Guido e Luigia Mussini, di 
Gianni Bertoli. Li portano a Buglio in Monte e 
li massacrano. 

Lo stesso giorno avviene un altro prelievo 
alla casa del Fascio: sono otto nominativi: 
Maggiore Marino Galli, Maggiore Carlo Pasini, 
Colonnello Pio Cimetta, prof. Bruno Chiara- 
monti, ing. Marco Melloni, Albizzo Giri, Tenente 
Giuseppe Cinieri, e un ottavo che non è reperi¬ 
bile fra i prigionieri... Ma i partigiani debbo¬ 
no fucilarne otto: allora prelevano il primo che 
passa, il Tenente Enzo Barbini di Pistoia e lo 
fucilano ad Ardenno con gli altri... 

La sera del 4 maggio il tribunale del popolo 
condanna a morte il Tenente Ramoino e i sot¬ 
tufficiali Gicmbetti e Coniglio della Confinaria. 

Ma al mattino non si presenta nessuno per 
r urtarli al muro. Passano lentamente le ore 
del giorno 5 e la speranza fa breccia nel cuore 
dei condannati e dei loro camerati ufficiali 
della colonna Vanna che, rinchiusi tutti insie¬ 
me ( ventisette uomini in tre ceUe di punizione 
per una sola persona) nelle carceri di Son¬ 
drio, attendono con fiducia la grazia, che la gio¬ 
vine moglie di Ramoino si è recata a impetrare 
dal gen. Cadorna di cui è lontana parente. A 
szra del 5, la certezza di aver salva la vita sten¬ 
de un poco i nervi dei tre morituri che da ven- 
t ‘ quattro ore stanno vivendo una spaventosa 
afonia. Ma alle 23, i passi di molte persone nel 
corridoio svegliano i detenuti: c’è un ordine 
che manda al muro Ramoino, Giombetti e Coni¬ 
glio. Più tardi si dirà ohe l'ordine era falso, ma 
intanto alla luce dei fari di un camion, sulla 
strada per Tirano tre raffiche di mitra assas¬ 
sinano altri tre Italiani e la signora Ramoino 


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che il giorno dopo porterà al marito un po’ di 
cibo unitamente alla notizia della grazia con¬ 
cessa, si sentirà rispondere da un allegro parti¬ 
giano di guardia, che suo marito: «L’hanno 
fatto fuori stanotte!...». 

Quanto sangue bagna tutta la Vallata! A Ca¬ 
strone vengono assassinati senza ombra di pro¬ 
cesso: il Capitano Enrico Poggio, il Tenente Leo¬ 
nardo Bini, Vittorio Frati, Cesare Nicchiarelli, 
Angelo Mattei, Corrado Brazzi, Adolfo Morelli, 
Ernesto Luzzi, Giorgio Morigo, Tommaso Di 
Martino, Cesare Bedognè, mentre a Morbegno 
« Jek » e i suoi scagnozzi non perdono tempo. 

Comandante militare di Morbegno è un certo 
Manzocchi, mentre il plotone di esecuzione che 
assassina il tenente Bisi lo comandò un tale di 
Girola Alta, maestro elementare in grazia dei 
corsi gratuiti del Regime fascista, Con Bisi ven¬ 
gono trucidati un brigadiere della G.N.R. e un 
vecchio operaio elettricista, il settantaduenne Be- 
galli. Indosso al povero Bisi saranno contati 134 
colpi di mitra. Il giorno 3 cadono assassinati, 
sempre a Morbegno, un ufficiale della Brigata 
Nera, Ferrò, impiegato presso la segheria Leali 
di Ronconi e un altro milite della B.N., mentre 
il giorno 5 maggio si compie uno dei più atroci 
delitti: sono quindici fascisti che vengono cari¬ 
cati su un camion per essere trasportati a Ba¬ 
gni Val Masino di Morbegno vi sono il Capitano 
Martino Cazzola, il Capitano D’Arienzo, il capo 
stazione di Morbegno, Pescatori, Tartangeli e 
nove giovani militi dei dintorni di Como, dei 
quali si ignorano i nomi. Notare che erano 
stati tutti « assolti » dal Tribunale del Popolo. 
Arrivati a metà del percorso vengono fatti scen¬ 
dere e devono scavarsi la fossa, poi, allineati di 
fronte vengono mitragliati alle gambe, in modo 
che non muoiano subito. Li gettarono vivi nella 
fossa e infine, canaglie!, li irrorarono con ses¬ 
santa litri di benzina (mentre quei poveretti 
urlavano di ucciderli con le armi) e li bruciarono 
vivi... 

Ma non è finita: il massacro maggiore av¬ 
venne a Bagni Val Masino. Là ne furono as¬ 
sassinati più di trecento: dalle ausiliarie stuprate 
con le canne dei mitra, ai giovani legionari mas¬ 
sacrati non appena scesi dai camion e sotterrati 
frettolosamente per ordine di un certo « Bruno » 
e di un altro delinquente chiamato «Rosina»; 
dal diciassettenne Ivo Orlandi, milite ferrovia¬ 
rio ucciso cosi, « di passaggio », « per dare un 
esempio» come disse poi, da un partigiano che 
girava per le camerate zeppe di prigionieri, al 
milite Mazzoni ucciso per divertimento a ran¬ 
dellate, fino a ridurgli la testa ad una poltiglia 
sanguinolenta. 

E’ difficile poter ricordare tutti i Caduti della 
Valtellina, poiché la massima parte di essi, in¬ 
quadrati in formazioni proveniente da zone lon¬ 
tane, sono stati massacrati e sepolti senza alcun 
nome in fosse comuni. Ohi potrà mai sapere i 
nomi degli ottantadue cadaveri caricati su un 
camion a Bagni Val Masino e poi bruciati presso 
un cascinale? Chi potrà mai sapere i nomi dei 
nove giovani sconosciuti rinvenuti in podere 
presso Ardenno? 

Sappiamo pochi nomi ancora e, fra questi, 
quello del Capitano Nieri, ucciso presso il corso 
dell’Adda, di Benigno Bertolini, di Luigi Cioc¬ 
ca, di Fedele Martinelli, di Domenico Biondi, di 
Luigi Manca. 




Sappiamo ancora i nomi di Paolo Bardoni, 
Segalada, Cianatti, Cappelli, Sala, Sperìmburgo 
Pallavicini, Parlanti, Kamer, Calabria, Ceda, 
Pontiggia, Rosario Iannolo, Umberto Matteucci, 
Pietro Nicora, Nicola Fabiano, Augusto Pennelli, 
Giampietro Siena, Pasquale Sarabelli, Franco 
Bertozzi, Corrado Corvi, Glauco Bianchi, Gino 
Tarquini, Augusto Manani, Luigi Sani... 

E toccò anche a Vanna. Lo portarono a Ti¬ 
rano, a Sernio, a Grosio e poi a Tirano ancora: 
lo picchiarono a sangue, lo seviziarono in tutti 
i modi senza spezzarlo mai... Lo sentivano troppo 
in alto e troppo valoroso e cercarono di rifarsi 
con le sole armi che sapevano usare, e alla fine 
una sera di metà maggio, lo assassinarono con 
una raffica di mitra alle spalle. Non ebbero 
nemmeno il coraggio di dirgli « Bada ohe ti am¬ 
mazziamo ». 


Ed ecco un nudo elenco di nomi, che parla il 
linguaggio della disperazione nella sua scarna 
eloquenza. 

Enrico Beneghini, cl. 1923, Paracadutista della 
«Folgore», combattente sul fronte di Nettuno, 
prelevato nella sua abitazione il 6 febbraio 1946, 
veniva trovato ucciso a Lissone Brianza. 

S. T. Aldo Arista, cl. 1908, fucilato a Milano. 
Ten. Giovanbattista Cardente, cl. 1908, Btg. 

« Tagliamento » fucilato. 

Cap. Oreste Cocco, cL 1895. Fucilato dai par¬ 
tigiani della « Matteotti » in Piazza Sicilia, Mi¬ 
lano. 

Mil. Antonio Campa, cl. 1927, Btg. « M », ca¬ 
duto il 6-4-44 a Varallo Sesia. 

Mil . se. Francesco Gugliélmini, cl. 1926, S.A.R. 
Caduto a Sommariva Perno (Cuneo). 

Assassinai* a Scandiano (Reggio E,): Bonda- 
valli Domenico, Bondavalli Giuseppe (padre e 
figlio), Taroni Walter, Costi Tonarelli Mario, 
Fantuzzi Antonio, Attani Tilde, Prodi Dario, 
Ghizzi Dante, De’ Buoi dott. Luigi, Torrenzani 
don Carlo, Calvi Vittorio, Basenghi Vincenzo, 
Tognoli Umberto, Tognoli Luca (fratelli). Pra¬ 
ti Riziero, Lasagni Nando, Sacchi Bice, Sartori 
Linda, Contardi Mario, Lucido Barozzi Marino, 
Manganelli Matilde (madre e figlio), Rossi prof. 
Alionso, Spadoni Rossi Matilde (marito e moglie). 

Conti Sergio, cl. 1923, caduto il 3-6-44 nei pres¬ 
si dì Parma. 

Nel cimitero di Casola Lunigiana (Massa Car¬ 
rara) sono tumulate le salme di Franchini Gui¬ 
do, cl. 1900, fucilato a Monterotondo il 12-7-44. 
Davini Primo fu Achille, fucilato in Regnano 
di Casola il 17-10-44. Marchisio Carlo, fucilato 
a Monte Rotondo il giorno 11-9-41. 

Div. « Monterosa • : S. t. Paolo Carlo Broggi, 
alp. Anseimi, alp. Bassani, alp. Rigoni, alp. Li¬ 
vio, alp. Lumelli. Alla « foce » di Careggine (Luc¬ 
ca» sono tumulate le salme di: dott. Bianchì 
Fedele, Comparirli Aristide, Mario Bianchi, 
Grandini Saulle, Coltelli Domenico, Pirotti, uno 
sconosciuto di Cortigliano. 

Magg. Ettore Franceschelli, ucciso nel mag¬ 
gio 45. 

Ten. Luigi Ippoliti, 5 maggio ’45, prelevato 
dal partigiani e fucilato. 

Egidio Martini, morto ad Alba fucilato il 
15-4-45. 

[continua 



























58 

Gino Parrini, dodicenne, « Gino, soldatino d’I¬ 
talia» ucciso a Revine (Vittorio V.) 9 mag¬ 
gio 1945. 

Adriano Adami « Monterosa » fucilato 5-5-45 
a Saluzzo. 

Nel comune di Scandiano (Reggio Emilia) so¬ 
no stati soppressi ad opera dei partigiani: Ghiz- 
zi Dante, anni 50 padre di nove figli; Bonvicini 
Rieste, anni 40; Contardi Lucido, anni 20; Gat- 
tani Tilde; Fantuzzi Antonio; Tognoli Umberto; 
Tognoli Luca; Basenghi Vincenzo; Bondavalli 
Domenico; Bondavalli Giuseppe; Armam Gallo; 
Calvi Vittorio; Prodi Dario; Ganassi Gina; Sar¬ 
tori Linda; Manganelli Matilde; Barczzi Mari¬ 
no; Costi Tonarelli; Taroni Walter, sedicenne; 
Trati Riziero; Lasagni Nando, quindicenne; 
Sacchi Bice; Rossi Alfonso; Spadoni Matilde; 
Montanari Adriano; Mattuoli Guglielmo; Colli 
Riccardo; Ganassi Lino; Tarabusi Pierino; Ruo- 
si Gino; Barchi Benedetta; Terenzirni don Car¬ 
lo; Rota Isonzo; marchese dott. De Buzi Luigi. 

Nel cimitero di S. Vito Romano sono state 
seppellite 10 salme di fascisti ignoti uccisi nel 
'44; una si esse è stata riconosciuta per quella 
del Combattente repubblicano Gelli Franco, 101 
Btg., distretto di Pisa, ucciso il 23-5-44. Nel ter¬ 
ritorio del Comune di Cornano (Massa Carrara) 
delle 500 salme di Combattenti della R.S.I. ivi 
sepolte, due sono state riconosciute. Stanzani 
Mario e Pietro di Roma. 

Soppressi in provincia di Genova: Raffo Gio¬ 
vanni. 

Cimitero di Conselia: sepolto il combattente 
Carlo Quadrati caduto il 3-3-45. 

A Firenze è stato fucilato alle Carceri delle 
Murate un s. t. del Btg. «M». 

A Cadonzo è stato fucilato il 18-5-45 Luigi 
Cerioni. 

A Belluno Spartaco Carrà di 28 anni e la figlia 
Eliana. di 9 anni, sono stati pugnalati. 

A Volta Mantovana la contessa Rosa Bona- 
relli Maria è stata assassinata l’H-10-’44. 
o A S. Martino al ragliamento (Udine) risul¬ 
tava sepolto un s. t. della « Decima » di nome 
Antonio, nativo di Teramo, studente a Roma del 
2* anno di ingegneria, ucciso dai partigiani ver¬ 
so la fine del ’44. 

Margutti Zeno, fucilato a Zinola (Savona) il 
28-4-45. 

Milite Cannata Pietro, scomparso nei pressi 
di Torino il 28-4-45. 

Milite Ganassi Nello, ucciso in località Ca’ de 
Caroli (Reggio Em.) la notte del 1° gennaio 1945. 

Milite Cislaghi Luigi, catturato a Venasca (Cu¬ 
neo) e fucilato. 

Maresc. Princigalli Salvatore, fucilato a Cave 
di Precotto. 

Marò Gregolin Luigi del « Barbarigo », scom¬ 
parso nei pressi di Vittorio Veneto. 

Picozzi Argia, prelevata il 20 marzo 1945 e 
scomparsa. 

Milite Mariani Ambrogio , ucciso nei pressi di 
Cuneo il 23-12-44. 

Elveri Federico dell’Eiar di Torino. Prelevato 
da casa e scomparso. 

Serg. Benedetti Avemaro del « Nembo » scom¬ 
parso a Milano gennaio 1945. 

Ten. Ernesto Bonacina Btg. « E. Muti » Pre¬ 
levato il 4 settembre 1944 in S. Carlo di Arona 
e ucciso. 

Sergente Bollani Armando, prelevato il 
28 maggio dal Campo di concentramento di Vi¬ 
gevano. Scomparso. 

Signor Lizier Giovanni, prelevato da casa la 
sera del 28-5-45 e scomparso. 

Signor Fornero Mario, prelevato nel maggio 
1945 a Castelletto d’Orbe (Alessandria) e scom¬ 
parso. 

S. ten. Rondelli Carlo, scomparso a Milano nei 
giorni dell’insurrezione. 

Ausiliaria Luminoso Giovanna in Mirabello di 
Bollate. Scomparsa a Milano il 27 aprile 1945. 

Maresc. Mirabello Alberto, « X Mas » scom¬ 
parso da Milano il 27-4-45. 

Mil. Petricca Antonio, scomparso da Vittorio 
Veneto nella metà di aprile 1945. 

Ausiliaria Pontemoli Zara, scomparsa da Mi¬ 
lano il 27 aprile 1945 in via Palmieri. 

Mil. Vigano Silvio della G. N. R. fucilato nei 
pressi del ponte di Brianza (Vercelli) il 21-2-’45. 

Mangiacotti Marcello, prelevato il 25-12-1944 
a Sordevolo di Biella e ucciso a Graglia di 
Biella. 

Sergente furiere Ferri Bruno dichiarato di¬ 
sperso dal suo Comando il 25 gennaio 1945. 

Aus. Marilena Grill, Ravilole Ernesta, Mar¬ 
gherita Audisio, Felicita Rigo, Maria Coppo, 
Luciana Provetto, Maria Ferron, Rita Giorgetti, 
Emilia Bosio. 

Nei pressi di Torino furono catturate cinque 


Ausiliarie di cui non si sa il nome, tranne che 
di Fraciacomo Lidia. 

A Savona venne uccisa Rosuccia Amodio di 
22 anni, ausiliaria. 

Antonietta De Simone, scomparsa a Vittorio 
Veneto. 

Laura Gioro, uccisa a Torino. 

Carlino Antonietta, fucilata a Cuneo. 

Natalina Castaldi, fucilata il 9 maggio 1944 
da partigiani che la prelevarono. 

L$ due ausiliarie Spitt di ventanni e Botac- 
chi di diciassette vennero catturare e fucilate 
a Cuneo. 

Benelli Bianca, Zanini Luisa , fucilate a Mo¬ 
dena il 17 febbraio 1945 in un’imboscata. 

Franco Aschieri di sedici anni, fucilato a 
S. Maria Capua Vetere il 30 aprile 1944, sorpreso 
in missione di sabotaggio dagli anglo-americani. 

Antonio Scinto, caduto a Varzi colpito da un 
« cecchino ». 

Giorgio Mantici, Mario Reina, Silvio Nannini, 
Luigi Piermuttei, Mario Importuni, seviziati e 
uccisi a Varzi in un'imboscata, nel mese di ago¬ 
sto del 1944. 

Lino Mossero, prefetto di Vercelli, fucilato a 
Nòvara. 


e che pure sono responsabili della più tragica 

Ando Sevenni, ucciso dai partigiani. 

Giorgio Sanachioni, ucciso dai partigiani il 
giorno il marzo del ’45. 

Uccisi a Graglia (Biella) il 2 maggio, 
maggiore Marcello Invres, maggiore Arman¬ 
do Casini, capitano Mario Andriulli, capita¬ 
no Dante Gili, cap. Guido Toppi, ten. Conte 
Emanuele Visconti di Modrone, ten. Giuseppe 
Della Nave, s. ten. Dante Corti, s. ten. Giuseppe 
Gianoni, s. ten. Giovanni Papiani, s. ten. Luigi 
Piccinelli, s. ten. Romano Tosi, s. ten. Lauro 
Briganti, s. ten. Gelsomino Colucci, s. ten. Ot¬ 
tavio Cottalorda, s. ten. Ugo Ciampolìllo, s. te¬ 
nente Bruno Fossati, s. ten. Paolo Giovannetti, 
s. ten. Giorgio Gobbi, s. ten. Cairo Muttarese, 
s. ten. Luigi Petricci, s. ten. Benedetto Canepa, 
s. ten. Aldo Scalseggi, s. ten. Guerrino Toscano, 
aus. Lucia Rocchietti, aus. Itala Girardi, ausi¬ 
liaria Rina Chandrè, signora Antonietta Milesi, 
signora' Carla Paolucci. 

Assassinati a Sesto S, Giovanni: Ermenegildo 
Senni, Antonio Forino, Russo Luigi, Giovanni 
Donato, Felice Arosio, Gerolamo Contini, Gemma 
Guscalvi ved. Gardelli, Guido Scanani, Anni- 
nibale Marini, Umberto Cervasani, Giovanni 
Fadda, Dalo Milani, Aldo Aristo, Angelo Emi¬ 
lio Coccoli, Guido Baudani, Giulio Torzgler uc¬ 
ciso a Lodi. 

La sera del 5 maggio a Melle, presso Saluzzo 
(Cuneo) venivano fucilati: cap. Barbaro Aurelio, 
cap. Del Rio Pietro, cap. Saba Erminio, tenente 
Momo Cesme, s. ten. Culendra Guido, s. tenen¬ 
te Cannobbio Sergio, s. ten. Tongiani Sergio, 
s. ten. Giardina Giuseppe, a. u. Ravenna Giu¬ 
lio, a. u. Zironi Gian Cesare, serg. Morgan 
Orfeo, alp. Lazzarotto di Vaistagne (Vicenza). 

Nel campo tedesco del Cimitero di Arco (Tren¬ 


to) nel ’48 stavano sepolti le salme che elen¬ 
chiamo: Manenti Guido, Purello Salvatore, Pic¬ 
coli Giuliano, Gorlo Guglielmo, Mingozzi Sergio, 
Ghesini Gustavo, Anfuso Carmelino, Bianchi 
Alfredo, Marchese Carlo, Sartori Suries, Mo- 
randi Umberto, Guidetti Giulio, Vaccaro Vin¬ 
cenzo Palizzini Luigi, Martinelli Nicola, Maggio 
Bruno, De Giorgi Giuseppe, Boccaletti Riccardo, 
Ligresti Salvatore, Grossi Giovanni, Righetti 
Aurelio, Orlando Ferruccio, Ghidini Gabriele. 
Picassi Benito, Vidal Aldo, Bacchetta Antonio, 
Giampalo Giacomo, Bertero Giovanni, Moresco 
Vincenzo, Doni Giambruno, Gasperini Bruno. 

Lionello Focardi, ucciso dai partigiani a Afori 
rii aprile 1945, in un’imboscata. 

Slaussero Remigio, prelevato ITI dicembre ’44 
da casa e scomparso. 

Franco Artioli, prelevato da casa da elementi 
partigiani ITI dicembre del ’44, spogliato di 
ogni cosa e ucciso. 

Enea Colombo , di Meda, il 17 maggio 1945 
consegnato a due sconosciuti e scomparso. Il 
fatto avveniva in una scuola di Como. 

Alfredo Colombo, di Meda, ucciso a Cesano 
Maderno il 26 aprile 1945. 

Nel cimitero di Vittorio Veneto nel ’48 erano 


sepolti i seguenti combattenti repubblicani: Fa- 
bris Aldo, fucilato dopo il 25-4-1945; Artico 
Urberto, fucilato 1T-5-1945 in località Longhera; 
Tescaro Evando, ucciso nella propria abitazione 
da partigiani. 

A Tirano (Sondrio) sono sepolti i seguenti 
combattenti repubbl.: ten. Jannolo Rosario, 
serg. Pallavicini Luigi, Matteucci Umberto, Ni- 
cosa Pietro, Fabiano Nicola, Pemulli Augusto, 
Siena Giampietro, Degiorgis Giorgio, Tedeschi 
Achille, Scarabelli Pasquale, Degli Innocenti 
Gino, Bertazzi Francesco, Corti Corrado, Bian¬ 
chi Glauco, Tarquini Gino, Mancini Augusto, 
Perfetti Luigi, Pontiggia Ambrogio, Trinca 
Stefano. 

Nel cimitero di Toano (Reggio Em.) sono tu¬ 
mulati i seguenti comb. repubbl.: Paglia Arturo, 
Baroni Domenico, Gazzotti Ettore, Ghini Biagio, 
Montessori Athos, Ferrari Matilde, Santi Pietro, 
Belli Gino, Colombari Pietro, Toghetti Dome¬ 
nico, Bianchi Doméhico. 

Nel cimitero di Castellarono (Reggio Em.) 
sono sepolti i seguenti comb. repubbl: Rubbiani 
Emilio, Rubbiani Elisa, Alessandrini Guido, Ales¬ 
sandrini Sandra, Nasi Vitali Risi. 

Ving. Marco Nuloni del Genio Civile di Son¬ 
drio, è stato prelevato e ucciso il 4 maggio 1945. 

Salvatore Balsamo della « Caproni » è stato 
uccisa il 28 aprile 1945. 

Guardiamarina Ferruccio Ferrara del Btg. 
« S. Marco » prelevato e fucilato nell’aprile 
del 1945. 

Dino Ronza, ex federale di Cuneo, è caduto 
il 15 maggio 1945 a Castelfranco Emilia, colpito 
a tradimento. 

FINE 


















PER TUTTI 


T 


L a resistenza si attuò in due diversi set¬ 
tori e in due diverse forme. Nelle re¬ 
trovie, sbandati del R. Esercito e diser¬ 
tori inquadrati nelle brigate Garibaldine e 
in altre formazioni militari, svolsero la 
guerriglia e azioni di disturbo contro i col¬ 
legamenti dei piccoli presidi italo-germanici, 
appoggiandosi a terreni difficili. Nelle città, 
ai GA P. e alle S.A.P. fu affidato il compito 
d'aumentare il disagio della popolazione e 
di spezzare il fronte interno con atti terro¬ 
ristici. In entrambi i casi l'azione dei parti¬ 
giani fu caratterizzata da un'estrema fero¬ 
cia, allora e poi, giustificata come inevita¬ 
bile conseguenza di una guerra civile. 

Sono quindi giustificati, come politici, 
Passassimo di Giovanni Gentile, dì Pericle 
Ducati, di Ather Capelli e, a maggior ragio¬ 
ne, quello di Aldo Resega, di Manganiello 
e di tanti altri, capi e gregari, proditoria¬ 
mente uccisi nelle loro case o per le strade. 
Giustificato Vattentato di via Rosella a 
Roma, quello al Baglioni a Bologna, quelli 
contro la Croce Rossa della Stazione Cen¬ 
trale e contro la « Bottega del Liquore » di 
via Ponte Vetero a Milano, e tanti altri atti 
terroristici che causarono la morte di inno¬ 
centi cittadini e provocarono le spietate 
rappresaglie dei tedeschi. Giustificata, nel 
quadro della lotta di liberazione, la richie¬ 
sta, da parte del C.L.N. di Vicenza, dei bom¬ 
bardamenti del 22 marzo 1944 e del 18 no¬ 
vembre 1944 su quella città. Giustificati, per 
presunta simpatia verso il fascismo delle 
vittime, Vassassinio di don Angelo Meriini 
e di don Ferdinando Merli, parroci dì Fo¬ 


ligno; di don Alfonso Vannini , parroco di 
Cascina; di suor Clementina Menotti, uc¬ 
cisa a Rivolta Bormida; di don Nicola Pe- 
luffo, parroco di Vado; di don Emilio Spi¬ 
nelli, rapinato e ucciso a Terranova Brac¬ 
ciolini; di don Antonio Padoan; di don 
Pietro Treccani, parroco di Provezzo; della 
settantenne Beatrice Cartona, uccisa in vai 
Gerola ecc. 

* 

E tuttavia, di alcuni delitti compiuti in 
quel tempo dai partigiani sotto colore po¬ 
litico, la giustizia si sta occupando. 

Eccone alcuni: 

Dall J « Uomo Qualunque » 1945-46 

« Qui in Emilia si sono viste delle cose 
orrende: morti a migliaia. Si incontravano 
per strada, li uccidevano sotto gli occhi dei 
famigliari, li prelevavano da casa, li porta¬ 
vano nella campagna, li obbligavano a sca¬ 
varsi la buca e li trucidavano. Una fine così 
hanno fatto fare a mio fratello ucciso 
avanti casa, e a mio figlio, portato via e 
scomparso. Poi una sera vennero a casa 
mia quattro partigiani; hanno preso mia 
figlia e le hanno tagliati i capelli, poi l'han¬ 
no gettata a terra e violentata sotto i miei 
occhi senza che io potessi far nulla con due 
pistole puntate addosso... ». 

« A Cavezzo di Modena una fanciulla e 
il vecchio padre legati vivi dietro un ca¬ 
mion, sono trascinati finché rimangono 
solo le ossa sanguinose dei loro corpi ». 

« A Venezia una fanciulla che tentava di 


difendere il padre è violentata e poi mas¬ 
sacrata dinanzi al vecchio che farà poi la 
stessa fine ». 

« A Reggio Emilia tra le tante ragazze 
violate e torturate, una fanciulla impazziva 
dopo una settimana di sevizie ». 

«A Novara due ragazze italiane di Libia 
di 15 e 17 anni vengono rasate, violentate, 
e obbligate per più giorni a rimuovere i 
cadaveri degli uccisi e a pulire il cortile 
delle esecuzioni imbrattato di sangue ». 

« Da Pegli s'invoca il prosciugamento del 
laghetto di Villa Doria in cui fin dai primi 
giorni della liberazione furono gettati 72 
cadaveri che ammorbavano l'aria ». 

« A Rovegno (Genova) sono state rinve¬ 
nute tredici fosse piene di cadaveri. Dalle 
prime tre sono stati riesumati i corpi di 84 
assassinati. Si presume che il numero to¬ 
tale dei trucidati si aggiri sui 700. E triste 
e spaventoso constatare che la maggior 
parte dei morti non erano stati nè fascisti 
nè repubblichini e spesso sono donne e 
bambini innocenti ». 

« Fa parte della Forza Pubblica di Va- 
razze un ex partigiano di 19 anni, detto 
« Carciofo » il quale sembra si vanti di aver 
ucciso 56 persone ». 

E si potrebbe continuare, ma questi non 
erano che atti di ordinaria amministra¬ 
zione dei quali nè il Governo, nè la stampa, 
si occupavano. Ci vollero i fatti di Schio e 
di Crescenzago per smuovere l'uno e l'altra . 
Soprattutto occorsero le parole di un ge¬ 
nerale che, parlando in una riunione di 
membri del C.L.N. e di autorità cittadine 
a Roma, disse queste testuali parole: 






























60 


« È mio dovere dirvi che mai prima d’ora 
il buon nome d’Italia è caduto tanto in 
basso nella mia stima. È necessario che 
tutti voi italiani guardiate la realtà in fac¬ 
cia. Voi chiedete che l’Italia abbia la posi¬ 
zione d’alleata e di amica degli Stati Uniti 
d’America e della Gran Bretagna. Io vi 
dico apertamente che non potete guada¬ 
gnarvi tale amicizia finché vengono com¬ 
piuti atti turpi come questo ». 

Ecco in breve i fatti: 

— 6 luglio 1945 - Carceri di Schio: 54 morti 
fra cui 17 donne, «molti dei quali non 
avevano nessuna accusa specifica » ( Cor¬ 
riere d’informazione 6 settembre 1945). 
Responsabili circa quindici ex partigiani 
incorporati nella polizia ausiliaria. 

— 8 giugno 1945 - Carceri di Ferrara: 17 
morti e quindici feriti. 

— 15 giugno 1945 - Carceri di Carpi: 16 
morti. 

— 9 maggio 1945 - Carceri di un paese del 
Vercellese: 11 morti (dall’« Uomo Qua¬ 
lunque » 1946). 

Banda di Crescenzago: comandata da 
Daniele Duroni e composta di partigiani 
(’45). Il Duroni, detto «Mustaccia » era 
commissario di guerra alla Magneti Ma¬ 
rcili nei giorni dell’insurrezione. 

Attività: assassinio di alcuni « presunti 
fascisti ». Assassinio il 13 giugno *45 di 
certi Paganelli Delio e Prada Enrico ,T assa- 
sinio dell’Ing. Solivieri, direttore della Ma¬ 
rcili, non fascista. Rapina di una valigia 
contenente 76 milioni da una macchina 
fermata sul ponte di Crescenzago. Rapina 
di alcuni milioni ai danni del ministro 
dei lavori pubblici E. Romano. Rapina di 
1.600.000 ai danni di un industriale rimasto 
sconosciuto. Sequestro di argenteria ai dan¬ 
ni di Rolandi Ricci. Trafugamento di auto¬ 
carri carichi di merce. Varie condanne a 
morte decretate e, fortunatamente, non 
eseguite. 

A seguito di questi fatti, per ordine della 
polizia fu perquisita e chiusa la casa del 
partigiano di Roma con il susseguente ar¬ 
resto di 71 persone. E si potrebbe conti¬ 
nuare. La documentazione è imponente, ma 
verrà nota in altra sede. 

Non resta perciò, prima di concludere, 
che illustrare la già accennata responsabi¬ 
lità di esponenti e di enti, in questa follia 
omicida che per lungo tempo ha imperver¬ 
sato sul paese. 

Da esponenti del movimento partigiano 
venne anzitutto il male esempio. Basti ri¬ 
cordare il tanto discusso Marozin, detto 
Vero, comandante della Pasubio, reo di ra¬ 
pine, malversazioni e altre piacevolezze; 
l’On. Moranin'o, detto Gemisto , mandante 
dell’eccidio di Portula (30 novembre ’44) 
dove furono assassinate 8 persone: il co¬ 
mandante Nicola (Dionisio Gambaruta ); il 
colonnello Mazzini, di cui già si è parlato; 
il capitano Marino; l’On. Dante Gorreri, 
implicato nell’affare di Dongo; per non 
dire dell’On. Audisio, giustiziere di Musso¬ 
lini, di Claretta Petacci e dei gerarchi fu¬ 
cilati a Dongo. In questo un crimine ripro¬ 
vato in tutto il mondo e di cui, a suo tem¬ 
po, il C.L.N. si assunse quella paternità che 
ora cerca di respingere. Nel suo comunicato 
del 29 aprile ’45 il C.L.NA.I. affermò che la 
« fucilazione » di Mussolini e complici, da 
esso ordinata ecc. », assumendosi di fronte 
alla storia e al mondo la responsabilità di 
una esecuzione, a proposito della quale un 
lettore di « Stars and Stripes » sciveva il 
7 luglio '45: « The way of thè so called par- 
iisans is not our american way ot a fair 
chance and a fair thial by Jurus ». 

Più di una volta poi, esponenti del mo¬ 
vimento hanno incitato le masse alla resi¬ 
stenza alla forza pubblica e alla ribellione. 
Dalle aule del parlamento è partita più 
volte la minaccia di « scendere in piazza ». 
Sono state provocate irruzioni e devasta¬ 
zioni di sedi di giornali di destra con la 
conseguenza di provocare gli animi surri¬ 
scaldati alla soppressione di De Agazio. E 


dai giornali filopartigiani viene senza tre¬ 
gua condotta una campagna di odio che 
non può dare che frutti di cenere e tosco. 

Le responsabilità specifiche dell’ANPI, 
oltre alla già illustrata solidarietà con i 
partigiani arrestati, di per sé abbastanza 
significativa, possono essere largamente do¬ 
cumentate: 

1) Malversazioni e truffe: 

Dal « Corriere della Sera » 

(3 gennaio 1945) 

« A Rivoschio, grosso centro dell’alto ce- 
senate, sono stati denunciate all’autorità 
giudiziaria il presidente dell’ANPI e quattro 
altri partigiani per aver cooperato al rila¬ 
scio di centonovantatrè attestati di parti¬ 
giano a persone che tale qualifica non po¬ 
tevano ottenere. Così ben sessanta pseudo¬ 
partigiani hanno potuto riscuotere dal di¬ 
stretto militare di Forlì il premio speciale 
di 25.000 lire»: 

« All’ANPI di Milano sono state commesse 
malversazioni per 45.000.000 di lire, facendo 
figurare numerosi sussidi come assegnati a 
partigiani, defunti o assenti. Le ricevute 
portano firme apocrife ». (Dal Corriere della 
Sera). 


Dal «Corriere della Sera» 

(22 marzo 1949) 

« A Modena il questore Dott. Marzano, 
fatte perquisire le sedi dell’ANPI di Modena 
e Pavullo ha potuto accertare che erano an¬ 
cora in circolazione timbri con la dicitura 
« Comando unico partigiani » e « Brigata 
Garibaldi » che erano serviti a convalidare 
moltissimi buoni fabbricati nel ’48, con la 
data 1944 e 1945. Si è potuto scoprire che si 
convincevano commercianti e contadini a 
compilare moduli di danni inesistenti o irri¬ 
levanti. Era stato convenuto che all’atto del 
risarcimento il richiedente avrebbe avuta la 
sua parte e il resto sarebbe stato incame¬ 
rato dall’organizzazione. Sono stati arre¬ 
stati: Umberto Melchiorri, segretario del- 
l’ANPI di Pavullo; Umberto Baschieri, ad¬ 
detto all’ANPI di Modena e Silvio Borsari, 
p ure addetto all’ANPI di Modena, insieme 
a due commercianti. Sono state denunciate 
circa 30 persone ». 

2) Spionaggio Militare: 

Dal « Corriere della Sera » 

(25 dicembre 1949) 

« Sono stati tratti in arresto il dirigente 
dell’ANPI di Trento, Aldo Pedrotti, e il suo 


predecessore alla presidenza della stessa as¬ 
sociazione, Dott. Mario Carozzini che svol¬ 
gevano attività spionistica sul fronte orien¬ 
tale a scopo di lucro ». r 

3) Omicidio: 

« Leandro Palmieri , segretario dell’AN PI 
di Castel di Serravalle, deferito all’autorità 
giudiziaria per l’omicidio del fascista Chec¬ 
chi e moglie di lui » (Unità 16-2-’49). 

Partecipazione di dirigenti dell’ANPI a reati 
comuni o politici. 

1) Egildo Bar aldi, segretario dell’AN PI di 
Campagnola, imputato come mandante 
dell’assassinio del cap. Mirotti, avvenuto 
a Campagnola Emilia il 20 agosto 1946 

Dal « Corriere della Sera » 

(29 novembre 1949) 

2) Un certo Fuschini, partigiano e dirigente 
comunista a Mezzano di Ravenna, pro¬ 
cessato (e quindi prosciolto) come ucci¬ 
sore del partigiano repubblicano Marino 
Pascoli, il quale aveva pubblicato su di 
un settimanale regionale del P.R.I. tre 


violenti articoli nei quali tacciava i par¬ 
tigiani dell’ANPI di «assassini e disone¬ 
sti ». I tre articoli furono seguiti da tre 
attentati e alla fine il Pascoli fu ucciso. 
Un certo Castagnoli accusò il Fuschini 
dell’omicidio, ma ritrattò le proprie di¬ 
chiarazioni davanti al giudice istruttore 
della Corte d’Appello di Bologna e il Fu¬ 
schini fu rilasciato. (Corriere 7-l-’50). 

3) Walter Mosetti membro dell’esecutivo 
dell’ANPI di Modena, rinviato a giudizio 
come mandante dell’omicidio dell’indu¬ 
striale Confucio Giacobazzi, avvenuto a 
Villa Ganaceto il 18 maggio ’45 (Corriere 
17 gennaio 1950). 

Ma a parte la nostra opinione personale, 
è molto interessante e significativo quanto 
scritto da G. Zucconi a proposito della po¬ 
lemica con l’ANPI e il P. C., sui partigiani 
arrestati. L’articolo è apparso sul Popolo 
giornale non certo sospetto di faziosità fa¬ 
scista e vi si leggono frasi come queste: 

...Hanno trovato (i comunisti) bella e 
pronta l’equazione comunista: onestà dei 
partigiani in carcere, uguale all’onestà di 
quelli liberi. Molto agevolmente hanno ro¬ 
vesciato i termini e ne è uscito: Onestà dei 
partigiani liberi, uguale aironestà dei par¬ 
migiani in carcere. 























60 


« È mio dovere dirvi che mai prima d’ora 
il buon nome d’Italia è caduto tanto in 
basso nella mia stima. È necessario che 
tutti voi italiani guardiate la realtà in fac¬ 
cia. Voi chiedete che l’Italia abbia la posi¬ 
zione d’alleata e di amica degli Stati Uniti 
d’America e della Gran Bretagna. Io vi 
dico apertamente che non potete guada¬ 
gnarvi tale amicizia finché vengono com¬ 
piuti atti turpi come questo ». 

Ecco in breve i fatti: 

— 6 luglio 1945 - Carceri di Schio: 54 morti 
fra cui 17 donne, « molti dei quali non 
avevano nessuna accusa specifica » ( Cor¬ 
riere d’informazione 6 settembre 1945). 
Responsabili circa quindici ex partigiani 
incorporati nella polizia ausiliaria. 

— 8 giugno 1945 - Carceri di Ferrara: 17 
morti e quindici feriti. 

— 15 giugno 1945 - Carceri di Carpi: 16 
morti. 

— 9 maggio 1945 - Carceri di un paese del 
Vercellese: 11 morti (dall’« Uomo Qua¬ 
lunque » 1946). 

Banda di Crescenzago: comandata da 
Daniele Duroni e composta di partigiani 
C45). Il Duroni, detto « Mustaccia » era 
commissario di guerra alla Magneti Mo¬ 
relli nei giorni dell’insurrezione. 

Attività: assassinio di alcuni « presunti 
fascisti ». Assassinio il 13 giugno ’45 di 
certi Paganelli Delio e Prada Enrico~ assa- 
sinio dell’Ing. Solivieri, direttore della Ma¬ 
rcili, non fascista. Rapina di una valigia 
contenente 76 milioni da una .macchina 
fermata sul ponte di Crescenzago. Rapina 
di alcuni milioni ai danni del ministro 
dei lavori pubblici E. Romano. Rapina di 
1.600.000 ai danni di un industriale rimasto 
sconosciuto. Sequestro di argenteria ai dan¬ 
ni dì Rolandi Ricci. Trafugamento di auto¬ 
carri carichi di merce . Varie condanne a 
morte decretate e y fortunatamente, non 
eseguite. 

A seguito di questi fatti, per ordine della 
polizia fu perquisita e chiusa la casa del 
partigiano di Roma con il susseguente ar¬ 
resto di 71 persone. E si potrebbe conti¬ 
nuare. La documentazione è imponente, ma 
verrà nota in altra sede. 

Non resta perciò, prima di concludere, 
che illustrare la già accennata responsabi¬ 
lità di esponenti e di enti, in questa follia 
omicida che per lungo tempo ha imperver¬ 
sato sul paese. 

Da esponenti del movimento partigiano 
venne anzitutto il male esempio. Basti ri¬ 
cordare il tanto discusso Marozin, detto 
Vero, comandante della Pasubio, reo di ra¬ 
pine, malversazioni e altre piacevolezze; 
l’On. Moranin'o, detto Gemisto, mandante 
dell’eccidio di Portala (30 novembre ’44) 
dove furono assassinate 8 persone: il co¬ 
mandante Nicola (Dionisio Gambaruta ); il 
colonnello Mazzini, di cui già si è parlato; 
il capitano Marino; VOn. Dante Gorreri, 
implicato nell’affare di Dongo; per non 
dire dell’On. Audisio, giustiziere di Musson 
lini, di Claretto Petacci e dei gerarchi fu¬ 
cilati a Dongo. In questo un crimine ripro¬ 
vato in tutto il mondo e di cui, a suo tem¬ 
po, il C.L.N. si assunse quella paternità che 
ora cerca di respingere. Nel suo comunicato 
del 29 aprile ’45 il C.L.N.A.I. affermò che la 
« fucilazione » di Mussolini e complici, da 
esso ordinata ecc. », assumendosi di fronte 
alla storia e al mondo la responsabilità di 
una esecuzione, a proposito della quale un 
lettore di « Stars and Stripes » sciveva il 
7 luglio ’45 : « The way of thè so called par- 
iisans is not our american way ot a fair 
chance and a fair thial by Jurus ». 

Più di una volta poi, esponenti del mo¬ 
vimento hanno incitato le masse alla resi¬ 
stenza alla forza pubblica e alla ribellione. 
Dalle aule del parlamento è partita più 
volte la minaccia di «scendere in piazza ». 
Sono state provocate irruzioni e devasta¬ 
zioni di sedi di giornali di destra con la 
conseguenza di provocare gli animi surri¬ 
scaldati alla soppressione di De Agazio. E 


dai giornali filopartigiani viene senza tre¬ 
gua condotta una campagna di odio che 
non può dare che frutti di cenere e tosco. 

Le responsabilità specifiche dell’AN PI, 
óltre alla già illustrata solidarietà con i 
partigiani arrestati, di per sé abbastanza 
significativa, possono essere largamente do¬ 
cumentate: 

1) Malversazioni e truffe: 

Dal « Corriere della Sera » 

(3 gennaio 1945) 

« A Rivoschio, grosso centro dell’alto ce- 
senate, sono stati denunciate all’autorità 
giudiziaria il presidente dell’ANPI e quattro 
altri partigiani per aver cooperato al rila¬ 
scio di centonovantatrè attestati di parti¬ 
giano a persone che tale qualifica non po¬ 
tevano ottenere. Così ben sessanta pseudo¬ 
partigiani hanno potuto riscuotere dal di¬ 
stretto militare di Forlì il premio speciale 
di 25.000 lire '»r 

« All’ANPI di Milano sono state commesse 
malversazioni per 45.000.000 di lire, facendo 
figurare numerosi sussidi come assegnati a 
partigiani, defunti o assenti. Le ricevute 
portano firme apocrife ». (Dal Corriere della 
Sera). 


Dal « Corriere della Sera» 

(22 marzo 1949) 

« A Modena il questore Dott. Marzano, 
fatte perquisire le sedi dell’ANPI di Modena 
e Pavullo ha potuto accertare che erano an¬ 
cora in circolazione timbri con la dicitura 
« Comando unico partigiani » e « Brigata 
Garibaldi » che erano serviti a convalidare 
moltissimi buoni fabbricati nel ’48, con la 
data 1944 e 1945. Si è potuto scoprire che si 
convincevano commercianti e contadini a 
compilare moduli di danni inesistenti o irri¬ 
levanti. Era stato convenuto che all’atto del 
risarcimento il richiedente avrebbe avuta la 
sua parte e il resto sarebbe stato incame¬ 
rato dall’organizzazione. Sono stati arre¬ 
stati: Umberto Melchiorri, segretario del- 
l’ANPl di Pavullo; Umberto Baschieri, ad¬ 
detto all’ANPI di Modena e Silvio Borsari, 
p ure addetto all’ANPI di Modena, insieme 
a due commercianti. Sono state denunciate 
circa 30 persone ». 

2) Spionaggio Militare: 

Dal « Corriere della Sera » 

(25 dicembre 1949) 

« Sono stati tratti in arresto il dirigente 
. dell’ANPl di Trento, Aldo Pedrotti, e il suo 


predecessore alla presidenza della stessa as¬ 
sociazione, Dott. Mario Carozzini che svol¬ 
gevano attività spionistica sul fronte orien¬ 
tale a scopo di lucro ». T 

3) Omicidio: 

« Leandro Palmieri, segretario dell’ANPl 
di Castel di Serravalle, deferito all’autorità 
giudiziaria per l’omicidio del fascista Chec¬ 
chi e moglie di lui» (Unità 16-2-’49). 

Partecipazione di dirigenti dell’ANPl a reati 
comuni o polìtici. 

1) Egildo Baraldi, segretario dell’ANPl di 
Campagnola, imputato come mandante 
dell’assassinio del cap. Mirotti, avvenuto 
a Campagnola Emilia il 20 agosto 1946 

Dal « Corriere della Sera » 

(29 novembre 1949) 

2) Un certo Fuschini, partigiano e dirigente 
comunista a Mezzano di Ravenna, pro¬ 
cessato (e quindi prosciolto) come ucci¬ 
sore del partigiano repubblicano Marino 
Pascoli, il quale aveva pubblicato su di 
un settimanale regionale del P.R.I. tre 


violenti articoli nei quali tacciava i par¬ 
tigiani dell’ANPl di « assassini e disone¬ 
sti ». I tre articoli furono seguiti da tre 
attentati e alla fine il Pascoli fu ucciso. 
Un certo Castagnoli accusò il Fuschini 
dell’omicidio, ma . ritrattò le proprie di¬ 
chiarazioni davanti al giudice istruttore 
della Corte d’Appello di Bologna e il Fu¬ 
schini fu rilasciato. (Corriere 7-l-’50). 

3) Walter Mosetti membro dell’esecutivo 
dell’ANPl di Modena, rinviato a giudizio 
come mandante dell’omicidio dell’indu¬ 
striale Confucio Giacóbazzi, avvenuto a 
Villa Ganaceto il 18 maggio ’45 (Corriere 
17 gennaio 1950). 

Ma a parte la nostra opinione personale, 
è molto interessante e significativo quanto 
scritto da G. Zucconi a proposito della po¬ 
lemica con l’ANPI e il P. C., sui partigiani 
arrestali. L’articolo è apparso sul Popolo 
giornale non certo sospetto di faziosità fa¬ 
scista e vi si leggono frasi come queste: 

...Hanno trovato (i comunisti) bella e 
pronta l’equazione comunista: onestà dei 
partigiani in carcere, uguale all’onestà di 
quelli liberi. Molto agevolmente hanno ro¬ 
vesciato i termini e ne è uscito: Onestà dei 
partigiani liberi, uguale all’onestà dei par¬ 
migiani in carcere. 






















Como: le tappe degli assassini: l’Albergo Posta (foto 1 e 2) ; il numero 1 di via Borgovico (foto 3 e 4) ; la Darsena del Pizzo di Cemobbio (foto S e 6) 



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Giornalisti americani e vigili milanesi a Musocco, all’alba del 23 aprile 1946, subito dopo la scoperta del rapimento della salma di Mussolini. 


Ucciso alla fine di aprile del 1945, Be¬ 
nito Mussolini non ha avuto ancora oggi 
una sepoltura che restituisca alla famiglia 
il diritto dì onorarne la memoria. Ragioni 
misteriose ed inspiegabili hanno consigliato 
il governo italiano ad insistere in una de¬ 
cisione veramente assurda e, soprattutto, 
indegna di un paese civile; una decisione 
che, certo, non può essere giustificata con 
speciosi pretesti di 44 ordine pubblico ”* 

Purtroppo la realtà è che in Italia, mentre 
è permesso recare fiori alla tomba del ban¬ 
dito Giuliano, ed è consentito pubblicare le 
fotografie di tali commoventi cerimonie, 
non si ha il diritto di seppellire un uomo 
che per venti anni ha retto le sorti del 
Paese. 

Sottoposto ad autopsia subito dopo la 
fucilazione e la macabra esposizione' di 
piazzale Loreto, il corpo di Mussolini 
venne inumato clandestinamente a Mu¬ 
socco, in una fossa senza nome. Da questa 
sepoltura il cadavere veline sottratto, nella 
notte fra il 22 e il 23 aprile del 1946, da 
un gruppo di poche persone guidato da 
Domenico Leccisi, attualmente consigliere 


Li SALMA 



comunale di Milano per il Movimento So¬ 
ciale Italiano. 

Parve allora che il gesto destasse nel 
governo più timore di una rivolta armata, 
quasi che lo spettro di Mussolini avesse 
ancora il potere di paralizzare sulle loro 
poltrone gli uomini della nuova classe di¬ 
rigente. Tutta la polizia venne mobilitata 
sulle tracce dei trafugatori, che infine, dopo 
lunga fuga, furono costretti ad arrendersi. 
Il corpo di Mussolini venne riconsegnato 
allo Stato attraverso i frati del convento 
milanese delTAngelicum; i responsabili del 
44 colpo ” vennero processati. 

Da quel momento, e nonostante le assi¬ 
curazioni fornite dal governo durante le 
ricerche, il corpo di Mussolini scompare. 
Tutte le indagini, tutte le inchieste con¬ 


dotte in materia, si fermano al punto in 
cui, dalla Questura di Milano, esce una 
grande macchina di tipo americano, re¬ 
cante a bordo il Questore Agnesina ed un 
suo fidatissimo sottufficiale. In quella mac¬ 
china era il corpo di Mussolini. La rela¬ 
zione sulla sepoltura, che il governo af¬ 
ferma essere avvenuta in luogo consacrato, 
è custodita al Ministero dell’Interno, sì che 
tre o quattro persone in tutto conoscono 
l’esatta ubicazione della tomba. 

Probabilmente, in questa Italia che pub¬ 
blica i documenti segreti della sua storia 
diplomatica degli ultimi vent’anni, che 
mette i comunisti a conoscenza dei segreti 
militari, e lascia libero accesso ai tecnici 
stranieri in tutte le zone della Penisola, 
probabilmente, dicevamo, mai fu fatta in 
questa Italia fatica maggiore per mante¬ 
nere un segreto. D governo cristianissimo 
presieduto dall’onorevole Degasperi si di¬ 
mostra in tal modo pochissimo cristiano ed 
ancor meno democratico, dando quasi l’im¬ 
pressione di temere tanto i morti, che non 
si capisce come possa poi fare a trovare 
il coraggio necessario per combattere i vivi. 
























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Direttore politico: F. M. Servello - Direttore responsabile: Ugo Franzolin - Iscrizione al n. 247 del registro del Tribunale di Milano, in da*a 17 luglio 1951 
SOCIETÀ EDITRICE MERIDIANA, via Cerva 40, Milano, tei. 790.013 - Distribuzione Messaggerie Nazionali, via dei Crocefissi 44, Roma - SATET, Torino. 


Sopra : la tomba di Mussolini, come venne fotografata dai giornalisti accorsi sol posto dopo il rapimento ; sotto : il baule usato dai trafugatori viene 

misurato nella Questura di Milano dopo la « cattura ». 

















<Da giovedì 1° maggio uscirà il 


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SETTIMANALE DI ATTUALITÀ E DI VARIETÀ A 

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CONTERRÀ DUE GRANDI SERVIZI RETROSPETTIVI 

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BIOGRAFIA DI MUSSOLINI 
DALLA NASCITA ALLA MORTE 


AFFRETTATEVI A PRENOTARE LE COPIE 
DEL VOLUME DELLA STORIA FOTOGRAFICA 
DI MUSSOLINI E DEL FASCISMO 
PER ALCUNI NUMERI DEI FASCICOLI 
SONO GIÀ IN ESAURIMENTO 
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INDIRIZZARE LE PRENOTAZIONI A : 

' MILANO, VIA CERVA 40 

OPPURE A: 

ROMA, VIA DEL CORSO 117